Dietro l’accordo finanziario si celano pericolose insidie istituzionali

Riportiamo da strisciarossa.it questo articolo di VIRGILIO DASTOLI (N.d.R.)

L’alba del 20 luglio non è stata radiosa per l’Europa ma l’accordo raggiunto dai capi di Stato e di governo dei 27 paesi membri dell’UE, dopo novanta ore di negoziati, ha evitato un pericolosissimo “rompete le righe” con effetti dirompenti sul funzionamento del sistema europeo e con spinte centrifughe nazionali difficilmente ricomponibili nel breve-medio periodo. Il pericolo è stato evitato perché intorno al ritrovato “direttorio” franco-tedesco si è costituita una alleanza di paesi e di governi che hanno appreso come l’interesse nazionale coincida con l’interesse europeo, perché in questa alleanza si è fatta sentire la voce e hanno contato le proposte del governo spagnolo, perché una parte – ma non tutta – la squadra del governo italiano a livello politico, diplomatico e tecnico con il sostegno costante del Quirinale ha scelto senza riserve la strada di questa nuova alleanza, perché questa alleanza inizialmente minoritaria è stata in grado di riunire intorno a sé il consenso della maggioranza riluttante dei paesi membri mettendo in minoranza i cosiddetti governi “frugali”.

Il pericolo è stato evitato perché in tutti i paesi europei – o meglio in tutti i governi europei – continua a prevalere un mutamento culturale prima che politico secondo cui la soluzione dei problemi europei debba essere ricercata in primo luogo nella dimensione europea prima che in quelle nazionali rafforzando il patrimonio delle realizzazioni comunitarie (acquis communautaire) ed è prevalso ancor di più un orientamento maturato dopo il Brexit secondo cui la dimensione ottimale è quella dei 27 e non quella dell’eurozona a 19.

Le priorità della Commissione

La conseguenza di quest’orientamento è la rinuncia all’idea di un bilancio autonomo dell’eurozona e, più in generale, l’uso limitatissimo delle cooperazione rafforzate e l’avvio della cooperazione strutturata per la difesa europea che ha coinvolto venticinque paesi membri svuotandola delle suecapacità dinamiche. Contrariamente a quel che afferma il leader della Lega Matteo Salvini – e, con meno virulenza, la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni – secondo cui l’accordo è una “colossale fregatura” perché dietro le 68 pagine delle conclusioni del Consiglio europeo si nasconderebbe la trojka e il commissariamento dell’Italia, l’attribuzione delle risorse ai paesi in difficoltà siano esse attraverso sovvenzioni (grants) o prestiti (loans) non è condizionato alla sostenibilità delle finanze interne ma al rispetto delle priorità fissate dalla Commissione nelle “comunicazioni” del 27 maggio: transizione ecologica, digitalizzazione e resilienza del sistema economico ivi compresa l’efficienza del sistema sanitario.

Al rispetto di queste priorità si accompagna la difesa degli interessi finanziari dell’Unione per evitare il rischio di frodi o dell’uso dei fondi europei da parte della criminalità organizzata. Fin qui arriva il panorama europeo dopo l’accordo all’alba del 20 luglio se vogliamo trarne le conseguenze politiche sul piano della tenuta del sistema europeo rinnovato nel 2009 con il Trattato di Lisbona e sottoposto al drammatico stress-test della pandemia da COVID-19.

Vale tuttavia la pena di riflettere su altri aspetti politici ed istituzionali legati al percorso che ha portato all’accordo e alle modalità con cui esso sarà messo in opera nei tre steps proposti dalla Commissione: fino al 2024 per l’uso delle risorse eccezionali del piano di rilancio, fino al 2027 per la conclusione del Quadro Finanziario Pluriennale e dal 2028 al 2058 al più tardi per il rimborso dei prestiti derivanti dalle risorse raccolte dalla Commissione sui mercati dei capitali internazionali.

Quattro punti di riflessione

Sottoponiamo a chi ci legge questa riflessione e lasciando alla lettura dei documenti ufficiali l’analisi dei dettagli finanziari dell’accordo.

  1. La scomparsa delle culture politiche in Europa. Alla fine del 2015, la rivista Paradoxa pubblicò un numero speciale, curato da Gianfranco Pasquino, su “La scomparsa delleculture politiche in Italia (Paradoxa, Anno IX – Numero 4). Abbiamo assistito in questi mesi alla scomparsa delle culture politiche in Europa con un mutamento graduale ma radicale dei sistemi democratici nazionali e dell’evaporazione della democrazia politica – in statu nascendi – nell’Unione europea in un quadro largamente omogeneo che dà ragione all’idea di Juergen Habermas del cosiddetto “federalismo degli esecutivi” e alla sua sollecitazione a“Ripensare l’Europa”. L’evaporazione si è accentuata nel tempo sospeso del COVID-19 conl’emarginazione dei parlamenti nazionali e del Parlamento europeo riunitosi virtualmenteper sei mesi e ha raggiunto il suo acme nel negoziato sul “piano di rilancio europeo”. Le tre principali famiglie politiche europee (PPE, S&D, ALDE) si sono presentate intorno ai tavoli dei negoziati in ordine sparso, le alleanze si sono composte e scomposte nel Consiglio europeo dove il peso politico che ha il PPE nei paesi del continente (dodici capi di Stato e di governo; 45%) è preponderante rispetto a quello che ha nel Parlamento europeo (27%) mentre l’influenza dei partiti politici europei -che pure si erano espressi, con priorità diverse rispetto all’accordo del 20 luglio, attraverso i loro gruppi parlamentari – è stata inesistente se si pensa alla frattura fra i socialisti del Nord e quelli del Sud, alla rotta di collisione fra Macron e Rutte, fra Merkel e Kurz (e,purtroppo, in tono sensibilmente minore fra Merkel e Orban). Se si pensa che il Trattato di Lisbona attribuisce ai partiti politici continentali il compito di far maturare la coscienza politica europea dei cittadini (art. 10 TUE) ci si rende conto di quanto cammino deveessere compiuto dalla democrazia europea.
  2. Il Consiglio europeo e il suo Presidente Charles Michel – compiendo un sostanziale abuso di potere – hanno occupato tutto il terreno dei negoziati cancellando la già debole presenza del PE (che non ha voce in capitolo sulle risorse proprie e non deve nemmeno essere consultato sul Next Generation EU che riguarda le spese né sul piano di rilancio europeo che riguarda le entrate) e costringendo al sostanziale silenzio istituzionale la Commissione europea e la sua presidente Ursula von der Leyen.
  3. L’occupazione del terreno dei negoziati da parte del Consiglio europeo ha reso inevitabilialcune conseguenze istituzionalmente negative: il voto all’unanimità e il diritto di veto. il mantenimento degli sconti (rebates) a paesi con un alto prodotto interno lordo, il droit de regard del comitato intergovernativo degli sherpa dei ministri delle finanze sui progettinazionali da finanziare, il freno di emergenza davanti al Consiglio europeo e last but notleast un meccanismo ancor più difficile da applicare del famoso articolo 7 del Trattato di Lisbona per il rispetto dello stato di diritto.
  4. Come ormai sappiamo dalle cronache della stampa, il quadro finanziario pluriennale – che il Consiglio europeo ha voluto mantenere di durata settennale abolendo anche la clausola di salvaguardia della mid-term review – esce massacrato dall’accordo sul Next GenerationEU con forti riduzioni in politiche europee che dovrebbero garantire alle cittadine e ai cittadini europei beni comuni che non possono essere garantiti dagli Stati nazionali ognuno per conto proprio. Emarginato nel dibattito sul piano di rilancio e privo di poteri sulle risorse proprie, il Parlamento europeo ha tuttavia il potere di non accettare il Quadro Finanziario Pluriennale (che comprende i rebates e la garanzia dei prestiti europei) che gli sarà proposto dal Consiglio aprendo un salutare conflitto interistituzionale e ponendo le basi del ripensamento dell’Europa a cui ci aveva sollecitato Juergen Habermas in vista di una profonda riforma dell’Unione  europea per una compiuta democrazia europea rappresentativa e partecipativa.
Da che parte del tavolo era seduto K. Mitsotakis?
Vers plus de fédéralisme et de soumission aux austérité

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