Il 18 brumaio fallito di Donald Trump

di Franco
Ferrari

L’assalto al Campidoglio di Washington da parte di una folla di fanatici trumpiani, avvenuto il 6 gennaio scorso, ha sollevato inevitabilmente accesi dibattiti sulla portata degli avvenimenti e sui loro effetti nel breve e lungo periodo. Non c’è dubbio che quanto accaduto mette in evidenza uno stato di crisi politica e sociale degli Stati Uniti, in un quadro di riassetto degli equilibri globali. Non sappiamo, a una settimana dalla cerimonia di insediamento del nuovo Presidente Joe Biden, fissata per il mezzogiorno del 20 gennaio prossimo, se assisteremo ad altre scene di violenza. Sui media americani il livello di allarme è alto, sicuramente superiore a quello che si era registrato prima del 6 gennaio. Si scrutano i movimenti dei gruppi estremisti, di cui l’America trumpiana non è certo avara. Molti di questi si avvalgono del secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che viene utilizzato per giustificare il diritto di portare armi anche di grosso calibro. Quindi il confine tra la protesta e lo scoppio di un conflitto sanguinoso è affidata in parte all’imprevedibilità di una dinamica che forse nessuno è in grado di controllare. Nemmeno Trump che al massimo riesce a svolgere il ruolo nefasto dell’apprendista stregone.

Golpe, insurrezione o orda?

Che cosa è successo veramente il 6 gennaio scorso? La parola più utilizzata dai media è stata “mob”. Un termine che non indica solo una folla che protesta, ma la definisce negativamente. Un’orda si potrebbe tradurre. Si è parlato anche di insurrezione o di golpe. I contorni esatti di quello che è successo non sono ancora del tutto chiari. Nei primi giorni è emerso l’aspetto farsesco dell’evento. Gli eroi dell’impresa, a partire dall’ormai quasi leggendario “sciamano” cornuto, sembravano delineare più una banda di sciroccati che non un’organizzazione militare in piena regola. Successivamente i media, almeno quelli anti-trumpiani, hanno sottolineato anche gli aspetti più violenti dell’assalto. Sembra di capire che comunque gli invasori del Campidoglio per lo più non avessero armi da fuoco (che erano state esplicitamente vietate dalla Polizia municipale di Washington), ma disponevano in qualche caso di mazze di ferro e spray al peperoncino. Non propriamente armi d’assalto ma sufficienti a farsi strada a fronte di uno schieramento di polizia del tutto inadeguato e in qualche caso apertamente simpatizzante con i manifestanti (due poliziotti sono stati sospesi dal servizio e su altri è in corso un’indagine). Difficile quindi parlare di un’insurrezione.

Si può invece parlare di tentativo di golpe? In parte sì. La volontà di Trump di capovolgere i risultati elettorali, sulla base di accuse di brogli finora del tutto fantasiose, fino ad un certo punto sconvolgeva gli usi e costumi del sistema politico americano ma non contravveniva ancora alla legge. Dopo la decisione della Corte Suprema di respingere senza nemmeno valutarlo il ricorso del Texas e il voto del Collegio elettorale che riconosceva l’elezione di Biden, le iniziative di Trump hanno cominciato ad assumere un contenuto contrario alla Costituzione. Tanto più lo era l’incitamento aperto alla folla dei suoi seguaci (circa 8.000 secondo una fonte) di dare l’assalto al Campidoglio per impedire la certificazione di quanto comunicato dagli Stati e di intimidire i parlamentari repubblicani e il vice Presidente Pence affinché prendessero iniziative contrarie al procedimento costituzionale e finalizzate a capovolgere l’esito del voto. Quello che mancava per il successo di un golpe in piena regola (di quelli che gli Stati Uniti hanno tante volte organizzato in altre parti del mondo) era il sostegno di settori dell’apparato statale, a partire da quelli militari che invece si sono ben guardati dal venire coinvolti nello scontro politico. Un tentativo di golpe indubbiamente ma senza gli strumenti di forza necessari per portarlo al successo.

Fascismo, bonapartismo, populismo plutocratico?

Si è discusso a lungo, già prima del 6 gennaio, sulla natura del trumpismo. Anche a sinistra la discussione è stata piuttosto accesa. Il direttore della Monthly Review, una storica rivista marxista americana, ha sostenuto la tesi della sua matrice fascista, tesi che è stata invece contestata da un commentatore della New Left Review, altra storica rivista marxista questa volta britannica ma influente anche nel mondo intellettuale statunitense. Un’altra definizione (che avevo ripreso in un mio precedente articolo) è quello di “populismo plutocratico”. Ma se ne potrebbe proporre un’altra, che ha un ruolo nel pensiero marxista, e che deriva dalla classica analisi della storia di Luigi Bonaparte, nipote del “grande” Napoleone. La ricostruzione della vicenda di trova nel testo “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte” scritto da Marx a ridosso degli avvenimenti della metà 1800.

Marx si chiedeva come un personaggio “mediocre e grottesco” potesse divenire a suo modo “un eroe”. Segnalava il limite di quanto scritto da Victor Hugo nel suo libello “Napoleone il piccolo”, perché – scriveva Marx – si limitava all’invettiva amara e piena di sarcasmo contro l’autore responsabile del colpo di Stato. “L’avvenimento in sé gli appare come fulmine a ciel sereno. Egli non vede in esso che l’atto di violenza di un individuo.” Mentre per Marx bisognava comprendere la situazione e il contesto degli avvaneimenti. Luigi Bonaparte seppe unire il sostegno di settori della grande borghesia con il consenso della Francia rurale, ammannendo una buona dose di spregiudicata demagogia insieme a qualche apertura a politiche sociali che gli consentissero un consenso più ampio di quello fornitogli dalla sua ristretta base di classe. Le analogie storiche pongono sempre il rischio di una semplificazione ingannatrice, ma in questo caso non manca lo stimolo a qualche suggestione comparativa.

Nonostante il riferimento al fascismo o al bonapartismo, offrano qualche elemento di comprensione di quanto accade negli Stati Uniti e dell’insieme di spinte che si coagulano attorno a Trump, ritengo che si debbano utilizzare categorie nuove e diverse. La caratterizzazione di “populismo plutocratico”, pur avendo il limite di non mettere adeguatamente in evidenza le pulsioni violente e antidemocratiche del blocco sociale trumpiano, consente di distinguersi da un altro punto di vista che è circolato in Italia e che ha visto convergere sia la sinistra che la destra liberale. La tesi che il 6 gennaio sia stato l’equivalente del crollo del Muro di Berlino per il “populismo”. Caduto allora il “comunismo”, ora è un altro nemico del capitalismo liberale che se ne va. Si può tirare un sospiro di sollievo. Per questi “ideologi” (che vanno da Sallusti a Veltroni) la storia non finisce mai di finire. Arrivata al capolinea con la caduta del “socialismo reale”, può tranquillamente archiviare ora anche il nemico “populista”.

In questi la definizione di populismo è indicata come elemento di polemica ideologica più che strumento di analisi. È populista tutto ciò che non piace. Biden come Trump, Syriza come Alba Dorata e così via. Una riedizione del concetto di “opposti estremismi”. Per questo il “populismo” va definito anche agli interessi di classe che rappresenta (contrariamente alla visione di Laclau). Non si può cancellare il fatto che l’Amministrazione Trump sia stata innanzitutto un governo di miliardari per i miliardari. Lo stile populista è lo strumento attraverso il quale costruire una base di consenso più ampia per politiche che in realtà corrispondono ad interessi ristretti. Ma questi interessi sono del tutto coerenti con il neoliberismo quindi non così lontani da quelli perseguiti dalla sinistra liberale. In questo senso il populismo di destra (plutocratica) ne costituisce più la nemesi che l’alternativa.

Lo stile populista di Trump ha radicalizzato tendenze profonde presenti non da oggi nel corpo sociale degli Stai Uniti. Soprattutto nella parte rurale, dove è forte l’individualismo e il rifiuto dello Stato, diffusi fenomeni di integralismo religioso, una visione assai ristretta del ruolo degli Stati Uniti come potenza egemone a livello mondiale (America First). In queste contee rurali Trump vince col 57% dei voti, mentre nelle aree urbane prevale Biden col 60% dei voti. Ciò che è in parte nuova è la dimensione quantitativa di questo blocco sociale che finora, quando si era presentato alla prova del voto, era stato nettamente sconfitto (fu il caso di Goldwater contro Johnson, come di altri candidati repubblicani che erano stati sconfitti già alle primarie), mentre ora, pur continuando ad essere minoritario, è in gradi di competere con il blocco avverso.

Quindi il vero punto interrogativo che chiede una risposta è perché questa coalizione si è ampliata e si è spostata a destra. Provando a sintetizzare se ne possono avanzare alcune: la prima riguarda l’impatto delle politiche liberiste che hanno accentuato le disparità sociali e creato una più ampia fascia di “perdenti della globalizzazione” nella quale sono inseriti non solo i tradizionali ceti popolari e proletari, ma anche settori di ceto medio; la seconda fa riferimento al cosiddetto “cultural backlash”, la reazione di settori conservatori dal punto di vista dello stile di vita, di fronte ai mutamenti sociali che mettono in crisi le gerarchie tradizionali (paternalismo, prevalenza dei maschi bianchi soprattutto se a bassa istruzione, ecc.), per i quali le ragioni della crisi non stanno nelle dinamiche del capitalismo ma in qualche forma di complotto delle élite; una ragione più specifica che deriva dal ridimensionamento del peso economico degli Stati Uniti sulla scena globale ed anche la fine dell’illusione post-caduta del muro, di potere dirigere il mondo secondo i propri interessi e la propria visione ideologica.

Che cosa manca perché si possa parlare di “fascismo” o di tendenza alla “fascistizazione”? Seganalerei un paio di elementi. Il primo è che la tendenza prevalente delle classi dominanti non sente il bisogno di ricorrere alle “maniere forti”, come dimostra il fatto che anche i portavoce della grande impresa hanno esplicitamente abbandonato Trump in queste settimane, per non parlare delle aziende del digitale. Benché lo stesso Trump riceva un ampio consenso elettorale fra i benestanti, quelli il cui reddito famigliare supera i 100.000 dollari annui, tra i quali ha raccolto il 54% dei voti. Ma la visione corporativa del singolo, che del Presidente uscente ha apprezzato i tagli alle tasse, non coincide necessariamente con la visione che la grande impresa e la grande finanza hanno dei propri interessi di classe. Il secondo elemento è dato dal ruolo dello Stato come strumento di organizzazione del consenso e di disciplinamento della società che del fascismo è elemento essenziale. Ma il blocco elettorale trumpiano è invece caratterizzato dal rifiuto dello Stato e dal mito dell’individuo libero e sottratto ad ogni vincolo (libero anche di sopraffare il diverso ma per conto proprio).

Se non c’è il fascismo alle porte, si presenta però un altro fenomeno, che è quello della “tribalizzazione” del conflitto politico. Un commentatore irlandese ha utilizzato questo concetto per introdurre un paragone con l’Irlanda del Nord, dove il conflitto ha assorbito un’identità religiosa, tra cattolici (nazionalisti) e protestanti (unionisti). Nel momento in cui il conflitto politico assume elementi identitari non mediabili, la contrapposizione diventa difficilmente gestibile nelle forme date dal sistema delle procedure formali. Anche fra coloro che hanno invaso il Campidoglio il 6 gennaio non pochi pensavano di essere chiamati ad una “guerra santa”. Nel momento in cui essi si ritengono interpreti del volere di Dio e non più di una visione politica od ideologica che si contrappone ad altre visioni (secondo la visione liberale), o ad interessi di classe che si contrappongono ad altri interessi di classe (secondo la concezione marxista), l’idea della democrazia come procedura fatica sempre di più a gestire questi conflitti. Ma si può intravedere un legame tra lo svuotamento della democrazia e la politica come lotta tra identità.

Così analogamente quando la linea di scontro divide gli “americani” dai “non americani”. Coloro che difendono “il nostro stile di vita” da coloro che vogliono minarlo (che siano gli immigrati o le cosiddette élite globaliste). La difesa della “patria” non è rivolta verso il nemico esterno ma verso quello interno, che accidentalmente in questo momento esprime la maggioranza del Paese, ma che per definizione, non essendo “il popolo” non può vincere le elezioni se non con l’imbroglio.

Ora tocca a Biden

Alla fine di questa transizione travagliata, Biden sarà il Presidente degli Stati Uniti. Conquistata sul filo del rasoio la maggioranza del Senato, può muoversi con maggiore agilità, anche se l’Amministrazione uscente, sta mettendo in atto scelte che mirano a rendere più difficile l’azione politica di quella futura. Non solo con le decisioni di questi giorni sull’inserimento di Cuba nella lista di Stati che aiutano il terrorismo (falso), o le accuse all’Iran di ospitare la direzione di Al Qaida (falso), o l’inserimento anche dei ribelli yemeniti nella lista dei terroristi, un aiuto alla guerra che sta conducendo l’Arabia Saudita in Yemen. Anche sul piano interno si stanno producendo atti che aiutano le grandi piattaforme digitali come Uber, per escludere che chi lavora per loro possa essere riconosciuto come dipendente, o smantellano le residue tutele ambientali.

Biden ha di fronte a sé due strade. Una è quella che sembrerebbe essergli più congeniale, la ricerca della mediazione con una parte dei repubblicani per produrre una politica che corregga l’agenda trumpiana, ma in modo non conflittuale. Se ci riuscirà potrà sperare di riportare l’asse del sistema politico al centro dopo la radicalizzazione a destra. Questo presuppone una separazione netta fra il Partito Repubblicano e Trump, di cui al momento non vi sogno segni evidenti. I parlamentari che si sono realmente smarcati dal Presidente uscente sono ancora pochi. Il Comitato nazionale repubblicano, riunitosi dopo il 6 gennaio, ha rieletto alla sua guida esponenti dell’area trumpiana. D’altra parte Trump ha portato avanti in questi anni proprio l’agenda repubblicana così come si è venuta delineando da Reagan in qua. E il suo stile populista ha dimostrato di poter mobilitare un consenso più ampio attorno a quella agenda di quanto non fossero riusciti a fare gli ultimi candidati repubblicani.

L’altra strada per Biden, per la quale non mancherà di premere la sinistra del Partito Democratico, è di operare con decisione una contro-svolta, sia sul piano delle politiche economiche e sociali, che sul piano degli strumenti istituzionali. In questo ambito sono emerse nelle settimane scorse diverse proposte come l’approvazione di un nuovo Voting Rights Act, che impedisca ai repubblicani di sopprimere il diritto divoto delle minoranze, trasformare il Distretto della Capitale in Stato, attribuendo ad esso due senatori che oggi non ha, ampliare il numero dei componenti della Corte Suprema, ricorso agli executive orders del Presidente e così via. La stessa battaglia sull’impeachment ha il significato di far pagare un prezzo politico a chi ha tentato un’operazione – benché fallita – di tipo golpistico. Tutto questo vuol dire colpire il Partito Repubblicano in un momento di indubbia difficoltà e cambiare a proprio favore i rapporti di forza. Vedremo se Biden sarà capace, da Presidente, di svolgere un ruolo diverso da quello che ha perseguito come politico tradizionale e moderato che è stato per tutta la sua lunga carriera.

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