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Da una Politica Sociale Comune per l’Eurozona verso una European Social Union

di Giuseppe
Allegri

di Giuseppe Allegri – Ursula von der Leyen, nel discorso di investitura dinanzi al Parlamento europeo dello scorso 17 luglio 2019, in occasione della sua prima uscita pubblica come neo-Presidente della Commissione UE, fu esplicita nell’invocare il necessario rilancio del profilo sociale dell’integrazione continentale, sostenendo esplicitamente non solo l’attuazione del Pilastro europeo dei diritti sociali (solennemente adottato nel novembre 2017), ma di una vera e propria base di diritti sociali fondamentali, passando dall’equità fiscale alla previsione di un salario minimo, compatibilmente con le legislazioni nazionali (come il Belpaese che non ha una normativa in tal senso, delegando alla contrattazione collettiva tra le parti sociali questo profilo),fino a prevedere «un regime europeo di assicurazione delle indennità di disoccupazione».

Proprio questo primo, assai parziale elenco, potrebbe essere l’impostazione di una prima, certo assai parziale, road map per una concreta European Social Union, con la consapevolezza che questa prospettiva necessita di uno spazio culturale e comunicativo, oltre che istituzionale, di mobilitazione e confronto pubblico sulla condivisibile opzione di procedere con l’Unione sociale come «condizione necessaria per l’Europa politica», invertendo quella «rotta di collisione» che da troppo tempo sembra opporre Euro contro Welfare (in questo senso Ferrera, Rotta di collisione. Euro contro Welfare, Laterza, 2016).

E qui potrebbe essere inserita una (voluta) provocazione culturale sulla necessità di aggiornare le politiche comuni continentali, azzardando un doppio passo, metaforico e immaginifico, che si inserisca nel percorso di riforma post-2020 della Politica Agricola Comune (PAC), nel senso di prevedere anche una Politica Sociale Comune (PSC).

Come nella transizione dalla società contadina a quella industriale, nel passaggio tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, gli Stati membri decisero di mettere in comune una politica pubblica agricola, la PAC, anche con finalità di inclusione e promozione sociale di una parte impoverita della società, con finalità però di utilità comune (diffusione di cibo di qualità, a prezzi contenuti, tutela dell’ambiente, protezione delle zone rurali, etc.), così nella crisi oramai conclamata della società industriale e salariale, nella transizione dentro la seconda rivoluzione informatica, quella della digitalizzazione e dell’automazione prossima futura, è necessario che gli Stati membri e le istituzioni euro-unitarie trovino il modo per introdurre una Politica Sociale Comune, per quella ampia porzione di società europea che è sprofondata nella condizione di Quinto Stato (Allegri-Ciccarelli, Il quinto stato, 2013), di soggetti esclusi dai meccanismi di sicurezza sociale. Si tratterebbe, anche in questo caso, di raggiungere un doppio obiettivo, tramite questa nuova Politica Sociale Comune (PSC). Da un lato quello di dare finalmente seguito all’auspicio di immaginare una solidarietà di tipo nuovo nell’epoca precaria e digitale. Dall’altra proprio una Politica Sociale Comune, almeno a livello di Eurozona, permetterebbe di scardinare «il profondo rapporto di scambio tra lealtà politica e prestazioni sociali» che connota ancora il sempre più impoverito Stato sociale nazionale, lasciando le gelose classi dirigenti nazionali prive della fondamentale strategia di conquista dell’elettorato tramite elargizione di benefit sociali sempre più esili e vessatori per i beneficiari, restando ostaggio di posizioni corporative: «si creerebbe così una solidarietà paneuropea tra individui, società e istituzioni, tale da stringere quel legame sociale necessario per rendere lo spazio continentale pienamente politico e democratico» (come provammo a ricostruire già in Allegri-Bronzini, Sogno europeo o incubo?, Fazi editore, 2014, 165-166).

In questa doppia tessitura – di solidarietà sociale di tipo nuovo nell’epoca precaria e modello continentale di nuova cittadinanza sociale, solidale e federale – la possibile PSC nell’Eurozona, fondata su un consistente bilancio comune, innestata sulle gambe ecologiche, ambientali, di protezione degli ecosistemi territoriali della PAC, permetterebbe di poter incidere in modo positivo sulla necessaria prospettiva di politiche pubbliche inclusive, finalizzate ad invertire il processo in atto di frammentazione sociale e disintegrazione politica e istituzionale continentale, ponendosi invece al livello delle sfide culturali, tecnologiche, ecologiche, migratorie ed economico-sociali globali che abbiamo davanti.

Per questo sarebbe auspicabile che la sempre aperta e irrisolta questione sociale europea, anche nel senso di pensare un MES non come Meccanismo Europeo di Stabilità, ma come Meccanismo europeo di Sviluppo, fondato su politiche fiscali espansive e un governo democratico dei processi e degli strumenti, sotto il controllo delle istituzioni elettive, in un quadro effettivamente federale e solidale possa essere al centro di quella Conferenza sul futuro di Europache si affiancherà alla prima parte della legislatura 2019-2024 della neonata Commissione europea.

Quasi si possa pensare di immaginare un concreto inveramento di politiche pubbliche continentali dal Pilastro europeo dei diritti sociali al completamento di un nuovo Welfare multilivello, che permetta di valorizzare quanto di meglio prodotto dai sistemi di protezione sociale statuali in un’ottica di rilancio, standardizzazione verso l’alto e potenziamento di un nuovo modello sociale europeo, magari a partire da un Euro-Dividendo, come ho provato a ricostruire in Per una European Social Union. Dal Pilastro europeo dei diritti sociali a un Welfare multilivello? (cui rinvio), pubblicato nei Working Paper del Centro Studi Europei dell’Università degli Studi di Salerno, diretto dal Professore Massimo Pendenza, che si ringrazia per la pubblicazione di questo breve estratto.

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