intersezioni femministe

Françoise Vergès, femminista indocile e resistente

Ricominciamo le pubblicazioni nella rubrica “Intersezioni femministi” restando nel solco del femminismo decoloniale.
In questo numero presentiamo il pensiero di Françoise Vergès, politologa francese, attivista femminista decoloniale.
Vergès nasce a Parigi il 23 gennaio 1952. Nel 1995 consegue un dottorato in scienze politiche all’Università di Berkeley in California, con la tesi “Mostri e rivoluzionari. Storia e cura della famiglia coloniale”.
Ha insegnato all’Università del Sussex e fatto parte del dipartimento di scienze politiche presso il Centre for Cultural Studies all’Università di Londra. I suoi studi riguardano, in particolare, il problema della schiavitù coloniale indagati attraverso una chiave di lettura specifica, quella postcoloniale.
È Presidente dell’associazione “Décoloniser les arts”e dal 2009 anche del “Comitato nazionale per la memoria e la storia della schiavitù”.
È l’autrice di numerosi libri, tra cui Le ventre des femmes. Capitalisme, racialisation et féminisme (2017), Nègre je suis, Nègre je resterai. Entretiens avec Aimé Césaire (2005).
Il suo ultimo libro, Un féminisme décolonial, è stato tradotto e pubblicato in Italia nel 2020 con il titolo Un femminismo decoloniale, edito da Ombre Corte.
In questo libro Vergès muove una serie di critiche a gran parte del femminismo occidentale.
Pur non mettendo in discussione i successi ottenuti dal movimento femminista grazie alle sue lotte, l’autrice afferma che il femminismo occidentale ha creato, suo malgrado, delle profonde disuguaglianze tra le donne: da un alto, ci sono donne che godono di una carriera interessante e ben retribuita, potendo conciliare il modello maschile di successo professionale con la vita familiare e le incombenze di casa; dall’altro, ci sono altre donne che conoscono unicamente la precarietà del lavoro, il part-time forzato, i bassi salari, gli abusi sul posto di lavoro e che non possono contare in nessun aiuto nella sfera domestica. Gran parte di queste ultime sono donne immigrate, una forza lavoro razzializzata che svolge lavori poco qualificati e quindi sottopagati, spesso a tempo parziale e di solito all’alba o alla sera quando gli uffici, gli ospedali, le università, i centri commerciali, gli aeroporti e le stazioni ferroviarie si sono svuotati, e nelle camere d’albergo quando i/le clienti se ne sono andati/e. Milioni di donne che, senza sosta, puliscono il mondo.
I processi di razzializzazione non riguardano solo il lavoro ma agiscono su piani differenti – giuridici, culturali, sociali, politici – e producono un effetto specifico quello di etichettare e stigmatizzare persone i gruppi di immigrati. Per questa ragione la razzializzazione, abbinata al genere e alla classe, produce forme specifiche di esclusione.
Partendo da tutto ciò, Françoise Vergès prova a mostrare come la divisione del mondo, a opera dello schiavismo coloniale del XVI secolo, abbia contribuito a stabilire scale gerarchiche tra gli esseri umani (fra “un’umanità che ha il diritto di vivere e di una che può morire”). Divisione che, secondo Vergès, ha attraversato, e attraversa consapevolmente o meno, anche i femminismi occidentali.
Saper riconoscere storicamente questa realtà ed avere consapevolezza di quanto non solo il razzismo ma gli strascichi ancora esistenti di colonialismo agiscano concretamente per escludere e sottomettere donne- ed uomini- migranti, potrebbe divenire il punto di partenza per costruire nuove alleanze transnazionali.
A questo proposito Françoise Vergès elabora la proposta di “femminismo decoloniale”, un femminismo indocile e di resistenza.
Un femminismo capace di tenere insieme le lotte, iniziate da secoli, dalle donne ritenute “secondo sesso”, con quelle degli indigeni autoctoni, degli schiavi, dalla comunità LGBTQI+ e da tutti gli altri emarginati dalla società patriarcale, borghese, capitalista.
L’unità delle lotte per affermare il diritto ad esistere.
Vergès vede nelle femministe decoloniali quelle donne, e non solo, che vanno al di là del concetto convenzionale di femminismo perché consapevoli che in Europa così come in America del Sud, in Asia e in Africa non si può che lottare,contemporaneamente, contro il neoliberalismo, contro il sessismo e il femminicidio, contro il razzismo e il colonialismo.
Un femminismo decoloniale non può che essere capace di rivendicare il diritti dei popoli autoctoni a stare sulla loro terra nativa, di interessarsi di questioni ambientali, di denunciare lo sfruttamento e le insopportabili gerarchie di classe, di sesso, di razza.
Essere femministe decoloniali significa cogliere l’intreccio “tra i rapporti materiali nelle relazioni di dominio”, riconoscere e sottolineare le connessioni/intersezioni, tra esperienze differenti, in ogni parte del mondo, che hanno in comune la volontà di provare a ri-pensare, ri-scrivere, ri-immaginare le struttura per creare modi differenti di stare al mondo. Perché giustizia per le donne significa giustizia per il mondo intero.

Qui l’estratto di una sua lectio magistralis

Nicoletta Pirotta

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