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Diritto di voto alle donne: una lunga strada e una storia di lotte

di Nicoletta
Pirotta

Il primo febbraio 1945, all’interno di un’Italia ancora non completamente liberata dalla dittatura fascista, seppure attraversata dalla lotta di liberazione, il Governo presieduto da Ivanoe Bonomi con il decreto numero 23 estese il diritto di voto a tutte le donne maggiorenni. Da questo erano escluse le minori di 21 anni e le prostitute (sic!).
Per precisione va detto che quello che si ottenne fu il solo diritto di voto attivo cioè la possibilità di eleggere ma non di essere elette (diritto passivo). Per ottenere anche quest’ultimo si dovette aspettare un altro anno: con il decreto nr. 74 del 10 marzo del 1946, si stabilì l’eleggibilità delle donne in ambito politico e amministrativo. Così per la prima volta nella storia due donne divennero sindaco: Ada Natali, a Massa Fermana, nelle Marche e Ninetta Bartoli, a Borutta, in Sardegna.

Da quel febbraio del 1945 le donne, considerate essenzialmente come mogli e madri, specie nella dittatura nazi-fascista che ne esaltava più di quanto non fosse già avvenuto nel passato le doti familistiche e casalinghe, ottennero, nel febbraio del 1945, un diritto fino ad allora negato.

Il 1° febbraio 1945 può ritenersi una data storica per le donne.
In occasione di questa ricorrenza ho pensato a quanto fossero lontani quei tempi, non solo dal punto di vista temporale. Oggi le democrazie occidentali sono in declino sia sul piano formale che sostanziale. La lenta dissoluzione dei diritti sociali ha fortemente ridotto l’esigibilità di questi ultimi, agendo negativamente sulla materialità delle nostre vite, mentre sul piano formale la democrazia elettiva è resa ancor più fragile da un astensione in formidabile aumento. Nel nostro Paese l’astensionismo è stato per anni un fattore meramente fisiologico oggi però sta diventando una vera e propria malattia. Alcuni elementi rendono questo fatto comprensibile: una politica istituzionale, con rare e marginali eccezioni, sempre più chiusa nei palazzi del potere ed incapace di rappresentare i bisogni reali delle persone non può che generare delusione, disaffezione, distanziamento e protesta silenziosa.

Epperò in un periodo storico come quello che stiamo vivendo, caratterizzato da un prepotente ritorno di ideologie fondamentaliste, misogine e razziste dentro il quale la guerra torna ad essere paradigma della soluzione dei conflitti, la crescita dell’astensionismo diviene un elemento utile all’ulteriore indebolimento della democrazia che, seppur imperfetta, ha comunque garantito uno stato di diritto.

Giova ricordare che, anche nel nostro Paese, il diritto di voto, in particolare per le donne,  non fu una gentile concessione ma il risultato di impegno e di lotte che venivano da lontano.
Senza dubbio l’attiva partecipazione di molte donne alla Resistenza, con e senza armi, insieme al ruolo sociale di primo piano che assunsero nel far fronte ai disastri della guerra, come ci ha ricordato la compianta Miriam Mafai nel suo bellissimo libro Pane nero, diedero alle donne stesse la consapevolezza di essere soggetti a cui spettava eguaglianza di diritti, libertà di scelte,cittadinanza piena.
Una consapevolezza che ha consentito e consente di continuare a lottare visto che la strada per veder riconosciuti i propri diritti, individuali e sociali,  e la propria libertà di scelta è, per le donne, ancor oggi, una strada in salita.

Le donne votarono per la prima volta nelle elezioni amministrative della primavera del 1946 nonché nel successivo referendum del 2 giugno per scegliere la monarchia o la repubblica e per eleggere l’Assemblea costituente.
Una scelta referendaria che non riguardò “solo” forma istituzionale dello Stato ma rappresentò l’inizio di una nuova storia che ebbe nella Costituzione Italiana la miglior rappresentazione di sé.
Il voto alle donne ne fu uno degli aspetti fondanti.

Un po’ di storia

È lunga la strada che porta le donne ad esercitare il diritto di voto.
Sin dal 1789, durante la Rivoluzione francese le donne rivendicarono, con forza, emancipazione e piena cittadinanza. Giova ricordare la figura di Olympe de Gouges che ebbe l’ardire, in risposta alla “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino” di scrivere la “Dichiarazione dei diritti della Donna e della Cittadina” nella quale sostenne l’importanza dell’eguaglianza sociale, economica e politica delle donne. Nell’articolo 1 di tale dichiarazione si legge testualmente: «la femme naît libre et demeure égale l’homme en droits. Les distinctions sociales ne peuvent être fondées que sur l’utilité commune» (la donna nasce libera ed uguale all’uomo nei diritti. Le distinzioni sociali possono basarsi solo sull’utilità comune).
Parole forti e chiare, probabilmente troppo avanzate per l’epoca visto che Olympe de Gouges finì ghigliottinata…

Un’altra antesignana delle lotte per l’emancipazione fu certamente Mary Wollstonecraft che nel 1792 scrisse “La rivendicazione dei diritti delle Donne” nel quale veniva sostenuto che l’oppressione delle donne non dipendeva dalla natura delle donne stesse, ma dall’educazione patriarcale, fondata sui principi culturali dell’inferiorità e della subalternità sociale del genere femminile.

Il pensiero di De Gouges e Wollstonecraft continuò a farsi strada nelle epoche successive tanto che si può dire che dalla seconda metà del XIX le rivendicazioni per l’emancipazione ripresero con una maggiore incisività e determinazione. Le donne, maggiormente quelle appartenenti alle classi medio-alta, presero coscienza della loro esclusione dalla vita sociale e politica ed unirono  le loro voci, per aver riconosciuto lo status giuridico che si deve ad ogni essere umano, femmina o maschio che sia. Prese corpo la protesta contro una società che privava le donne di diritti e libertà e contro la cultura patriarcale che considerava il matrimonio e la maternità quali imprescindibili doveri femminili.

Queste tematiche furono al centro delle discussioni della prima convenzione del  movimento delle donne che si riunì a Seneca Falls nel luglio 1848, grazie all’iniziativa di Elizabeth Cady Stanton, promotrice della Women’s Rights Convention, insieme ad altre antesignane del femminismo quali, fra le altre, Lucrezia Mott, Martha C. Wright e Mary Ann McClintock,

La Convenzione di Seneca Falls può essere considerata come la prima assemblea di donne che rivendicarono, pubblicamente ed ufficialmente, i propri diritti e fra questi anche il diritto di voto.
All’interno di questo contesto di lotta per l’emancipazione nel 1869 nacque in Gran Bretagna il movimento delle attiviste per il suffragio femminile. Le donne che vi aderirono lottarono con vigore per migliorare le loro condizioni di vita, incatenandosi a ringhiere, incendiando cassette postali, stampigliando la scritta “votes for women” sui penny, rompendo finestre, convocando comizi femministi nelle strade e nelle piazze. Spesso pagarono con il carcere e la tortura questo loro coraggio. Volendo citare alcune di loro credo sia bene ricordare l’azione di Millicent Garrett Fawcet, di Emmeline e Sylvia Pankhrust.

Le attiviste per il suffragio femminile passarono alla storia con il nome di “suffragette”, termine comparso per la prima volta sul Daily Mail ad opera del giornalista Charles E. Hands.
Il diminutivo non è casuale, il giornalista intendeva sminuire la portata della lotta delle attivista e ridicolizzarne le azioni. Ciò non disturbò il movimento che anzi utilizzò questa definizione accentuandone il significato di lotta, per mettere in evidenza che non solo si reclamava il diritto di voto ma che lo si sarebbe ottenuto ad ogni costo (“to GET the suffrage”).
Con pazienza rivoluzionaria e nonostante le difficoltà e le divisioni interne al movimento, le donne, con le loro organizzazioni, riuscirono ad ottenere ciò per cui lottavano. Nel 1918 il parlamento del Regno Unito approvò la proposta del diritto di voto limitato alle mogli con certi requisiti di età (sopra i 30 anni) che furono ammesse al voto politico. Solo più tardi, con la legge del 2 luglio 1928, il suffragio fu esteso a tutte le donne del Regno Unito.

Il diritto al voto in alcuni paesi occidentali

Il fermento prodotto dal movimento suffragista non si fermò ai confine della Gran Bretagna.
Nel 1906 e 1907 il diritto di voto alle donne viene approvato rispettivamente in Finlandia e Norvegia. Negli anni successivi il resto dei Paesi nordici si unì al voto per l’intera popolazione: avvenne nel 1915 in Danimarca e Islanda, mentre in una parte del resto d’Europa (Austria, Germania, Polonia, Lituania, Regno Unito e Irlanda) la legge fu applicata un po’ più tardi, nel 1918.
In Germania tale diritto venne sancito nel 1919.
Singolare il caso dell’Isola di Man: il diritto di voto venne acquisito nel 1919 ma già nel 1881 venne approvata una legge, unica in tutto il mondo, che garantiva il voto alle donne single e alle vedove che avevano un certificato di proprietà!
Altrettanto singolare è che in Paesi come l’Armenia, l’Estonia, la Georgia, l’Azerbaigian, il Kirghizistan il diritto di voto per le donne fu approvato prima che in Portogallo (1931), a Monaco (1962) o in Andorra (1970).
La Grecia, culla della democrazia, concesse il voto alle donne solo nel 1952.
Il suffragio femminile fu adottato ufficialmente nel 1931 Spagna.

In diversi altri paesi la conquista del suffragio universale fu più tortuosa.
La Francia, ad esempio, seppure aveva avuto già nella Rivoluzione francese con la citata  Olympe de Gouges una prima presa di coscienza, concesse il diritto solo nel 1945.
In alcuni cantoni della Svizzera il diritto di voto alle donne venne riconosciuto nel 1959 ma solo nel 1971 venne esteso a tutti gli altri cantoni.
Il primo stato statunitense a riconoscere parzialmente il suffragio femminile fu lo Stato del Wyoming nel 1869. Negli Stati Uniti prese corpo un movimento analogo a quello suffragista della Gran Bretagna, ma il suffragio universale venne ottenuto dalle donne solo nel 1920, dopo la fine della prima guerra mondiale.

… e in alcuni altri Paesi del mondo

Il primo paese ad introdurre il suffragio universale fu la Nuova Zelanda nel 1893.
Il secondo Paese al mondo a dare il diritto di voto alle donne, in ordine cronologico, fu l’Australia, ma escludendo uomini e donne aborigeni.
Nelle Repubbliche sovietiche la “Lega per l’uguaglianza delle donne” ottenne il diritto di voto nel corso del 1917.
In Turchia il suffragio femminile fu raggiunto per le elezioni parlamentari del 5 dicembre 1934.
In Giappone le donne votarono per la prima volta a livello nazionale nel 1945 e in Cina nel 1947.
In India il voto alle donne fu possibile fin dalle prime elezioni generali dopo l’indipendenza, nel 1947.
In Egitto il suffragio femminile venne promulgato nel 1956 dall’allora presidente Nasser.
In Arabia Saudita, al contrario, il diritto al voto è stato riconosciuto solo nel 2015, a riprova di quanto sia ancora difficile la vita delle donne in questo paese.

Per un quadro più completo:  La mappa che mostra in che anno le donne hanno ottenuto il diritto di voto (tpi.it)

Una breve considerazione  finale

La storia del diritto al voto per le donne e la sua lenta applicazione nelle diverse parti del mondo conferma, a mio avviso, quanto il diritto di voto sia uno dei diritti fondamentali per garantire l’emancipazione e la libertà delle donne.
Un diritto che è stato frutto di lotte, conflitti e rivoluzioni.
Votare vuol dire essere partecipi della propria vita e della propria libertà e, forse, vuol dire anche onorare chi è stata disposta addirittura a morire per aprire alle altre donne la possibilità di esercitare questo diritto.
Ricordarsene, in periodi complessi e inquieti come quelli che stiamo vivendo, non fa male.

Nicoletta Pirotta

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