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Dialettica della politica. Rispondendo ad Andrea Amato

di Esteban
Rojo

Leggo con piacere l’articolo di Andrea Amato “Uno strabismo politico pernicioso”. Condivido pienamente la sostanza dell’articolo, che mi permetto di sintetizzare come segue: l’incapacità di riconoscere la continuità della sostanza nel mutamento delle forme. Tutto il sistema mediatico, Tv in primis, ha cambiato di passo. Scrive Amato: «Una televisione che ha incominciato a mettere in atto una azione più organica di cambiamento della cultura generale, sussumendo i “valori” e le pulsioni più viscerali del pubblico e restituendoglieli in termini di modelli, che via via diventano cultura o, meglio, subcultura diffusa, popolare.» Difficile contrastare una simile posizione. Dieci anni or sono di questa subcultura “diffusa e popolare” ne aveva fornito un quadro e ne aveva indicato i pericoli M. Panarari in un libretto di agile lettura e dal titolo eloquente: “L’egemonia sottoculturale.”1

Concordo con Amato sulla «sostanziale continuità tra il berlusconismo e ciò che è venuto dopo: il populismo grillino e il sovranismo della Lega.» Infatti, la base sociale di cui si è fatto interprete Berlusconi e oggi interpreti Salvini e Meloni è composta dai medesimi soggetti: la piccola e media imprenditoria del nord e nord-est, il variopinto mondo dei professionisti, dei piccoli e medi agricoltori e commercianti, classi che riescono a far presa su una fetta importante di operai e sottoproletari.

E l’italianità e il sovranismo che queste classi invocano non sono altro che la forma ideologica dei loro concreti interessi: una forma che cerca di far presa sull’immaginario collettivo quale condizione “elettorale necessaria” per potersi poi tramutare in una politica economica-sociale che li metta al riparo dalla concorrenza mondiale tra capitali.

Certo si è combattuto – continua Amato – «Un antiberlusconismo che è sempre stato ridotto a contrapposizione politica. Sui contenuti e sulla persona, i suoi crimini, la sua “impresentabilità”» cioè una contrapposizionne al berlusconismo che non coglieva l’essenza del vero problema, di quel mutamento antropologico che si andava formando per mezzo delle Tv commerciali e della inversione a U di tutti i mass media e delle istituzioni educative (scuola, università, centri di ricerca, ecc.).

«L’errore di ieri continua ancora oggi; non ci si rende conto che il berlusconismo “è vivo e lotta contro noi”.» Esatto! Ma ciò che mi lascia perplesso sono le conclusioni alle quali Amato giunge: «Forse oggi, per combattere questo progressivo degrado della civiltà, ci vorrebbe non solo quello che fu la Resistenza ma quello che essa sarebbe potuta essere: una rivoluzione. Ciò di cui abbiamo urgente bisogno è, se il termine non fosse ormai abusato, una “rivoluzione culturale”. Già, ma come si fa?»

La perplessità deriva dal fatto che nel suo articolo emergono almeno due constatazioni di fatto: la prima è che c’è voluto un lungo periodo di preparazione culturale, venti anni, affinchè le masse popolari acquisissero quel “senso comune”2 necessario per seguire la nuova narrazione del mondo; la seconda è che ci sono voluti un immensa quantità di mezzi e risorse per ottenere quel risultato, nonché la complicità di fatto della sinistra istituzionale. Queste due constatazioni non avrebbero dovuto portare alle sue conclusioni.

Cercherò di argomentare che una “rivoluzione culturale” non è il punto di partenza, ma semmai un punto di arrivo. Per spiegare questa tesi debbo partire dalla seguente premessa: «La storia di ogni società, sinora esistita è storia di lotte di classi»3. L’analisi di classe per comprendere il movimento del modo di produzione capitalistico è una scoperta scientifica irrinunciabile. In questa analisi economica è necessario semplificare, come in tutte le scienze, per cogliere le tendenze del sistema e le forze che lo muovono: si può parlare così di capitalisti e salariati come delle due classi fondamentali4. Quando passiamo all’analisi politica, e quindi a cercare di comprendere la lotta tra le classi, la semplificazione deve essere lasciata cadere, e al suo posto deve subentrare la ricca complessità della configurazione sociale, economica e culturale.

Quindi, molte classi sono in lotta per contendersi il potere politico. Ma la lotta non avviene ad armi pari: alcune classi dispongono di mezzi di lotta che mancano alle altre classi. Le classi hanno bisogno di unirsi, per diventare una massa critica sufficiente per porsi al Governo del Paese. Nessuna classe da sola ha mai esercitato il potere. Quando più classi, pur con interessi contrastanti nel loro seno, ma con interessi comuni contro tutte le altre classi riescono ad unirsi in un programma condiviso di governo sulla società tutta; esse formano un “blocco storico”5. Ma come si forma questo blocco storico? Attraverso i mezzi materiali alcune classi dominano. La base di tale dominio è nella sfera economica: possesso dei mezzi di produzione e loro tutela per mezzo dello Stato. La struttura economica riproduce continuamente la base di questo dominio. Nelle società di massa sorte sul finire dell’Ottocento, il puro dominio, la pura forza, non è sufficiente a mantenere il potere, è necessario che queste masse, o almeno la loro maggioranza, condividano con le classi dominanti una visione del mondo. Per far diventare questa visione del mondo (meritocrazia, efficienza, competizione, libertà del mercato, ecc.) “senso comune”, sono necessari altrettanti mezzi di produzione: «Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale…»6. Quindi per poter formare tra le classi subalterne una coscienza della loro condizione, cioè la coscienza politica del rapporto in cui si trovano tra loro le diversissime classi (subordinazione di alcune classi ad altre) e il fondamento di questo rapporto (da ricercarsi nella struttura economica), sono necessari non solo gli “intellettuali organici” delle diverse classi, ma, soprattutto, condizione imprescindibile è il possesso dei mezzi materiali attraverso cui gli intellettuali possano veicolare la visione alternativa a quella delle classi dominanti.

Quindi per una “rivoluzione culturale” occorrono da un lato i soggetti e dall’altro i mezzi. I soggetti senza mezzi sono ininfluenti. Ecco perché ritengo che prima della “rivoluzione culturale” è necessario acquisire i “mezzi della produzione intellettuale”. Per acquisire questi mezzi materiali occorre procedere prima ad una rivoluzione politica (1789 o 1917); solo con la conquista di questo potere politico e dei conseguenti mezzi materiali, si possono indirizzare i “mezzi della produzione intellettuale” a costruire una “cultura” diversa da quella dominante. Il problema, allora si sposta e diventa: quali condizioni oggettive e soggettive si rendono necessarie affinchè le classi subalterne possano dar lugo ad una rivoluzione politica, ovvero a formare quel “blocco storico” attraverso cui veicolare la rivoluzione culturale? Questa scansione di presupposti: potere politico e conquista dei mezzi – rivoluzione culturale non deve intendersi in modo lineare e meccanicistico. La dialettica (hegeliana e marxiana) è il fondamento scientifico-metodologico per leggere la relazione e la scansione temporale dei diversi momenti, i quali si articolano nel reale processo di vita in passi in avanti e indietro, in conquiste e riflussi. Ciò sarà meglio spiegato alla fine dell’articolo.

Ogni Rivoluzione richiede varie condizioni oggettive interne ed esterne. Le condizioni di vita nazionali devono essere tali da risultare ormai insopportabili o anacronistiche alle classi subalterne. Le relazioni internazionali devono essere tali da favorire o quanto meno non impedire che la Rivoluzione avvenga. Le classi dominanti sono tra loro collegate a livello internazionale, le classi subalterne no. Un sommovimento politico delle classi subalterne in un paese, richiama l’attenzione delle classi dominanti degli altri paesi7: la storia è piena di esempi basti ricordare la Comune di Parigi del 1871. Date le condizioni oggettive favorevoli ad una Rivoluzione, l’intervento soggettivo delle masse nella lotta politica rivoluzionaria, non è il frutto di una preparazione culturale che la precede. Ciò che le masse fanno, è di seguire quel o quei soggetti, diversamenti strutturati (partiti, bande armate, ecc.), che escono allo scoperto mettendosi alla guida di movimenti già in atto o che stanno sorgendo. Questo è un aspetto molto importante: la rivoluzione non si crea, non è un inizio è una conseguenza. Quindi sono presenti due elementi: da un lato il movimento/classe che sorge da sè, dalle condizioni insopportabili di vita, la ribellione al caro prezzi, alla disoccupazione, alla povertà, …, dall’altro l’elemeno soggettivo, cosciente, i rivoluzionari (borghesi o proletari che siano), che interpretano e si mettono alla guida del movimento ribelle indicandogli gli obiettivi della lotta: ora la lotta muta qualitativamente da ribelle diviene rivoluzionaria.

Per questo, Gramsci dice8 che, bisogna, prima di essere classe dominante, essere classe dirigente, ma dirigente di cosa? Dirigente di quelle altre classi/movimenti che si sviluppano in seno alla società, sviluppo che avviene ad opera delle forze strutturali proprie del modo di produzione capitalistico. Quindi la direzione si rivolge a classi sociali e movimenti che non è la capacità di dirigere che crea. Al contrario sono le leggi proprie di movimento del Capitale che creano i potenziali destinatari (salariati, soldati, ecc.) per un’attività di direzione. Ciò che la capacità di dirigere “crea” è la comprensione della funzione e del posto che le diverse classi hanno nel sistema vigente, e solo dalla comprensione del rapporto di tutte le classi tra loro che nasce la comprensione politica degli assetti sociali9.

Anche qui possiamo indicare un’insieme di causalità da leggersi sempre dialetticamente: movimento che si sviluppa da sé (insopportabilità del modo di vita), direzione di tale movimento (attività dei rivoluzionari), conquista del potere politico-economico (si diventa classe dominante), produzione di una visione del mondo diversa e conforme al nuovo ordinamento instaurato (rivoluzione culturale).

La capacità di direzione del movimento non è ancora e non può essere rivoluzione culturale, ciò che le masse guidate comprendono sono gli obiettivi della lotta, ma nello stesso tempo lottano ancora intrise della cultura dominante, e non può che essere così10. Ci vuole tempo per sostituire una cultura ad una altra, un senso comune ad un altro, e ci vogliono i mezzi per farlo. Si lotta e si conquista il potere, ma si rimane maschilisti, razzisti, omofobi, ecc., occorre del tempo per la rivoluzione culturale. Se si pretende che prima della lotta, le classi subalterne abbandonino maschilismo, omofobia, razzismo, ecc., che si facciano cioè soggetti di una rivoluzione culturale, per poter poi procedere al mutamento della struttura socio-economica, significa invertire le cause con gli effetti (sempre dialetticamente parlando).

Concludendo. Se le classi subalterne fossero in grado di fare una rivoluzione culturale non avrebbero già la coscienza di come funziona questo modo di vita nei suoi aspetti materiali e spirituali? E questa coscienza ideale cosa potrebbe di contro alle forze materiali che gli resistono? Perché ci sarà un’altra “cultura esistente” che resiste, giusto?

Ora una rivoluzione culturale è sinonimo di capovolgimento dell’egemonia, che passa dalle classi dominanti alle classi dominate. Lo strumento che fino a qualche decennio fa era nella disponibilità delle classi subalterne per cercare di imporre la propria egemonia è stato il Partito. Il partito, a sua volta necessità di mezzi finanziari11, tecnologici, umani, senza i quali gli apparati esistenti dell’egemonia avversaria (scuola, chiesa, burocrazia, mass e social media, opinion leader, centri di ricerca, fondi off-shore, Gladio, partiti, ecc.) non possono essere scalfiti.

La dialettica tra risorse ed egemonia va intesa come processo contraddittorio. Nella fase ascendente del ciclo del capitale la classe subalterna rivoluzionaria acquisisce risorse e, se riesce ad essere dirigente delle altre classi sociali subalterne, non fa altro che veicolare una visione del mondo, a una fetta più ampia di popolazione. A questo allargamento dell’egemonia su altre classi subalterne, seguono nuove acquisizione di risorse, per il fatto che la massa critica dovuta a queste alleanze permette di ottenere ancora più risorse dal sistema (intellettuali, occupazione, pensioni, tutele, ecc.). A queste nuove risorse aggiuntive si associa la possibilità di un ulteriore allargamento dell’egemonia: la classe che dirige è apprezzata dalle altre classi subalterne, che continuano a seguirla, e le fila possono anche ingrossarsi.

Ma le classi dominanti, di fronte a questo processo materiale e spirituale che vede protagoniste le classi subalterne, oppongono i loro rimedi: la crisi, la strage o il colpo di Stato, la corruzione, ecc.. A seguito di ciò le classi subalterne perdono parte delle risorse prima conquistate (salari, occupazione, diritti,..) a cui consegue una minor capacità di direzione/egemonia sulle classi subalterne alleate (e nella crisi questa alleanza si sgretola nel corporativismo più bieco, nel si salvi chi può).

Insomma è un errore considerare solo un momento (ideologico/culturale o materiale) del processo contraddittorio della lotta politica e fondare su uno solo di essi un programma di lotta (rivoluzione culturale).

  1. M. Panarari, L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al Gossip, Einaudi, Torino 2010.[]
  2. A. Gramsci, Quaderni del carcere, Vol.1, Cur. Gerratana, Einaudi, Torino 1975 «Ogni strato sociale ha il suo «senso comune» che è in fondo la concezione della vita e la morale più diffusa. Ogni corrente filosofica lascia una sedimentazione di «senso comune»: è questo il documento della sua effettualità storica. Il senso comune non è qualcosa di irrigidito e immobile, ma si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni scientifiche e opinioni filosofiche entrate nel costume.» p. 76.[]
  3. K. Marx – F. Engels, Manifesto del partito comunista¸ Editori Riuniti, Roma 1980, p. 53.[]
  4. Il che non significa “esclusive”, e questa precisazione non è inutile, di fronte a certa vulgata che vuole liberarsi di Marx con la scusa della complessità della società contemporanea.[]
  5. A. Gramsci, Quaderni del carcere, Vol.2, Cur. Gerratana, Einaudi, Torino 1975 «Altra affermazione del Marx è che una persuasione popolare ha spesso la stessa energia di una forza materiale o qualcosa di simile e che è molto significativa. L’analisi di queste affermazioni credo porti a rafforzare la concezione di «blocco storico», in cui appunto le forze materiali sono il contenuto e le ideologie la forma, distinzione di forma e contenuto meramente didascalica, perché le forze materiali non sarebbero concepibili storicamente senza forma e le ideologie sarebbero ghiribizzi individuali senza le forze materiali.» p. 869.[]
  6. K. Marx – F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1983, p. 35.[]
  7. K. Marx, Il Capitale, Utet, Torino 2013: «Si ha qui dunque la prova matematicamente esatta del perché i capitalisti, mentre si comportano da falsi fratelli nella loro concorrenza reciproca, costituiscono poi una vera e propria massoneria di fronte all’insieme della classe operaia.» p. 1750.[]
  8. A. Gramsci, Quaderni del carcere, Vol. 3, Cur. Gerratana, Einaudi, Torino 1975: «Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere e anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche “dirigente”» pp. 2010-11.[]
  9. “La coscienza delle masse operaie non può essere una vera coscienza di classe se gli operai non imparano a osservare, sulla base dei fatti e degli avvenimenti politici concreti e attuali, ognuna della altre classi sociali in tutte le manifestazioni della vita intellettuale, morale e politica; […] Chi induce la classe operaia a rivolgere la sua attenzione, il suo spirito di osservazione, su se stessa, non è un socialdemocratico, perché per la classe operaia la conoscenza di se stessa è indissolubilmente legata alla conoscenza esatta dei rapporti reciproci di tutte le classi della società contemporanea, e conoscenza non solo teorica, anzi, non tanto teorica, quanto ottenuta attraverso l’esperienza della vita politica. […] Queste denunce politiche relative a tutte le questioni della vita sociale sono la condizione necessaria e fondamentale per educare le masse all’attività rivoluzionaria” (Lenin, V.I., Che fare?, Editori Riuniti, Roma 1974, pp. 105-106).[]
  10. Perché i primi mezzi di lotta che le classi subalterne si trovano a disposizione «saranno sempre nella società contemporanea, i mezzi tradunionisti, e la prima ideologia che “cade sottomano” sarà sempre l’ideologia borghese.» (Lenin, V.I., Che fare?, Editori Riuniti, Roma 1974, pp. 74,75, 78).[]
  11. Coloro che hanno potere economico e finanziario non necessitano di finanziamenti pubblici per lo svolgimento dell’attività politica, e quindi tolgono di mmezzo questa “anomalia”. Questo è un esempio della lotta “truccata” tra le classi, dell’egemonia delle classi dominanti sulle subalterne che accettano di essere ultriormente deprivate di mezzi per le loro lotte.[]
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