Effetti politici di un’epidemia globale

Segnaliamo un saggio molto interessante di Renzo Mario Rosso, che evidenzia le molteplici facce della crisi coronavirus, dall’applicazione della biopolitica in forma evidente a tutti nel mondo, agli incerti esiti sul processo di integrazione europea.

Ne riportiamo qui solo alcuni brani, invitandovi a leggerlo su volere la luna.it.

Anche se la pandemia da coronavirus-19 è ancora lontana dall’aver dispiegato tutti i suoi effetti devastanti sulle popolazioni fisiche e, indirettamente, ma in modo non meno dirompente, sui sistemi economici e sociali, è subito emersa la percezione che essa potesse rappresentare uno spartiacque fra due epoche diverse: da un lato quella della globalizzazione accelerata del primo ventennio del secolo, sostenuta da un’ideologia dominante liberista; dall’altro, una nuova fase dai contorni incerti, ma senza dubbio caratterizzata da profonde trasformazioni economiche e sociali e mutamenti nel panorama geopolitico internazionale.

[…] I diversi modi in cui l’epidemia è stata affrontata sinora potrebbero anche rappresentarsi nella forma di alcuni trade-off, che in fondo costituiscono diverse declinazioni del contrasto fondamentale fra un modello “autoritario” e uno “democratico”. Una di queste forme è quella del contrasto fra un approccio centralistico e uno più decentrato, quale si è manifestato in Germania e in Italia attraverso ripetute tensioni fra alcune regioni e il centro, fomentate almeno in parte dalle divergenze politiche fra le rispettive leadership, e potrebbe ripresentarsi a maggior ragione in un vero Stato federale come gli USA. […]

[…] Un ulteriore e ancor più insidioso dilemma si presenta sotto forma di trade-off fra un approccio improntato a dare priorità alle problematiche sanitarie ed uno, viceversa, orientato a salvare prima di tutto l’economia: proprio quest’ultima impostazione sembrerebbe quella prediletta da Boris Johnson, colto dall’epidemia nel momento delicato in cui il consenso sulla Brexit potrebbe essere facilmente travolto da una recessione. Analogo è stato il dilemma dell’Italia, dove si è esitato a lungo prima di decidersi alla chiusura delle fabbriche nel cuore produttivo del Paese. Si tratta di nodi complessi, che pongono in una luce cruda le deficienze dei vari modelli “democratici” a fronte degli apparenti vantaggi decisionistici ed efficientistici dei regimi autoritari, per cui la ricerca e la costruzione del consenso non rappresentano, almeno entro certe soglie, un problema. […]

[…] La globalizzazione uscirà profondamente modificata dalla crisi avviata dall’epidemia di coronavirus. Sarà un processo di transizione di lungo periodo dominato, sul piano geopolitico dalla rivalità e dal rapporto complesso fra gli Stati Uniti e la Cina e, sul piano economico, e sociale, da numerose trasformazioni: la divisione internazionale del lavoro, come si è visto, ha evidenziato fragilità che dovranno essere corrette, comportando un accorciamento delle filiere e persino un “ritorno delle fabbriche” […]; i processi lavorativi e l’istruzione ne verranno investiti, potenziando l’automazione e modalità flessibili di telelavoro che già oggi, nei servizi finanziari, possono raggiungere l’80% del totale, nonché di educazione a distanza; più in generale, e in modo più inquietante, le società avranno costituito un enorme laboratorio in cui si sarà sperimentata un’inusitata soppressione della socialità, compensata solo dalla comunicazione virtuale.
In questi scenari caratterizzati da una ridefinizione della globalizzazione e da una ri-nazionalizzazione incipiente, come si colloca l’Europa? […]