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Emilia-Romagna: non è andato tutto bene

di Nando
Mainardi

Le elezioni regionali emiliano-romagnole tenutesi nel gennaio scorso hanno visto il presidente uscente Stefano Bonaccini impegnato in un’operazione d’immagine senza precedenti, perlomeno se pensiamo al recente passato: la costruzione di un’identità territoriale posticcia, televisiva, funzionale alla propria conferma a governatore prima, all’assalto alla guida nazionale del Pd poi. L’Emilia-Romagna virtuale di Bonaccini sembra, a sentire lui, un mix tra la Svizzera e il socialismo realizzato. Tutto funzionerebbe perfettamente: dalle imprese alla sanità, dalle infrastrutture alle scuole private. Insomma: i primi della classe. Perfino il mare della riviera romagnola, sul profilo Facebook del “governatore”, diventa “magnifico”, “splendido”.

Gli schemi propagandistici di Bonaccini sono stati applicati anche all’emergenza Covid-19: malgrado la situazione certamente grave, la diversità politica e istituzionale emiliano-romagnola avrebbe consentito di minimizzare l’impatto del contagio. In realtà non è andata esattamente così. 

“Il sistema sanitario ha retto”, dicono, per esempio, gli uomini della Regione. Se questo è in parte avvenuto, è stato anche e soprattutto per l’avanzata diseguale e disomogenea del contagio sul territorio regionale, che pure ha mietuto 4.300 vittime ufficiali. Sono state colpite pesantemente alcune province (Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Rimini), in tempi diversi; altre sono state toccate con minore intensità e, infine, vi sono stati territori colpiti solo marginalmente. Ma se appunto il virus avesse marciato in modo più “compatto”, le cose sarebbero andate ben più tragicamente. Basti pensare che, nei mesi di marzo e aprile, il 75% dei contagiati gravi residenti nel piacentino – ovvero la zona più colpita, con i suoi quasi 1.000 decessi ufficiali per Covid-19 – era ricoverato nei reparti di terapia intensiva di strutture ospedaliere di altre province, perché quelle locali erano totalmente sottodimensionate rispetto all’entità dell’emergenza. Cosa sarebbe successo se, contemporaneamente, altre province fossero state colpite dal contagio con la medesima intensità? Certo: tutto ciò non era prevedibile. Ma il taglio di 2.904 posti letto avvenuto in Emilia-Romagna tra il 2012 e il 2018 non ha certo aiutato. La Regione è inoltre intervenuta nei confronti dei territori maggiormente in sofferenza con prescrizioni e limitazioni più severe di quelle adottate dal governo: vero. Ma senza calcare mai la mano, anche quando sarebbe stato opportuno farlo. Non diversamente, in questo, da altri “governatori” e altre Regioni. Per esempio, perché Piacenza non è stata dichiarata “zona rossa”, anche quando c’erano stabilmente 70 ricoveri per polmonite al giorno, che sarebbero diventati nel giro di alcune settimane un migliaio di morti? Perché le ordinanze di Bonaccini lasciavano puntualmente fuori le province di Reggio Emilia e di Parma, in cui a un certo punto il virus ha cominciato a correre esponenzialmente? L’impressione è che le istituzioni “rincorressero” i decessi, ovvero ignorassero tutti i segnali precedenti (numero dei positivi, ricoveri per polmonite, ricoveri in terapia intensiva) e si agitassero solo quando il numero dei morti diventava insostenibile di fronte all’opinione pubblica. Perché? Forse perché imprese e associazioni di categoria hanno fatto sentire la propria voce contro il lockdown, e hanno trovato orecchie disposte ad ascoltarle?  

È emblematico il caso della logistica. In questi giorni, in seguito all’emersione di due nuovi focolai alla Tnt e alla Bartolini di Bologna, la Giunta regionale ha disposto l’obbligo dei test sierologici per i 70.000 lavoratori della logistica dell’Emilia-Romagna, riconoscendo che si tratta di un settore in cui i rischi e l’esposizione sono particolarmente elevati. Adesso, però. Nella fase più acuta del contagio, le ordinanze regionali rivolte ai territori più colpiti chiarivano puntualmente ed esplicitamente che il comparto della logistica non era oggetto di limitazioni, e poteva andare avanti in tranquillità. I profitti di Ikea, Amazon e altri grandi operatori della logistica erano ben più importanti della salute di chi lavora.

Insomma: anche in Emilia-Romagna non è – parafrasando uno slogan nefasto di qualche mese fa – andato tutto bene. Malgrado i post su Facebook del Presidente della Regione dicano il contrario, la “superiorità” emiliano-romagnola da social non è stata sufficiente.

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Assise meridionalista di Lab-Sud
Abbiamo bisogno di un’alternativa di sinistra in Europa

2 Commenti. Nuovo commento

  • Non sono al corrente di quale fosse l’ordinanza regionale relativa alla logistica, ma, abitando in provincia di Piacenza posso dire con sicurezza che nel periodo più critico di corrieri non ne giravano, per me è stato impossibile fare acquisti online in quanto la spedizione ed i tempi di consegna non erano garantiti. Abbiamo sentito tutto e il contrario di tutto, ignoranza, incompenza, impreparazione, interessi, la verità non la sapremo mai.

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  • Maurizio Cabrini
    15/07/2020 18:47

    Tutto drammaticamente vero!

    Rispondi

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