Europa senza timoniere, Italia arenata

di Franco Ferrari – La settimana passata è stata ricca di
notizie che sembrano costituire una matassa da cui non è facile estrarre un
filo che consenta di dipanarla per delineare un quadro se non coerente almeno
comprensibile. Senza questo filo però è anche difficile capire come le forze
che si battono per un’alternativa all’esistente possano trovare un ruolo che,
in Italia, permetta loro di uscire dall’angolo e dalla marginalità.

Intanto abbiamo la Germania scossa profondamente dalla crisi scoppiata in Turingia e le conseguenti dimissioni della delfina designata a succedere alla Merkel. Avevamo scritto non tanto tempo fa che quel Paese stava entrando nell’era dell’incertezza ed è indubbio che ora lo scenario più che incerto sembra farsi caotico. La Cancelliera ha retto il paese per molti anni e con esso ha tenuto in piedi anche la barca europea. È stata un punto di equilibrio e, almeno in politica interna, ha tenuto saldo il discrimine antifascista che ha impedito finora di legittimare i nazional-populisti di estrema destra dell’AfD, come possibile alleato di governo. La sua voce, per far saltare l’accordo che in Turingia aveva consentito di eleggere un presidente liberale con i voti dei neofascisti, è arrivata molto chiara dal Sud Africa, dove si trovava in visita di Stato. Ma evidentemente non altrettanto ferma è stata quella della sue erede designata Annegret Kramp-Karrenbauer che per questo e per altri errori ha rinunciato al ruolo di guida politica della CDU, dove si trovava in attesa di sostituire la Merkel anche alla guida del Governo, quando sarebbe venuto il tempo delle nuove elezioni.

La fase di difficoltà della CDU è evidente, ma il partito conservatore tedesco è il perno della Germania e la Germania è il perno, nel bene a volte ma spesso anche nel male, di tutta la costruzione dell’Unione Europea. C’è una componente della CDU, rimasta finora un po’ sottotraccia che è intenzionata a far cadere la diga antifascista. Lo si è visto proprio in Turingia dove la scelta non è stata solamente locale ma ha trovato avalli e complicità anche più in alto nel partito. Naturalmente la parte più di destra del blocco CDU-CSU è consapevole che un’apertura all’AfD sarebbe un’arma a doppio taglio, perché la sua legittimazione come forza di governo potrebbe rappresentare un’operazione di sdoganamento che la renderebbe ancora più attraente  per una parte dell’elettorato conservatore.

Un’alleanza a destra dei democristiani tedeschi aprirebbe un
problema anche con il Presidente francese Macron, perché indirettamente
legittimerebbe il Rassemblement National di Marine Le Pen come possibile forza
di governo. Infatti subito forte è stata l’irritazione francese verso i
liberali tedeschi che all’Europarlamento si trovano nello stesso gruppo degli
eletti de “La Republique en Marche”, principali protagonisti dell’azzardata
operazione della Turingia. E a sua volta Macron è impantanato nel conflitto
sociale apertosi con la sua controriforma delle pensioni dal quale ancora non
si intravede una via d’uscita.

L’Europa è entrata in un lungo processo di ripensamento
delle sue prospettive, ma rischia di muoversi senza veri timonieri, affidata a
leadership politiche tutte precarie a casa propria e con poche possibilità di
compiere scelte strategiche di rilancio. Questo in un quadro di situazione
economica tutt’altro che brillante per l’oggi e piena di incertezza per il
futuro, nella quale il continente europeo rischia di essere stritolato dalla
guerra dei dazi.

La Turingia però ci dice anche un’altra cosa. Che una forza
di sinistra “radicale”, per usare la definizione prevalente dei politologi, può
conquistare un consenso importante e un ruolo di governo. Infatti il vincitore
delle elezioni è stato il presidente uscente ed esponente della Linke, Bodo
Ramelow. Per uno scostamento di pochi voti che ha influito sulla ripartizione
dei seggi non ha conquistato la maggioranza al Landtstag e questo ha creato una
situazione di stallo in cui si è inserito il gioco pericoloso dell’AfD. Ora i
sondaggi lo danno in forza crescita di consensi, segno che la vicenda ha
risvegliato una coscienza antifascista che a volte sembra invece appannata.

Oltre la Turingia emerge una realtà europea, in contrasto con quella italiano, nella quale la sinistra riesce a conquistare degli spazi di opportunità. Prima è avvenuto con Syriza in Grecia, poi in Portogallo con la “geringonça”, in Finlandia l’Alleanza di Sinistra è al governo, in Spagna è nato un governo di sinistra che include due ministri comunisti per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale. Corbyn è stato sconfitto ma comunque ha portato alla sfida elettorale per due volte una posizione di sinistra, chiudendo, speriamo definitivamente, con il neo-centrismo blairiano. La stessa esperienza di Syriza è stata lontana dalle aspettative, condizionata dai rapporti di forza sfavorevoli, ma non ha portato ad una disfatta del partito, come si poteva temere.

Ora c’è l’Irlanda, con il successo straordinario del Sinn Fein, che partiva, ricordiamolo, dalla conquista di due deputati per la prima volta nel 1997. In poco più di vent’anni ha cambiato completamente uno scenario politico che era più o meno stabile dalla metà degli anni ’20. Certo il pedigree del Sinn Fein è anomalo, perché nasce come fazione anticomunista e militarista dell’IRA (di cui il Sinn Fein era solo una proiezione politica subordinata) a fronte di una componente che si orientava al marxismo e all’analisi di classe. Ora dal 1970 ad oggi quelle due componenti del movimento repubblicano irlandese hanno seguito due percorsi inversi. La componente marxista poi diventata marxista-leninista e filo-sovietica fece all’inizio degli anni ’90 una svolta “occhettiana” fino a confluire poi in un Partito Laburista che in Irlanda è sempre stato molto centrista e tremebondo (dopo la seconda guerra mondiale aveva inserito la parola socialismo nel suo programma, per poi ritirarla a causa della violenta offensiva anticomunista della Chiesa cattolica).

Invece l’attuale Sinn Fein, che nasce dalla componente
Provisional, ha saputo, sotto la guida di Gerry Adams e dello scomparso Martin
McGuinness, abbandonare il militarismo, spostare la propria azione sul terreno
politico, inglobare quei temi del repubblicanesimo sociale abbandonati invece
dall’ala Official con la loro svolta socialdemocratica, e anche far emergere
una nuova leva di dirigenti, a partire dalle due nuove leader che sono arrivate
alla guida del partito al sud e al nord. Il Sinn Fein (ex Provisional) ha
scelto di perseguire un cambiamento senza pentimento. Non condanna l’IRA, che
pure fu responsabile di errori e certamente anche di qualche crimine non del
tutto giustificato pur nel contesto della guerra nelle 6 contee del nord. Ma ha
costruito una prospettiva diversa che non abbandona l’orizzonte della
riunificazione dell’Irlanda ma lo riporta sul terreno dell’azione politica e
della conquista del consenso popolare. Contemporaneamente ha saputo dare voce
al disagio sociale esistente nella Repubblica irlandese, malgrado la ripresa
economica, unendo e non contrapponendo questione nazionale e questione sociale.

In questo quadro tutt’altro che stabile, ma nel quale ci sono anche segnali di speranza, ci si può chiedere: che cosa fa l’Italia e, in Italia, che cosa fa la sinistra? Gli ultimi fatti ci portano qualche indicazione. Innanzitutto si registra la scarsa attenzione a ciò che accade in Europa, che si può vedere anche nella grande stampa, spesso piegata a guardare ciò che accade fuori dai nostri confini secondo l’ottica delle proprie predisposizioni politiche nazionali. È segno di provincialismo, ma anche di una scarsa influenza su ciò che accade al di fuori dei nostri confini. Le forze di governo si accodano alle politiche decise altrove, in particolare negli Stati Uniti, senza mai far emergere una posizione chiara che sia frutto di una visione qualsiasi su quale contributo dare per fronteggiare le contraddizioni del capitalismo a livello mondiale.

A questo corrisponde la conferma di alcuni dati di debolezza
strutturale dell’economia e della società italiane. La situazione economica non
offre finora prospettive di uscita da una lunga stagnazione e gli effetti della
guerra dei dazi congiunta alla crisi industriale tedesca potrebbero avere un
impatto molto pesante nel futuro prossimo. D’altra parte la realtà economica si
intreccia a quella demografica nella quale si conferma l’accelerazione della
tendenza all’invecchiamento per effetto del mancato ricambio demografico. Una
situazione che per certi aspetti ci rende più simili all’Europa dell’est che a
quella dell’ovest. E questa similitudine emerge anche dalla vicenda inquietante
della giornata del 10 febbraio da poco “celebrata”. Ben al di là di quella che
potrebbe essere una disputa storiografica, questa giornata è diventata un
contro-25 aprile, un passaggio utilizzato da molte parti per rimescolare le
carte dei riferimenti ideologici su ciò che è avvenuto durante la seconda
guerra mondiale. La destra impone la sua lettura degli avvenimenti con la quale
si cerca di trasformare i responsabili della guerra in Jugoslavia e gli
iniziatori di una politica razzista verso le popolazioni delle attuali Slovenia
e Croazia in vittime. Contemporaneamente si avalla una lettura
etno-nazionalista del conflitto, trasformando la guerra antifascista in
conflitto tra etnie. Anche il Presidente della Repubblica ha apposto il suo autorevole
sigillo su questa falsificazione politicamente motivata degli avvenimenti
storici.

Nel fondo c’è un’operazione ideologica e di lungo periodo
per sostituire l’anticomunismo all’antifascismo 
come base di un nuovo arco (anti)costituzionale.  All’est Europa si abbattono le statue che
ricordano il ruolo dell’Armata Rossa nella sconfitta del nazismo o, come in
Polonia, si cancellano dalle strade i nomi di coloro che hanno combattuto per
la repubblica spagnola nelle fila delle brigate internazionali. Non siamo
lontani da tentativi di avviare analoghe operazioni di cancellazione della
memoria dell’antifascismo. L’avallo del resto è venuto dalla maggioranza dello
stesso Parlamento europeo con la sua deliberazione sull’equiparazione tra
comunismo e nazismo. Salvo poi per qualcuno ripescare i “valori”
dell’antifascismo, in modo strumentale, all’avvicinarsi delle scadenze
elettorali.

E qui veniamo a qualche considerazione conclusiva sull’Emilia-Romagna che è stata per qualche mese al centro dell’attenzione per la fallita offensiva salviniana di conquista. Una serie di problemi di fondo che rendono fragile il modello di sviluppo perseguito in questi decenni (le contraddizioni ambientali, l’inserimento nel sistema produttivo a trazione tedesca in fase di sofferenza, la precarizzazione del lavoro, il senso di abbandono registrato nelle aree periferiche) restano aperti e la linea continuista del neoeletto Bonaccini non sembra in grado di affrontarli e, a dire il vero, nemmeno di riconoscerne l’esistenza. Soprattutto perché resta intatto un blocco sociale di riferimento che guarda in primo luogo ai desiderata del mondo imprenditoriale.

Nella continuità delle politiche, a partire dalla
rivendicazione dell’autonomia differenziata, emerge però la volontà di prepararsi
a svolgere un ruolo nazionale. Mi pare che vadano lette in questo modo le prime
scelte fatte nella composizione della giunta regionale con le nomine di Vincenzo
Colla, già candidato alternativo a Landini nella guida della CGIL e interprete
di una visione più strettamente collaterale del rapporto tra sindacato e
politiche del centro-sinistra. Sull’altro lato è stata annunciata la nomina di
Elly Schlein a vice-presidente. L’ex europarlamentare  del PD, poi passata a Possibile con Civati, ha
avuto un indubbio successo personale di preferenze nella lista detta
“Coraggiosa” e ora può essere utilmente cooptata all’interno di un sistema di
potere che resta sostanzialmente immutato. Il suo ruolo e peso concreto sono
tutti da verificare, perché tra la retorica della lotta planetaria al
cambiamento climatico e le politiche reali che restano ossequiose agli
interessi tanto degli industriali della plastica che dei cementificatori che
aspirano a riempire il territorio di strade e autostrade, permane un abisso che
non sarà facile colmare.

Quello che si può intravedere è la costruzione in Emilia-Romagna, attorno a Bonaccini, di un’ipotesi di centro-sinistra, neo-centrista nei contenuti, ma con una logica più flessibile nell’integrazione di alleati e di apparati intermedi. Verrebbe da dire: pugno renziano in guanto zingarettiano. Se potrà imporsi come prospettiva di tutto il centro-sinistra nazionale è difficile dirlo. Dovrebbe maturare in cinque anni, ma i tempi della politica si sono accelerati e tutto è diventato più precario. Cinque anni sono un’eternità.