Dubliners: gabbia per topi

Dubliners

di Stefano Galieni – E se invece che partire dalle leggi partissimo dalle persone? Li chiamiamo in gergo “dublinati” o “dublinanti”, “dubliners” insomma, ma poco hanno a che fare con Joyce. Sono coloro che giunti da un percorso di fuga in uno degli Stati membri dell’UE provano a varcare le frontiere per raggiungerne un altro, magari avendo parenti, amici o migliori prospettive di vita. Se intercettati e se, a causa del sistema Eurodac attraverso cui le loro impronte digitali sono sistematizzate, vengono rispediti immediatamente nel paese in cui sono stati identificati. Ne arrivano a decine ogni giorno, soprattutto negli aeroporti italiani e finiscono in un limbo che ha il sapore amaro dell’inferno. Devono attendere che la loro domanda venga esaminata, vedono sospeso il proprio presente nell’attesa di una risposta troppo spesso negativa che li fa precipitare nella nebbia dell’invisibilità. Spesso inespellibili, per le condizioni del paese di provenienza o per mancanza di relazioni diplomatiche con lo stesso, finiscono, se va bene, a riprendere posto nel sistema di accoglienza o, molto più spesso, ad alimentare le condizioni di marginalità.

Effetti del “Regolamento Dublino” (da cui il nome) che dagli anni Novanta e dopo diverse modifiche, continua a trattare le persone come pacchi privi di volontà. Un “regolamento” e non un “trattato” come spesso viene equivocamente chiamato, secondo cui si è obbligati, tranne casi specifici e comprovati, a fermarsi dove si è arrivati, anche se da un’altra parte, a poche centinaia di chilometri di distanza magari si ha la possibilità di avere un futuro senza pesare sulle spalle dello Stato. Nato originariamente con lo scopo di “impedire che il richiedente asilo provasse a cercare protezione in paesi diversi” è divenuto immediatamente una gabbia che di fatto ha da una parte deresponsabilizzato i paesi più lontani dalle frontiere esterne, dall’altra gettato le basi per la criminalizzazione di chi fugge, immediatamente qualificato come “clandestino”.

Per alcuni anni si sono salvati coloro che fuggivano dalle grandi emergenze umanitarie come la Siria, l’Iraq, l’Afghanistan, il Kosovo, che hanno trovato modo di bucare le maglie e di trovare riparo nei paesi che però avevano immediatamente bisogno di manodopera non soltanto di basso profilo professionale, oggi le gabbie si sono chiuse e i controlli sono aumentati a dismisura.

Fino al 2014 la polizia italiana evitava di prendere a tutti le impronte e in molti riuscivano ad attraversare le frontiere, a nascondersi fino a quando potevano riuscire a chiedere asilo nel paese scelto, poi l’UE ha imposto maggior rigore – e non per l’aumento delle persone ma per ragioni di politica interna – e di fatto l’intero continente si è trasformato in uno zoo in cui animali a due zampe venivano rimpallati continuamente fino a distruggerne le esistenze.

E più si cercavano i modi per oltrepassare le frontiere più aumentavano le vittime sulle strade, sotto i camion, sui monti e fra i crepacci, sulle ferrovie e in ogni altro modo orribile esista per perdere la vita.

La richiesta di modificare il “regolamento”, di ampliare almeno la fascia di persone che, per ricongiungimento familiare, per legami comprovati in un altro paese, per conoscenze linguistiche o addirittura per competenze professionali, avrebbero diritto a cercare altre chance non passava.

Una proposta inizialmente ottima, poi mitigata da mediazioni obbligatorie, veniva approvata nel 2017 al parlamento europeo grazie ad un buon lavoro italiano, soprattutto dell’europarlamentare Elly Schlein.

Come prevedibile la riforma veniva ulteriormente mitigata al Consiglio d’Europa, vero organismo di potere UE, anche gli spazi per poter essere ricollocati in un altro paese erano subordinati a comprovate esigenze del paese europeo richiedente. Un modo per contentare insomma il “gruppo di Visegrad” paesi retti da regimi reazionari, capitanati soprattutto dall’Ungheria di Orban (che il ministro Salvini prende ad esempio), che pretendono di non accogliere neanche un richiedente asilo.

Su richiesta della Bulgaria si è votato sulle modifiche proposte e le riforme non sono passate tanto per i “governi Visegrad”, quanto per il voto contrario di Spagna, Italia e Germania.

Il ministro Salvini, assente in quanto al momento del voto non aveva ancora ottenuto la fiducia, di fatto ha seguito la linea Minniti, opponendosi ad ogni riforma e sperando di poter tornare ai “bei tempi” del ministro Maroni, quando si attuarono, in nome dell’”ostacolo Dublino”, respingimenti di massa poi giudicati illegali. Si replica ancora, questa volta con maggior consenso nel paese.

Nel frattempo, non volendo / potendo intervenire sul regolamento, gli stati UE vanno riutilizzando strumenti vecchi e fallimentari spacciandoli come nuovi, dalla Guardia di frontiera europea agli Hotspot in Africa, propaganda pura che serve apparentemente a placare gli animi di chi vorrebbe sparare sui gommoni ma in realtà legittima le frontiere chiuse.

Certo è che scrivere di questa assurdità il 20 giugno, nella Giornata mondiale del rifugiato, mai come oggi così insultata, disprezzata e fatta oggetto di bieca propaganda politica, mette in difficoltà e mette in piazza il fallimento strutturale dell’UE

Cosa potrebbe fare una sinistra europea compatta? Innanzitutto chiedere non la riforma ma l’abrogazione del regolamento e proporre invece un “diritto d’asilo europeo” che permetterebbe ai circa 150 mila richiedenti l’anno, di cui solo il 60% ottiene forme di protezione, di scegliere dove andare avendo di fronte un continente immenso popolato da 530 milioni di persone.

Accanto a questa prevedere ingressi legali per ricerca lavoro, anche temporali, sulla base delle reali opportunità e insieme una lotta tanto allo sfruttamento e al lavoro nero di cui sono vittime in Europa quanto al commercio di armi e al sostegno a dittature che impoveriscono i paesi da cui si fugge.

Dicono “aiutiamoli a casa loro?” cominciamo a farlo realmente allora e non a finanziare forme di falsa cooperazione che si traduce in business neocolonialista.

Dublino potrebbe tornare in questa maniera ad essere la città natale di Joyce, il luogo splendido in cui si balla e si beve buona birra e non il simbolo disastroso di un continente in frantumi

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