editoriali

È arrivata l’ora del tramonto per Netanyahu?

di Franco
Ferrari

La crisi politica israeliana, che si trascina da anni con quattro elezioni anticipate consecutive, lascia intravedere una possibile via di uscita. Si è creata un’eterogenea coalizione che unisce otto partiti che vanno dalla estrema destra alla sinistra sionista, tenuti insieme dall’obbiettivo di archiviare la guida di Netanyahu, unica condizione per evitare le quinte elezioni anticipate consecutive.

La Knesseth, il parlamento israeliano, dovrebbe essere chiamata a pronunciarsi sul nuovo Governo solo domenica 13 giugno, un giorno prima della scadenza istituzionalmente prevista per tale incombenza. Il presidente della Knesseth è un uomo del Likud, strettamente legato a Netanyahu, e il suo obbiettivo è di ritardare il più possibile il voto, sperando di sottrarre almeno un parlamentare dalla coalizione che al momento conta 61 voti a favore su 120 componenti del Parlamento.

Le forze che sostengono Netanyahu hanno messo in campo una campagna furibonda che ha preso di mira diversi esponenti dei partiti che sosterranno il governo di Naftali Bennet. Alcuni di questi, e i loro familiari, compreso bimbi piccoli, sono stati fatti oggetto ripetutamente di minacce di morte1. I manifestanti dell’estrema destra si concentrano davanti alle loro case e un influente rabbino ortodosso ha sollecitato i propri sostenitori a fare “tutto il possibile” per impedire la nascita del nuovo Governo. Questa situazione incandescente ha portato, in modo del tutto inusuale, il capo del Shin Bet, i servizi segreti interni, a invitare le parti politiche ad “abbassare i toni”, come si direbbe in Italia, per evitare che dalla violenza virtuale, che si esprime sui social, si arrivi a quella reale2.

La polemica proveniente dal mondo religioso ortodosso, che si esprime nei partiti Shas e nel “Giudaismo Unito della Torah”, è particolarmente aggressiva nei confronti di Naftali Bennet, leader di Yamina, partito con una forte presenza tra i coloni che occupano illegalmente i territori della Palestina occupata nel ’67, in quanto quest’ultimo è considerato un “traditore” della causa. Bennet, che si proclama ortodosso dal punto di vista religioso, sarebbe il primo capo di Governo israeliano ad indossare la kippah.

I settori religiosi ortodossi hanno acquisito un peso crescente sotto i governi di Netanyahu essendo parte fondamentale del suo blocco. In questo hanno condizionato diversi aspetti della vita sociale israeliana, suscitando crescente ostilità nella parte laica del Paese. Hanno via via rivendicato finanziamenti crescenti per le loro attività, mantenendo l’esonero dall’arruolamento nell’esercito per gli studenti delle scuole religiose, imposto vincoli stringenti per le attività che è possibile svolgere nella giornata di sabato e così via. Al momento cercano anche in tutti i modi di impedire che si crei una commissione di esame per valutare la tragedia di Meron, nella quale, per mancanza delle più elementari norme di sicurezza, nel corso di una cerimonia religiosa, sono morte decine di persone.

La divisione tra settori religiosi ortodossi e mondo laico è solo una delle fratture crescenti che attraversano Israele. Gli haredim sono anche in feroce polemiche con la parte riformatrice dell’ebraismo religioso. Una delle questioni controverse riguardano il controllo delle possibili conversioni religiose. Ortodossi e riformatori non sono esattamente d’accordo chi sia effettivamente “ebreo”. Un tema non irrilevante anche per i suoi effetti politici, in quanto Israele, sulla base dell’ideologia fondativa sionista, riconosce il diritto di cittadinanza a qualsiasi persona che sia riconosciuta come ebrea in qualunque parte del mondo. Recentemente la Corte suprema israeliana ha tolto il monopolio dell’attribuzione dell’identità ebraica ai rabbini ultra-ortodossi. Nel corso della campagna elettorale del marzo scorso, il partito del “Giudaismo Unito della Torah”, ha diffuso un video nel quale si sosteneva che i rabbini riformatori avrebbero accettato come ebrei anche dei cani3. Persino lo stesso Bennet ha dovuto criticare un’argomentazione che utilizza contro una parte del mondo ebraico, le stesse metafore abitualmente utilizzate dagli anti-semiti.

La coalizione che dovrebbe, salvo inciampi, incoronare Bennet come Primo Ministro, contiene al suo interno il partito islamico Ra’am guidato da Mansour Abbas. Sarebbe la prima volta che una formazione politica insediata nella minoranza arabo-palestinese entra a far parte esplicitamente di una coalizione di governo. Abbas aveva già avviato trattative con lo stesso Netanyahu. Il suo partito ha rotto l’unità delle forze politiche arabe che erano riuscite a convergere nella Lista comune, nella quale la presenza più significativa era determinata dalla coalizione Hadash. Il Fronte Democratico per la Pace e l’Uguaglianza formata nel 1977 dal Partito Comunista Israeliano e da altre forze progressiste è stato per diversi decenni il principale raccoglitore dei consensi elettorali della minoranza araba. Ha sempre però rivendicato il carattere di forza politica bi-nazionale e garantito una presenza parlamentare anche a figure provenienti dalla maggioranza ebraica, come il popolare politico di Tel Aviv Dov Khenin che ha da poco lasciato il suo seggio di parlamentare.

La Lista Unita era riuscita a mobilitare in modo significativo l’elettorato palestinese spesso tentato dall’astensione vista la scarsa possibilità di incidere su un sistema politico che afferma la natura etnica di Israele. La rottura intrapresa da Mansour Abbas, legata anche alle nuove relazioni instaurate dagli israeliani con alcuni paesi arabi introdotte dal cosiddetto “Patto di Abramo”, ha diviso profondamento anche la minoranza araba. Abbas avrebbe ottenuto, in un programma comune di governo il cui testo non è ancora stato reso pubblico, maggiori finanziamenti per le città arabe, il riconoscimento di alcuni villaggio finora considerati illegali e quindi privati di qualsiasi servizio pubblico, un maggiore intervento contro la criminalità comune che negli ultimi è andata crescendo tra le comunità arabe anche in conseguenza delle più difficili condizioni economiche e sociale esistenti in questa parte del Paese.

Quanto la presenza di Ra’am nella possibile maggioranza di governo possa favorire una ricucitura tra la maggioranza ebraica e la minoranza araba è difficile prevedere. Le vicende delle ultime settimane che hanno visto scontri pesanti in alcune città miste, come Lod (un tempo l’araba Lydda prima della pulizia etnica del ’48) o Jaffa, hanno fatto emergere la frustrazione di gran parte della minoranza che si percepisce sempre di più come cittadinanza di serie B. Anche in questo le politiche di Netanyahu hanno approfondito il solco.

Nei prossimi giorni potrebbero emergere nuovi elementi di conflitto. La destra estremista ebraica è intenzionata ad organizzare una marcia pe rivendicare ad Israele l’intero possesso della città di Gerusalemme. Inizialmente il percorso della manifestazione dove attraversare la Porta di Damasco e da lì provocatoriamente entrare nei quartieri arabi. Dopo varie esitazioni la polizia ha vietato questo percorso che avrebbe potuto scatenare nuovi incidenti. Non è ancora chiaro al momento di scrivere, se gli estremisti, alla cui testa si trova il partito del “sionismo religioso”, alleato ed alimentato dallo stesso Netanyahu per ragioni elettorali, accetterà il nuovo percorso4. È risultato evidente che, dietro a questa iniziativa, vi sia anche il tentativo, di alimentare il conflitto per rendere più difficile la decisione delle formazioni più estremiste dalla nuova coalizione (come Yamina) di abbandonare ogni ipotesi di collaborazione con il Primo Ministro in carica.

Il secondo elemento di conflitto riguarda la possibile decisione della magistratura sulla rimozione di alcune famiglie arabe dalle case in cui vivono da decenni, nella parte di Gerusalemme militarmente occupata da Israele (Sheick Jarrah). La destra ebraica si pone apertamente l’obbiettivo di mutare in modo significativo la composizione etnica di Gerusalemme est alfine di rendere impossibile il rispetto di quanto previsto dagli accordi di Oslo e comunque di qualsiasi ipotesi di fare della città una capitale condivisa dei due ipotetici stati conviventi nella Palestina storica. L’allontanamento delle famiglie arabe dalle loro case, col pretesto che queste ospitavano ebrei prima del ’48, insieme alla costruzione mai interrotta di nuovi insediamenti destinati esclusivamente ai coloni, fanno parte di questa politica che è difficile non definire di pulizia etnica. L’Avvocato generale dello Stato israeliano che avrebbe potuto intervenire per congelare la situazione si è rifiutato di farlo.

La sinistra arabo-israeliana di Hadash unitamente al Partito Comunista che ne fa parte, ha dichiarato la propria opposizione al nuovo Governo5. Anche se questa coalizione si presenta come “blocco del cambiamento” in realtà si ritiene che essa non rappresenti una reale volontà di mettere in discussione le politiche perseguite da Netanyahu nei suoi 12 anni di direzione quasi incontrastata del governo israeliano. E questo riguarda sia i temi socio-economici, sia il riconoscimento della piena cittadinanza della minoranza araba, né infine la reale volontà di riprendere un “processo di pace” che meriti effettivamente questo nome. Per quanto riguarda i territori occupati non è ancora chiaro se continuerà l’estensione degli insediamenti illegali. Per ora quanto emerge dalle dichiarazioni dei responsabili politici israeliani è l’intenzione di rianimare l’Autorità nazionale di Abu Mazen in funzione anti-Hamas6.

La sinistra bi-nazionale non sionista ritiene che non basti un cambiamento di persone per giustificare il sostegno ad un governo che non realizzi un effettivo mutamento di politiche. In tal senso va ricordato che diversi partiti della nuova coalizione sono sorti da rotture tra collaboratori e alleati di Netanyahu con l’attuale Primo Ministro come lo stesso Bennet, Liberman, Saar. Degli altri partiti, praticamente tutti, ad eccezione del Meretz, in momenti diversi hanno governato con il Likud.

Con questo non si vuole dire che il possibile tramonto di Netanyahu, che potrebbe portare anche al suo imprigionamento a causa dei processi in corso per corruzione, sia irrilevante. Netanyahu si è dimostrato sicuramente un politico molto abile, si è avvantaggiato di continui equilibrismi che però hanno aggravato tutte le possibili contraddizioni e linee di frattura esistenti in Israele. Ha di fatto reso impossibile il completamento del processo avviato ad Oslo e non ha cercato di risolvere il conflitto con i palestinesi ma lo ha semplicemente lasciato marcire, sperando di non doverne mai pagare il prezzo. Ha puntato su alcuni elementi della situazione internazionale che hanno giocato a suo favore, quali lo spostamento dell’interesse di una serie di paesi arabi dalla situazione in Palestina al conflitto con l’Iran e il rafforzarsi della corrente nazional-conservatrice nel mondo, in particolare con l’elezione di Trump. Ora con l’Amministrazione Biden, anche se non ci saranno probabilmente mutamenti significativi nella politica statunitense, l’asse ideologico e non solo di interesse con gli Stati Uniti è meno forte.

L’uscita di scena di Netanyahu, se sarà confermata, aprirà comunque una fase di maggiore incertezza nella vita politica israeliana. Molte contraddizioni potrebbero acuirsi e richiedere una qualche forma di soluzione che l’eterogenea coalizione degli otto partiti guidati dalla coppia Bennet-Lapid potrebbe non essere in grado di dominare. Un osservatore americano, esperto di Medio Oriente e di questioni strategiche presso il CSIS (un centro studi autorevole di orientamento centrista), Anthony Cordesman ha definito in questi giorni la situazione israelo-palestinese come tendenziale deriva verso una serie di “Stati falliti”, tra i quali ha inserito lo stesso Israele7. Definizione che può sembrare eccessiva ma che indica come questo Paese attraversi una crisi non superficiale e non solo riconducibile alla frammentazione del suo sistema politico.

  1. https://www.timesofisrael.com/i-feel-unsafe-yamina-mk-silman-speaks-of-threats-against-her-and-her-children/.[]
  2. https://www.timesofisrael.com/shin-bet-head-in-rare-warning-stop-violent-discourse-now-someone-will-get-hurt/.[]
  3. https://www.timesofisrael.com/haredi-party-likens-reform-and-conservative-converts-to-dogs-with-kippot/.[]
  4. https://www.timesofisrael.com/jerusalem-flag-march-to-be-held-next-tuesday-2-days-after-vote-on-new-coalition/.[]
  5. https://maki.org.il/en/?p=27912.[]
  6. https://www.timesofisrael.com/ashkenazi-says-israel-will-strengthen-pa-against-hamas/.[]
  7. https://www.csis.org/analysis/israel-and-palestinians-two-state-solution-five-failed-states.[]
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