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Desaparecidos

Intervista al Console Enrico Calamai, “lo Schindler di Buenos Aires”. A cura di Alba Vastano per il mensile Lavoro e Salute –

Due anni di stillicidio di informazione terroristica. Il virus dell’infodemia corre pressante almeno da un biennio sul filo delle nostre vite. Molto prepotente da inizio pandemia, fino ad oggi con la guerra in corso in Ucraina. I fili della paura che avviluppa la nostra esistenza li gestiscono strumentalmente i soliti pochi noti, i signori del potere e della guerra.

La vittima è la verità sulle dinamiche storiche, economiche e geopolitiche che l’hanno provocata, ma la verità non è la sola vittima. A pagare lo scotto peggiore della guerra sono migliaia di persone costrette a fuggire dalla normalità della loro vita. Ad abbandonare tutto il loro mondo, a nascondersi nei bunker, a patire la fame. Spesso anche a morire sul ciglio di una strada, mentre fuggono dalle loro case distrutte dai bombardamenti.

Loro sono lì e noi qui a vedere dai monitor questo esodo forzato e la strage degli innocenti come fosse un film, come un dramma avulso dalla nostra realtà. Possiamo provare rabbia, pena, odio verso un leader o l’altro, ma noi siamo gli estranei della guerra, finché noi non diventiamo loro, accogliendo realmente le loro sofferenze e ribellandoci a tanta crudeltà, rifiutando la guerra e la sua possibile escalation voluta dalle potenze imperialiste. La guerra è stupida e crudele. Vuol dire che ci sono uomini stupidi e crudeli che detengono enormi poteri e soggiogano i loro popoli, rendendoli inermi. Le guerre più cruente hanno sempre avuto origine da forme di governo a matrice fascista, con un dittatore al comando. La storia ne è piena.

Basterebbe ricordare quanto accadde nella metà degli anni ‘70 in America latina. In Uruguay, Cile e Argentina si avvicendarono forme di dittature violentissime e molte furono le vittime. In Argentina, nel periodo dei generali, sparirono molte persone e di loro non se ne seppe più nulla. Solo alcune riuscirono a salvarsi e a fuggire, grazie anche all’intervento del console italiano in Argentina, Enrico Calamai. Incontro il console ad un’iniziativa promossa dall’Anpi e conosco la sua storia fatta di umanità, umiltà e solidarietà verso i deboli e gli oppressi dal potere militare.

Una storia che oggi più che mai ci fa bene ricordare, perché di uomini che hanno la facoltà e, soprattutto la volontà di sostenere gli oppressi e restituire dignità e libertà alla loro vita non ce ne sono molti e quei pochi sono essi stessi dei desaparecidos, perché non gli è consentito fare del bene e subiscono l’espulsione, o peggio, dalle comunità e dall’intera società.

Ne conosce bene le restrizioni il console Enrico Calamai. La sua è una storia pregna di umiltà e di solidarietà, senza alcun protagonismo, perché l’essere umani e solidali non necessita dei fari della ribalta che ne immortalino il gesto. La solidarietà è silenziosa e umile e si fa a telecamere spente. Altrimenti è opportunismo. E’ tornaconto personale. E’ campagna elettorale per ottenere consensi personali, sfruttando una tragedia umana.

Da Enrico Calamai, lo ‘Schindler di Buenos Ayres’, una lezione di umiltà, di generosità e di coraggio fra le righe dell’intervista che segue…

Alba Vastano: Console Calamai, anzitutto la ringrazio per la sua disponibilità all’intervista. Inizierei con chiederle di illustrare i suoi trascorsi istituzionali in Cile e in Argentina nella metà degli anni ’70, quando si è trovato a vivere il Cile di Pinochet e l’Argentina dei generali. Lei così poco incline ad assoggettarsi alle soverchierie e alle prepotenze dei poteri forti, ma ligio ai suoi uffici e al senso dello Stato come ha vissuto quel periodo?

Enrico Calamai: Nell’ottobre del 1972, sono stato destinato a prestare servizio presso il Consolato Generale d’Italia a Buenos Aires. Dal settembre al dicembre 1974, in occasione dell’anniversario del golpe in Cile, venivo inviato in missione presso l’ambasciata d’Italia a Santiago, salvo poi tornare nella mia sede a Buenos Aires. Tale periodo, per quanto breve, mi permetteva di capire la violenza che comporta un colpo di stato, la stessa che ho poi visto attuata a Buenos Aires. L’esperienza con i circa 450 rifugiati presso l’ambasciata a Santiago mi permetteva di comprendere anche che il diplomatico gode di certa facilità d’azione a tutela dei diritti umani, cosa che ho messo in pratica quando mi sono trovato a vivere e lavorare per seconda volta in mezzo alla violenza a Buenos Aires. Ero tuttavia consapevole che il limite posto al mio agire derivava sia dalle scelte politiche dei macellai argentini, che dal desiderio del governo italiano di non urtarli. Un percorso stretto, ma non impossibile da seguire, venivo costretto a lasciare il posto nel maggio del 1977, più o meno a un anno dal golpe.

A.V.: Nel saggio ‘Niente asilo politico-Diario di un Console italiano nell’Argentina dei Desaparecidos’, oltre la drammatica testimonianza degli eventi, colpisce il riferimento all’atteggiamento ‘acquiescente’ dei governi occidentali all’ imperialismo Usa di fronte alla tragedia che stavano vivendo i popoli di quei Paesi. ‘Niente asilo politico’ è la risposta dei governi al dramma dei perseguitati e il suo diario è una sua personale denuncia. E’ così?

E.C.: L’esperienza maturata negli anni trascorsi in Argentina mi è servita per evidenziare, con “Niente asilo politico”, la sostanziale indifferenza con cui i governi occidentali affrontano situazioni di politica estera che comportano violazioni sistematiche dei diritti umani, spinti da motivazioni sia economiche che geopolitiche. Ciò, malgrado che gli stessi diritti umani rappresentassero, all’epoca dei fatti, la bandiera ideologica delle democrazie occidentali. Considero giusto quindi parlare di acquiescenza e in certi casi anche di collusione o complicità, a proposito dell’operato dei governi occidentali nei loro rapporti con i militari argentini.

A.V.: Anche l’Italia si è defilata riguardo l’accoglienza ai perseguitati. E’ la politica del doppio binario, ovvero la solita politica ambigua all’italiana che con una mano, in modo fittizio, dà e con l’altra contemporaneamente toglie i diritti e sempre ai più deboli. Rispetto alle politiche trascorse e vigenti del nostro Paese c’è una coazione a ripetere non le sembra?

E.C.: La politica italiana di quegli anni nei confronti dei perseguitati politici in America Latina, sia che fossero italiani, discendenti di italiani o aventi altra cittadinanza, era resa possibile dalla consapevolezza che le vittime non avevano possibilità di smuovere a loro favore l’opinione pubblica in Italia e tanto meno di incidere sfavorevolmente nelle tornate elettorali a venire, mentre, al contrario, la linea di governo avrebbe avuto riscontri positivi in termini elettorali, se si traduceva in ritorni per il nostro sistema produttivo e finanziario, nonché in posti di lavoro. La politica seguita dal governo italiano, ma anche, si noti bene, dagli altri stati occidentali, era finalizzata a collaborare con le autorità locali, che pure si macchiavano di sistematiche violazioni dei diritti umani, fin tanto che queste ultime non arrivavano a colpire l’opinione pubblica. La priorità era immancabilmente la tutela degli interessi economici, non quella dei diritti umani.

A.V.: I n particolare nella sua esperienza in Argentina quando le persone iniziarono a sparire in che modo è riuscito ad aiutare i rifugiati, nonostante le difficoltà poste dal governo italiano e il veto degli altri esponenti dell’ambasciata?

E.C.: A Buenos Aires, quando in Consolato cominciarono a presentarsi giovani perseguitati per ragioni politiche, compresi che mi sarei potuto rendere utile fornendo loro un passaporto italiano e un biglietto aereo per Roma, facendo ricorso alle facilitazioni per il rimpatrio tradizionalmente seguite dal governo italiano.

A.V.: Console , in quella occasione, non si è sentito in pericolo e non ha mai temuto per la sua vita? Quali sono stati i motivi che l’hanno spinto a proseguire pur rischiando la sua vita?

E.C.: Il pericolo per me derivava più che altro dalla possibilità che i militari argentini si rendessero conto dell’esistenza di una discordanza tra il mio operato e la linea politica perseguita dal governo italiano. A quel punto sarebbe stato impossibile continuare, anche perché avrei messo in pericolo la vita di chi fosse eventualmente venuto da me a sollecitare aiuto.

A.V.: Può fare un accenno, in base alle sue esperienze, su quale ruolo ha svolto la Chiesa cattolica in Argentina, considerando che negli anni 70 in molti Paesi dell’America latina si era affermata la corrente di pensiero della Teologia della Liberazione?

E.C.: La Chiesa cattolica era una vera forza politica nell’Argentina di quegli anni e la dittatura è stata da molti definita “clerico-fascista”. Occorre tuttavia distinguere tra l’atteggiamento e l’operato della gerarchia ecclesiastica e quello della base, rappresentata da semplici sacerdoti, tra loro molti preti operai, e/o suore, che si rendevano interpreti della teologia della liberazione, adoperandosi in attività a favore delle classi più svantaggiate. Alcuni di questi pagarono con la vita il loro impegno.

A.V.: Riguardo il conflitto in corso fra Russia e Ucraina, il governo italiano anche questa volta fa l’inchino al potere delle armi e acconsente a partecipare alla guerra, in barba all’art.11 della nostra Costituzione. Trova che ci siano delle affinità in questa guerra con le dinamiche politiche del governo italiano e dei governi occidentali di allora e di oggi?

E.C.: La guerra è in pratica la calamità politica che di fatto comporta maggiori violazioni dei diritti umani per le popolazioni coinvolte, malgrado quanto previsto a livello teorico dal diritto umanitario. La nostra Costituzione, come sappiamo, ripudia la guerra ed esiste una convergenza in proposito a livello legislativo. Tale importante corpus normativo non sembra, al momento attuale, essere stato preso in considerazione nel formulare una linea politica che si limita all’invio di armi e all’assistenza umanitaria, trascurando invece l’attività politico/diplomatica che andrebbe perseguita in tutti i modi possibili, sia a livello bilaterale, che a livello europeo e di Nazioni Unite. L’influenza atlantica, che era presente negli anni ’70 del secolo scorso, lo è ancora oggi, a monte delle scelte seguite dalle autorità sia italiane che occidentali in generale.

A.V.: L’Anpi ha scelto di opporsi agli interventi militari, in favore della fine del conflitto che sta provocando molte vittime in entrambi gli schieramenti e per questo riceve molte contestazioni anche dal Pd. Ritiene che l’Anpi stia dalla parte giusta e perché?

E.C.: La posizione pubblicamente presa dall’ANPI contro l’invio di armi all’Ucraina è pienamente rispondente sia al dettato dell’art. 11 della Costituzione che alle norme relative all’esportazione di armi e alla neutralità. Tale posizione può pertanto pure contrastare con l’interesse congiunturale di un partito politico, ma è ineccepibile da un punto di vista giuridico

A.V.: Riguardo l’Anpi quale valore ha oggi o dovrebbe avere un’associazione che richiama ai valori della Resistenza, considerando che nella percezione e nell’opinione comune il valore della Resistenza e dei partigiani è obsoleto? Come si rinnovano quei valori se anche la Costituzione, nata grazie al sangue dei Partigiani viene costantemente oltraggiata e svilita dai nostri stessi governanti?

E.C.: La Resistenza oggi si manifesta nell’operare a livello educativo e culturale per tenere vivi i valori che furono a suo tempo a monte della lotta antifascista e dell’elaborazione della Costituzione. Tali valori non sono obsoleti, è vero piuttosto che alla loro tutela si oppone l’emergere di fermenti di estrema destra e di fascismo, non diversamente da quanto si è clamorosamente manifestato negli USA il 6 gennaio 2021 con l’assalto al Capitol Hill, cavalcati e incoraggiati da alcuni partiti politici con finalità puramente elettorali. ? importante, in questo contesto, tener presente che occorre anche attivarsi nella lotta contro il razzismo, quale oggi si manifesta a livello di legislazione, di operato dell’Amministrazione dello Stato e di opinione pubblica, che discriminano tra cittadini ed immigrati o richiedenti asilo, anche a seconda del colore della pelle. Lo vediamo in questi giorni che si accorre – giustamente – in soccorso delle vittime della guerra in Ucraina, ma si continua ad ignorare la sorte delle migliaia di persone a loro volta in fuga per la vita dall’immenso retroterra africano e dal Medio Oriente.

A.V.: Gino Strada riguardo la guerra soleva affermare che “Solo dei cervelli poco sviluppati nel terzo millennio possono pensare alla guerra come uno strumento accettabile per la risoluzione dei conflitti”. Sicuramente è anche il suo pensiero. I signori della guerra sono tutti dementi o nel potere è insita la malvagità?

E.C.: Credo si possa dire che il potere agisce ancora oggi secondo regole che nulla hanno a che vedere con quelle dell’etica, come d’altronde messo in rilievo da autori ormai da noi distanti cronologicamente, quali Dante, Machiavelli, Guicciardini. L’operato degli Stati continua ad essere caratterizzato dalla Realpolitik, che crea un sistema internazionale de facto, in cui le decisioni prese rispondono a criteri di potenza anziché al rispetto del complesso corpus normativo in materia di diritti umani, sviluppato dal diritto internazionale dal secondo dopoguerra, nonché del ruolo che si era voluto attribuire alle Nazioni Unite. La Realpolitik, tuttavia, non riesce a prendere in considerazione i danni che all’ambiente, all’umanità e alla sua stessa sopravvivenza, possono derivare dal dissennato uso di una tecnologia che oggi si limita a soddisfare le esigenze di pochi, a discapito della sopravvivenza della maggioranza della popolazione mondiale.

A.V.: La solidarietà, senza alcun fine o bene di ritorno, verso i perseguitati, i migranti che fuggono dalle guerre, gli sfollati,i poveri, gli invisibili, oggi soprattutto in cui regna sovrana l’indifferenza verso i più deboli e ogni forma di tornaconto personale, è da considerare un atto eroico? E secondo lei console è possibile che questa umanità allo sbando possa convertirsi ad un nuovo Umanesimo?

E.C.: I dannati della Terra non sono mai stati presi in considerazione dai pochi che, per appartenenza nazionale, fanno parte della minoranza privilegiata del pianeta. Oggi, tuttavia, gli ultimi sono consapevoli di essere titolari di diritti e del diritto alla vita in primis, per se stessi e per le proprie famiglie, e fanno di tutto, mettono perfino a rischio la propria vita, per arrivare a far parte di società in cui poter vivere in maniera dignitosa. D’altra parte, la tragedia della guerra in Ucraina dovrebbe farci pensare che la Realpolitik può portare a simili disastri, anche ai nostri confini o al loro stesso interno, se non sostituita da meccanismi di soluzione pacifica dei conflitti internazionali. Si tratta di un brusco richiamo alla realtà che potrebbe, se giustamente interpretato, spingerci a cambiare le regole di un mondo che senza una vera e propria cooperazione pacifica e, prima ancora, pacifista, può portare alla distruzione della specie umana.

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