“Guardate troppa televisione!”

di Nicoletta Pirotta –

Di fabbriche, e non solo,  al tempo del coronavirus. Qualche premessa

1) non credo affatto che il virus covid19 sia stato creato in
laboratorio, al contrario, come dimostrano studi scientifici e sistematici ( si
veda per es.  Prof. Guido Silvestri “L’OTTIMISMO CHE VIENE DALLA CONOSCENZA”)
 il virus ha un’origine animale, cioè
proviene in particolare da pipistrelli e pangolini. E quindi a maggior ragione
giudico improbabile l’esistenza di volontà complottistiche circa la nascita e
l’utilizzo del virus;

2) siamo di fronte ad una reale emergenza sanitaria determinata dalla diffusione esponenziale del contagio che determina una alto numero di persone infettate e di conseguenza,  purtroppo e drammaticamente, un alto numero di vittime ( al 22 marzo, secondo la Protezione civile,  sono 46.638 le persone trovate positive e  5.476 quelle sinora decedute, numero che potrà essere confermato solo dopo che l’Istituto Superiore di Sanità avrà stabilito la causa effettiva del decesso)

3) il sistema sanitario pubblico del nostro Paese, pur se
regionalizzato e fatto oggetto di privatizzazioni selvagge con la conseguente
sottrazione di risorse che hanno determinato la chiusura di presidi ospedalieri
e la riduzione degli organici, sta tenendo botta grazie sopratutto alle
competenze e alla  responsabilità di
TUTTO  il personale che opera negli
ospedali;

4) la Società italiana di medicina ambientale (Sima) e delle
università di Bari e Bologna hanno esaminato i dati forniti dalle Agenzie
regionale per la protezione ambientale e li hanno incrociati con i casi di
contagio riportati dalla Protezione civile avanzando la fondata ipotesi che il
virus possa essere  veicolato
dall’inquinamento. Ipotesi che spiegherebbe il perché la val Padana,  ed in particolare la Lombardia, una delle
aree più inquinate al mondo,  sia
divenuta l’epicentro del contagio, Un contagio che purtroppo, ad oggi,  non ha ancora raggiunto il suo picco.

Un link rimosso o dimenticato?

La pianura padana è area fortemente inquinata anche in
ragione  della massiccia presenza di
fabbriche manifatturiere, e dell’indotto che esse determinano. Se, come ha
fatto Dario Giovetti su Facebook,  si
confronta la mappa della diffusione del virus con quella degli insediamenti
produttivi si può affermare, con una buona dose di veridicità, che uno dei
luoghi di contagio più probabile potrebbe essere proprio la fabbrica.

Eppure ci sono volute quasi due settimane perché il governo (che
pure ha agito con sufficiente tempestività nel chiudere scuole, parchi, luoghi
della socialità ed ogni forma di vita collettiva in modo da  ridurre il più possibile le relazioni fra le
persone, visto che siamo noi stesse/i a fare da taxi al virus) chiudesse anche
le attività produttive non essenziali.

E così,dentro ciò che l’OMS non ha esitato a definire una
pandemia vista la diffusione su scala mondiale del virus,   nelle fabbriche si è continuato a produrre
merci che non aveva alcun senso produrre e possibile contagio.  L’importante era affermare un potere. Quello
del profitto ovviamente.

“ E qui comando io”

Come ho avuto modo di scrivere in un articolo
apparso su questa stessa rivista qualche tempo fa, la fabbrica resta uno dei
luoghi fondamentali nel consolidare  le gerarchie
che esistono nel corpo sociale.  Come ci
hanno spiegato alcune lavoratrici della Fiat nel convegno “Vita al lavoro, il
senso del lavori: pensieri e pratiche femministe” (Roma, 11-12-13 ottobre 2019)
la rappresentazione, anche simbolica, dei rapporti di potere dentro le
fabbriche è uno dei  dei paradigmi sui
quali si è costruita, e si costruisce, 
l’attuale società asimmetrica, insicura ed ingiusta. Nelle fabbriche
oggi assistiamo ad una lotta di classe all’incontrario (come ebbe a dire
l’indimenticabile Luciano Gallino) attraverso la quale, impunemente, si
continua a  sfruttare ed alienare il
lavoro “operaio”, niente affatto scomparso.

Ne ho avuto
conferma venendo a conoscenza di alcuni atteggiamenti padronali,  mi scuserete se uso il termine “antico” di
“padrone”, ma credo renda bene una realtà non superata.

Prima che
il governo imponesse per decreto la chiusura delle attività non essenziali ( va
detto, ad onor del vero, che in qualche rarissimo caso alcune imprese erano già
state chiuse nel rispetto del diritto alla salute)  le parti sociali avevano stipulato un accordo
secondo il quale le fabbriche potevano restare aperte a patto che rispettassero
le stesse regole imposte alle ed ai cittadini, ripetute come un mantra dalle
emittenti televisive: uso di guanti e mascherine, distanza di sicurezza di
almeno un metro, lavaggio costante delle mani, sanificazione degli ambienti…

Ebbene in
alcune fabbriche tessili alle operaie che chiedevano il rispetto dell’accordo
veniva risposto che guardavano troppa televisione, oppure che avrebbero dovuto
procurarsele da sé le mascherine o peggio che se non erano soddisfatte delle
condizioni di lavoro potevano sempre andarsene….

Detto in
parole povere: fra il profitto e la salute… al diavolo quest’ultima.

Per fortuna
proteste e scioperi di base, le reiterate richieste delle organizzazioni
sindacale e la solidarietà di una buona parte dell’opinione pubblica  hanno fatto sì che il Presidente del
Consiglio imponesse, finalmente ma con colpevole ritardo, il blocco delle produzioni
non essenziali.

O almeno
così abbiamo creduto, illudendoci.

Poche ore
dopo l’annunciata chiusura di fronte alle proteste di Confindustria il capo del
governo ha consentito una tolleranza di due giorni rispetto alla data di
chiusura prevista dal decreto. Non fu così per le attività scolastiche che
vennero chiuse da un giorno all’altro senza fare un plissè.

Beh certo
vuoi mettere l’importanza del mercato rispetto all’istruzione? Non c’è partita.

E così
succede che, nella gemente Lombardia,  si
venga richiamate in fabbrica per finire a telaio una pezza di seta che non
andrà da nessuna parte, favorendo ancora una volte le occasioni di
contagio  per mostrare,
inequivocabilmente,  il “segno del
comando”.

Leggendo il
dpcm si scopre poi che le produzioni ritenute essenziali sono talmente numerose
da scatenare, giustamente, l’ira dei sindacati lombardi che hanno indetto una
sciopero, per ora nei  settori
metalmeccanico, chimico e tessile perché , come riaffermato,.  in questi ultimi anni anche dal  movimento femminista di NonUnaDiMeno,  “Se le nostre vite valgono meno dei vostri
profitti noi scioperiamo”.

E’ un bel
segnale.

Alcuni pensieri senza pretesa

Il virus
nella tragicità del suo evolversi  sta facendo emergere alcuni aspetti che potranno
esserci utili dopo che la drammatica pandemia avrà avuto fine:

– se si
vuole andare alla radice delle disuguaglianze e dello sfruttamento per proporre
altri modelli di società occorre conoscere e costruire legami con  i  luoghi di lavoro  dove il capitalismo mostra la sua faccia più
feroce, a partire dalle fabbriche. Sapendo riconoscere le contraddizioni, di
genere / di classe / di razza, che agiscono sulle soggettività e sulla  materialità delle vite di chi in quei luoghi
lavora;

– altri modelli di società costringono a ripensare il senso e la  funzione del lavoro stesso da immaginare  come attività umana liberata da ogni forma di
dominio, sfruttamento e profitto ed in relazione con la dimensione,
ineludibile,  del prendersi cura di sé e
dell’altra/o;

– sistema
sanitario e welfare pubblici devono essere sostenuti da consistenti risorse
statali  in modo da garantire
l’esigibilità dei diritti sociali previsti dalla Costituzione, a partire
dall’articolo 3 della stessa. Non c’è più scusa che tenga visto che nell’emergenza
si è provveduto a sospendere quel patto di stabilità che sembrava intoccabile.

Ci sarà
bisogno di impegno e di lotta dunque per non tornare alla normalità di prima,
perché “la normalità era il problema”.