Gli epigrammi di Marziale per accompagnare doni

di Maria Pellegrini –

Hominem pagina nostra sapit «la mia pagina ha sapore d’uomo»: con queste parole Marziale, poeta latino del I secolo d. C., rivendica alla sua opera il merito di aderire alla vita. Uno dei tratti che caratterizzano la sua poesia comico-realistica è l’uso di un linguaggio dai modi colloquiali e l’introduzione di una quantità di termini volgari od osceni rimasti per lo più esclusi dalla lingua letteraria. L’intera sua opera è intitolata Epigrammi, genere poetico di cui è ritenuto il maestro indiscusso. Gli ultimi due libri della raccolta, il XIII e il XIV, hanno rispettivamente  il nome di Xenia (doni “per gli ospiti”) e Apophoreta (doni “da portare via”). Sono brevissimi componimenti, la maggior parte scritti in distico elegiaco, e taluni di un solo verso. I primi, scritti per accompagnare i doni che amici e parenti usavano scambiarsi nelle feste dei Saturnali, i secondi, per regali distribuiti ai convitati di un banchetto e talvolta sorteggiati. Sono stati assimilati ai biglietti che accompagnano i nostri doni natalizi.

Gli Xenia sono costituiti soprattutto da cibarie e bevande che Marziale presenta in modo attraente e ingegnoso. Spesso sono gli oggetti stessi a indicare le proprie caratteristiche. Ne diamo qualche esempio. 

Per il dono di salsicce: 

Sono la figlia lucana di una scrofa del Piceno 

sarò una corona gradita alla bianca polenta. (35).

Per una cassetta di olive: 

Questa oliva sottratta ai frantoi piceni,

è la stessa che apre e chiude il pranzo. (36)

Se il regalo è un’anatra, il consiglio è: 

Che l’anatra te la servano intera: ma bontà sopraffina

sono solo il petto e la testa. Il resto rimandalo al cuoco. (52)

Anche un dono povero come le rape può diventare prezioso ricordando che Romolo, il primo re di Roma, abituato a vivere in modo frugale, era solito consumare quei prodotti della terra di così poco pregio, tanto da continuare a divorarli anche nell’aldilà:

Queste rape che ti diamo, maturate nell’invernale gelo,

sono quelle che Romolo si mangia lassù in cielo. (16)

Gradito invece doveva essere il fegato d’oca, una vera leccornia per i romani, ottenuto tenendo le oche in uno spazio ristretto e al buio per farle ingrassare, nutrendole con fichi dall’alto contenuto di zucchero per ottenere lo stesso scopo. Il fegato si ingrossava e ed era chiamato iecur ficatum, fegato ficato (ingrassato mangiando i fichi):

Com’è grosso questo fegato, più grosso della grossa oca!

Dirai stupito: «Ma questo fegato, dove mai è cresciuto?» (58)

A partire dall’età di Augusto l’alimentazione romana si sta raffinando: iniziano a comparire cultura del cibo, abbondanza di spezie e piacere dei sapori. Sulle tavole dei ricchi sono serviti anche fenicotteri, cicogne, colombi, cigni, gru, pavoni, pappagalli, ghiri, tettine e uteri di scrofa farciti. 

Ne è testimonianza Apicio (14-37 d.C.), un patrizio gaudente e buongustaio, appassionato di particolarità gastronomiche, noto per un ricettario pervenuto non nella struttura originaria, dal quale si deducono le sue predilezioni per la selvaggina e gli animali esotici. Tutti questi animali nuovi per la cucina romana, e quelli più comuni, erano offerti in dono e Marziale li fa personaggi dei suoi versi: i Fenicotteri danno spiegazione dell’origine del loro nome: fenicottero significa, in greco, “dalle ali color della porpora” La lingua era la parte più pregiata ma la battuta del poeta la immagina viva in grado di poter rivelare quanto ha udito: 

Le mie penne rosse mi danno il nome, ma la mia lingua

piace ai golosi. E se la mia lingua sapesse parlare? (71)

Al ghiro, scelto come dono, si fanno citare abitudini per cui è noto: 

Passo tutto l’inverno dormendo: sono più grasso 

quando a nutrirmi è solamente il sonno.( 59)

Il fagiano che arrivò in Grecia dalla Colchide ricorda che il suo nome deriva dal fiume Fasi situato in quella lontana regione: 

Feci il mio primo viaggio sulla nave Argo. 

Prima conoscevo soltanto il fiume Fasi. (72)

I versi che accompagnano il regalo di un cigno ricordano che il loro canto più dolce si può ascoltare nel momento che precede la morte: 

Con la sua lingua morbida modula un dolce madrigale

il cigno, il cantore del suo stesso funerale. (77)

La leggenda del canto del cigno prima della sua fine deriva da Aristotele nell’Historia Animalium.

Quanto al pavone si dice che Quinto Ortensio, il famoso oratore contemporaneo di Cicerone, sia stato il primo a servirlo in occasione di un suo sontuoso banchetto. La novità, seguita da molti contemporanei, fece lievitare il prezzo di questo animale e delle sue uova. Ovidio condannando il lusso a tavola ricorda che nei tempi della repubblica  c’era frugalità e semplicità e il pavone «per nulla piaceva, se non per il piumaggio». Infatti il poeta scrive: 

Lo ammiri tutte le volte che apre la coda piena di gemme

e hai il coraggio, o crudele, di consegnarlo al cattivo cuoco ? (70)

A differenza di altri autori che raramente citano il formaggio (caseus) quando descrivono le pietanze dei banchetti, negli Xenia quattro epigrammi sono dedicati a quattro tipi di cacio, quello di Luni (al confine tra le odierne Toscana e Liguria), il pecorino abruzzese nel territorio dei Vestini, l’affumicato del Velabro (un quartiere romano vicino all’Esquilino) e quello di Trebula (città sabina) buono sia se posto sulla brace, sia ammorbidito nell’acqua. Ecco i versi che accompagnano tali formaggi offerti in dono e le loro caratteristiche: 

Il formaggio contrassegnato dal marchio dell’etrusca Luni

fornirà mille pranzi ai tuoi schiavetti. (30)

Se vorrai fare una colazione leggera senza carne

ecco il formaggio che viene da pecore vestine. (31)

Non sa di qualunque fumo, di qualunque fuoco

Il formaggio che ha toccato fiamma del Velabro. (32)

Trebula ci ha visti nascere: doppio il piacere che diamo,

sia cotti a fuoco lento sia conservati nell’acqua. (33)

I versi degli Apophoreta sono dedicati a varie tipologie di doni, da cibarie a oggetti di uso comune – come una cintura, una coppa, un materasso -, a un quadro, una statua, un libro; oppure un animale o uno schiavo. Con grande vitalità d’ispirazione Marziale illustra i suoi doni (ne sono elencati nelle due raccolte 345) e spesso, come negli Xenia, fa parlare l’oggetto stesso che si presenta nelle sue caratteristiche: la materia di cui è composto, la qualità, il valore. Il risultato è un inventario vivace e fantasioso di tutto ciò che è presente nella vita quotidiana di uomini e donne del suo tempo.  

Citiamo qualche esempio: per accompagnare il dono di una cintura ecco un “ biglietto” da unire all’oggetto donato: 

Ora sono abbastanza lunga: ma se, anche d’un peso lieve, 

il tuo ventre si gonfia, sarò allora per te una cintura breve. (151) 

Per un mantello di lana che si usava mettere sopra il pallium:

Nel periodo invernale, le vesti troppo leggere

non fanno bene: la mia lana riscalda il vostro mantello (138).

Anche un cuscino avrà i suoi versi:

Se ti bagni il capo con il nardo di Cosmo, il cuscino profumerà.

Quando i capelli perdono l’unguento, il cuscino lo conserva. (146) 

Se il regalo è un reggiseno, l’augurio espresso dall’oggetto stesso è che avvolga un petto delicato:

Ho paura delle maggiorate, regalami a una ragazza tenera,

così che il mio lino possa godere di un petto di neve. (149)

Il calore di una spessa coperta non basterà a riscaldare chi la riceve in dono. Ecco perché:

Sul lenzuolo di porpora splendono coperte pesanti.

A cosa servono se la tua moglie vecchia ti congela? (147)

Regalando bicchieri, questi sono i versi che l’accompagneranno:

Siamo bicchieri popolari fatti di vetro a tutta prova,

il nostro cristallo non si rompe nemmeno per l’acqua bollente. (94)

Spesso il dono era un animale: un levriero, una cagnolina, un cavallino, e compaiono anche una serie di uccelli parlanti, c’è un pappagallo che si vanta di aver imparato a salutare l’imperatore: 

Come un pappagallo imparerò da voi altre parole: 

da solo ho imparato a dire: «Salve, mio imperatore». (73)

Per il distico che accompagna il dono di un usignolo si fa riferimento a un mito antico: 

Filomela l’usignolo piange il delitto di Tereo incestuoso:

la muta fanciulla di un tempo è ora un uccello melodioso. (75)

Secondo il mito narrato da Ovidio, Filomela fu violentata da Tereo, re di Tracia, marito di sua sorella Procne. Per impedirle di parlare l’uomo le tagliò la lingua, ma la giovane riuscì a comunicare l’accaduto alla sorella ricamandolo su una stoffa. Procne per vendetta uccise il figlioletto Iti e ne imbandi le carni al padre Tereo. Inseguite da lui con una scure le due sorelle fuggirono implorando l’aiuto degli dei che mutarono Filomela in usignolo e Procne in rondine.

Gli animali parlanti erano molto apprezzati dai romani facoltosi che li esponevano con orgoglio nelle loro case. Il regalo di una gazza è accompagnato da un biglietto nel quale l’animale si presenta così: 

Io, gazza, chiacchierona, saluto te padrone, con voce sicura:

se tu non mi vedessi, diresti che non sono un uccello. (76) 

Se il dono è un libro di un autore per il quale il poeta nutre una sorta di ammirazione, in un breve spazio egli fissa un particolare significativo che lo caratterizza. Sono offerti in regalo libri di Livio, Sallustio, Ovidio, Tibullo, Lucano, Catullo, Omero, Virgilio, ma anche poemetti curiosi come la Batracomiomachia attribuita a Omero (che si riteneva fosse originario della Lidia) che narra la lotta delle rane e dei topi, venuti a guerra. Con i suoi versi il libro stesso invita chi lo avrà in dono a compiacersi della sua lettura: 

Leggi per bene la storia delle rane cantata nel poema lidio

imparerai a sorridere per le mie bagatelle.(183)

La Culex di Virgilio invece ricorda la discesa agli inferi di una zanzara (Culex in latino) ingiustamente uccisa da un pastore:

Prendi, o studioso, la Culex di Virgilio maestro della parola:

non lasciare le noci per leggere «L’armi canto e l’uomo».(185)

Marziale immagina che l’opera esorti chi la riceve a preferirla, perché adatta all’atmosfera dei Saturnali e ad abbandonare la più impegnativa Eneide di cui si cita l’inizio: Arma virumque cano .

Marziale farà dell’epigramma il suo genere esclusivo, l’unica forma della sua poesia, apprezzandone soprattutto la brevità, la ricchezza di un lessico semplice che rispecchia la realtà quotidiana, una società, il teatro della vita, nobilitato dall’espressione poetica. 

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