Democrazia contagiata

di Franco Ferrari – La pandemia in corso solleva alcuni interrogativi sulla gestione dei meccanismi democratici in una fase di emergenza. Un dibattito che non può essere rimosso pur avendo piena consapevolezza dell’esistenza di un’effettiva situazione di eccezionalità. Avendo anche presente che le strutture democratiche, così come si sono andate strutturando nei paesi capitalistici economicamente più sviluppati, hanno sofferto negli ultimi decenni di un parziale svuotamento della loro capacità di rappresentare i conflitti sociali e di dare soluzione alle contraddizioni nell’interesse della grande maggioranza dei cittadini.

Abbiamo assistito nelle ultime settimane ad una serie di decisioni che rappresentano oggettivamente una limitazione della dialettica democratica. In Gran Bretagna il primo atto di Boris Johnson, quando ancora si atteneva alla tesi dell’”immunità di gregge” e quindi non riteneva necessario introdurre particolari limitazioni alla vita sociale, è stato quello di rimandare di un anno le elezioni locali.

Quasi ovunque c’è stato un rinvio delle scadenze elettorali. Lo ha deciso il governo italiano in relazione agli appuntamenti elettorali regionali. Negli Stati Uniti sono state rinviate alcune elezioni primarie. In Francia è stato mantenuto il primo turno delle comunali ma sono stati rinviati a giugno i ballottaggi con una decisione che ad alcuni è apparsa di dubbia costituzionalità anche se largamente condivisa. La tenuta del primo turno di votazioni era stata a suo volta oggetto di polemiche, perché coincideva con l’introduzione di misure di contenimento sociale annunciate dal Presidente Macron. La stessa ex ministra della Sanità e candidata a sindaca di Parigi per “La Republique en Marche”, aveva definito le elezioni tenute in quel contesto una “mascherata”. Sembra fare eccezione la Germania che ha svolto, in coincidenza con la Francia, le elezioni comunali in Baviera e sembra intenzionata a mantenere i ballottaggi per il 29 marzo. In questo caso facendo ricorso al sistema, da poco introdotto, del voto postale.

Diverso da Paese a Paese il livello di funzionamento dei Parlamenti. In Italia, fino al cambio di passo deciso in questi giorni, a cui non sembra estraneo un intervento del Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio ha gestito la crisi in solitaria, prendendo decisioni di grandissimo impatto sociale ed economico, attraverso propri Decreti non soggetti, in pratica, ad alcun tipo di controllo e di contrappeso istituzionale.

Al di là di aspetti strumentali delle polemiche della destra (confermati dal fatto che nemmeno il leghista Fontana in Lombardia ha mai pensato di doversi confrontare con il suo Consiglio Regionale che non si riunisce più dal 25 febbraio), l’assenza di un ruolo adeguato da parte del Parlamento apre problemi di legittimazione democratica delle scelte compiute.

In Francia, l’Assemblea Nazionale è stata chiamata a discutere e a esprimersi consentendo alle opposizioni di criticare, laddove necessario, le proposte del Governo e di avanzare proposte alternative. I gruppi parlamentari del Partito Comunista Francese e della France Insoumise hanno votato contro le decisioni del Governo e hanno rivendicato la loro funzione critica, anche in un contesto difficile come quello determinato dai timori per l’espansione dell’epidemia. Gli inviti alla “Sacra Unione” sono stati respinti perché si ritiene che la dialettica democratica non possa essere messa in quarantena, ma al contrario, proprio perché l’emergenza porta ad assumere decisioni di forte limitazione delle libertà personali , debba restare pienamente dispiegata.

È stato anche rilevato dal politologo francese Yves Sintomer, in un intervento su Le Monde del 18 marzo scorso, come sia del tutto mancato un dibattito preliminare sulle modalità di gestione di una fase di emergenza pur essendo il tema posto già a partire dal mese di gennaio, quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva iniziato a pubblicare i propri report sul rischio di pandemia.

Non mancano Paesi dove l’epidemia viene apertamente utilizzata per introdurre restrizioni al funzionamento dei meccanismi democratici. Non si tratta solo dell’Ungheria di Orban, nella quale la destra nazionalista cerca di allargare la strumentazione utile a garantire i “pieni poteri” al primo ministro consentendogli di mettere in mora per un periodo illimitato qualsiasi possibilità di contrappeso istituzionale. In Israele, dove il governo è controllato da una maggioranza di destra in piena sintonia con quella magiara, il presidente uscente del Parlamento, stretto alleato di Netanyahu riesce ad impedire la riunione della nuova Knesseth, utilizzando come pretesto il coronavirus. In questo modo blocca l’elezione di un nuovo presidente espressione di una possibile maggioranza alternativa. E il blocco del Parlamento viene utilizzato dal Likud come strumento di ricatto per impedire la formazione di una nuova maggioranza costringendo il partito Blue Bianco di Benny Gantz ad accettare un governo di unità nazionale, guidato ovviamente dal sempiterno Netanyahu. Non sono pochi gli allarmi, all’interno della stessa realtà israeliana, per una evidente lacerazione della “normalità” democratica, già messa a dura prova dalla caratterizzazione “etnica” dello Stato israeliano e dall’occupazione dei territori dove dovrebbe sorgere lo Stato palestinese.

Un altro punto di attacco alla struttura democratica rischia di venire dal livello transnazionale con l’utilizzo del MES per sostenere gli Stati dell’Unione Europea che dovranno affrontare una pesantissima situazione economica. Il tema è stato ampiamente sviluppato da Transform Italia ed è al centro della nostra attenzione anche in questi giorni, ma non si può non segnalare che un ricorso al MES, come viene richiesto anche dal governo italiano, darebbe enormi poteri ad una struttura del tutto a-democratica.

Le preoccupazioni esposte da vari commentatori  sulla tenuta della democrazia  in una fase di emergenza i cui tempi di sviluppo non sono facilmente prevedibili, vanno quindi prese seriamente (Azzariti sul Manifesto, De Angelis su Huffington Post, il quotidiano cattolico Avvenire per citarne alcuni).  Non si tratta di immaginare una sorta di cospirazione del “Potere” che si inventa un’epidemia per “sorvegliare e punire” i propri cittadini, secondo qualche esagerazione di ispirazione foucaultiana, ma più concretamente di cogliere i possibili elementi di accelerazione verso quella che è stata definita come post-democrazia da Colin Crouch.

Il ciclo politico liberista è stato dominato in Italia dalla rivendicazione del “decisionismo” contro la “lentezza” della democrazia, dalla subordinazione del ruolo del Parlamento all’Esecutivo in nome della lotta al “consociativismo”, dalla torsione maggioritaria dei sistemi rappresentativi.  Tutto questo ha ridotto la capacità delle istituzioni democratiche di rappresentare il conflitto sociale e ha lasciato spazio all’emergere del populismo, che è più un sintomo dell’appannamento democratico che una sua causa, ma che a sua volta più aggravare la malattia, soprattutto quando viene utilizzato in chiave etno-nazionalista e di retorica della “legge ed ordine”.

La crisi in corso porta a riconsiderare il ruolo dello Stato nella capacità di affrontare e gestire le ricadute economiche dell’emergenza sanitaria, essendo evidente che la logica di autoregolazione del mercato, pilastro dell’ideologia liberista, produce crisi che non è in grado di gestire. Tanto è vero che si stanno smantellando tutta una serie di politiche derivate da quella premessa. Si parla di nazionalizzazioni (e la Gran Bretagna sembra orientata a riportare le ferrovie sotto il controllo dello Stato), di massicci interventi delle Banche centrali, dello Stato come garante del reddito di ultima istanza.

Nel ridefinire il rapporto tra Stato ed economia, molto dipenderà dai tempi di uscita dalla crisi e sicuramente non mancheranno tendenze a derubricare appena possibile l’emergenza sanitaria per tornare al “business as usual”. Da questo punto di vista Trump ne è il più esplicito sostenitore. Ma anche all’interno dell’Unione Europea ci sarà chi vorrà mettere rapidamente tra parentesi le violazioni dell’impianto ordo-liberista (e anche qui è istruttivo il dibattito in corso sul MES).

“Più Stato e meno mercato” dovrebbe guidare la risposta alla crisi nei prossimi anni, ma affinché questo indirizzo non venga egemonizzato dalla destra con tentazioni autoritarie o nuovamente subordinato agli interessi dei gruppi economici dominanti,  dovrà essere accompagnato da più strumenti di partecipazione democratica contro le torsioni maggioritarie e le logiche di predominio degli esecutivi, e al di fuori di ogni ripiegamento nazionalista. Altrimenti ci riprenderemo dal virus ma a restare irrimediabilmente contagiata sarà la democrazia.

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2 Commenti. Nuovo commento

  • Enza TALCIANI
    26 Marzo 2020 16:53

    Non “contagiamo” la Democrazia. C’è da temere, in occasione di turbolenze tra le classi dirigenti, di arrivare a frettolose decisioni che vede noi cittadini come “spettatori”. Lo trovo, questo si, poco democratico. !!

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    • Enza, hai ragione: i momenti di emergenza sono quelli più adatti a pratiche decisioniste e a decisioni ristrette.

      Rispondi

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