Da Ventotene al Mes, la triste parabola dell’”europeismo reale”

di Roberto
Musacchio

Quando ero in Parlamento Europeo ho perfino votato perché la UE avesse anche bandiera ed inno.

E all’Europa ho dedicato gli ultimi 20 anni del mio impegno.

Per questo non posso tacere. Quando vedo che l'”europeismo” è diventato il MES penso che è il momento di prendere le distanze.

Ciò che si vede di fronte alla pandemia è uno degli spettacoli più tristi e squallidi possibili e immaginabili.

Un’istituzione, la UE, che appare priva di qualsiasi connessione sentimentale con quanto accade al “suo” popolo.

Una “discussione” sul che fare sinceramente miserabile.

Ma la cosa che mi colpisce, mi indigna e mi addolora è che l'”europeismo” è diventato questo.

Sono quelli che ti spiegano i “vantaggi” per “noi” del MES a farmi più male. Qualche presunto risparmio di qualche frazione di punto rispetto ai prestiti sul mercato sarebbe il valore dell'”europeismo”. Questa la frontiera dei presunti eredi di Spinelli.

Siamo davanti allo spettacolo indecoroso di una trattativa tra Stati sul centesimo di euro e questo sarebbe ciò che si oppone al nazionalismo.

Una legge fondamentale come Maastricht sospesa perché dannosa di fronte alla pandemia e responsabile dei tagli vigliacchi e colpevoli a partire dai 36 miliardi di sanità in Italia e già si dice che essa deve tornare al più presto facendo apparire il ricordo di Bresnev come quello di un “riformatore”.

Un’architettura di fondi, trattati, tra cui il MES (una struttura di prestiti interni a una presunta Unione Politica affidata ad un istituto lussemburghese) che ricorda assai più il medioevo delle gabelle e dei feudi piuttosto che uno Stato democratico e questo sarebbe ciò che porta agli “Stati uniti d’Europa”?

Spesso ho definito ciò in cui viviamo l'”Europa reale”, con cui l’aggettivo volutamente richiama il tradimento del sostantivo e il trasformarsi di un’idea progressiva nel suo contrario.

Penso ormai che ciò valga anche per l'”europeismo”, divenuto una struttura di servizio delle governance e in particolare di quelle liberali. Appunto, divenuto “europeismo reale”.

Ho provato anche a distinguere, coniando il termine “Ueismo”, perché l’Europa è un mito troppo bello per non combattere in ogni modo per strapparlo agli usurpatori.

Barbara Spinelli ebbe l’onestà intellettuale di affermare che i veri europeisti non possono oggi non essere anche scettici.

E infatti ho intenzione di continuare questa battaglia contro usurpazione e usurpatori del mito e del sogno.

Ma al punto in cui siamo non si può non dire che il pensiero sedicente europeista è diventato reazionario.

La lettura susloviana della contraddizione tra vecchio, il nazionalismo, e nuovo, la costruzione europea, ha deprivato il Manifesto di Ventotene della connessione tra europeismo, democrazia e socialismo che ne è il cuore.

Il passaggio per il funzionalismo ha funzionato come quello nel socialismo reale trasformando la natura del processo, il movimento progressivo in governance reazionaria.

Per altro una governance che è diventata punto di incrocio tra globalizzazione liberista e funzione populista contenitiva degli Stati.

L'”europeismo reale” non ha più nessuna connessione popolare e “segue” il trattativismo” intergovernativo”, è parte, per altro ornamentale, della governance.

Imbevuto ormai del monetarismo di Maastricht che per altro “affida” agli Stati la sorveglianza sull’ortodossia economica, cui sovraintende la cupola intergovernativa.

Il dibattito pubblico animato dagli “europeisti reali” è appunto susloviano.

Anche quando vorrebbe avere un punto di diversità come sui migranti sta dentro il sordido “utilitarismo” di quote e funzionalismo lavorativo come nel bel film di Zalone.

Come nel suslovismo è la gerarchia che detta lo spartito cui si adeguano i fedeli. Una gerarchia liberal liberista.

Il tutto mentre come a Weimar sotto i giochi di potere delle elite globali e nazionali riemergono tutti gli stigma e le pulsioni barbariche.

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