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Da qui all’Eternit

di Alberto
Deambrogio

Intervista a Giorgio Bona

Giorgio Bona è noto alle lettrici e ai lettori di queste pagine per le recensioni librarie che egli puntualmente propone. Giorgio, però, è a sua volta uno scrittore di vaglia. È nato nel 1956 e vive a Frascaro tra Alessandria e Acqui Terme. È autore di numerosi articoli apparsi su “Thriller Magazine”, “Carmilla”, “Lavoro e Salute” e “Transform Italia”, oltre a racconti pubblicati in diverse antologie. Tra i suoi libri Ciao, Trotkij (Besa), Tav Noir (Eclissi), Le cicale cantano al nostro silenzio (A&B Bonanno), Sangue di tutti noi (Scritturapura).

Per i tipi di Scritturapura ha appena pubblicato un nuovo libro: Da qui all’Eternit. Il romanzo sull’amianto a Casale Monferrato. Intorno a questa ultima fatica è nata l’intervista che segue.

Alberto Deambrogio: Da qui all’Eternit, il tuo nuovo romanzo, è arrivato in libreria proprio nei giorni in cui è iniziato il processo bis da cui molte persone del territorio casalese sperano di ottenere giustizia. Credo che questo sia stato un caso, ma certo non è casuale il tuo interesse per questa vicenda. So che prima di scrivere ti sei documentato moltissimo e del resto la tua stessa vita ha incrociato la città di Casale e la vicenda Eternit direttamente. Vuoi raccontarci quale è stato il “processo genetico” di questa tua ultima fatica? Hai sentito, almeno in parte, di essere benjaminianamente atteso dai personaggi che popolano il libro?

Giorgio Bona: Il libro esce in occasione del processo per pura combinazione. Avevo pubblicato precedentemente diversi interventi sul web magazine Carmillaonline che parlavano della vicenda Eternit. A questo tema stavo già lavorando da diverso tempo. Un lavoro iniziato, interrotto e poi ripreso in più fasi. Era un’idea che mi girava in testa perché conservavo un rapporto molto stretto con la città di Casale Monferrato, un rapporto che nacque agli inizi degli anni ’70, quando frequentavo un istituto cittadino dove poi conseguii il diploma di scuola secondaria superiore. Il primo impatto con la città mi è rimasto dentro per due motivi. La grande caserma militare dove venivano giovani da tutta Italia per il CAR, tanto che nel loro linguaggio Casale Monferrato era diventata Casale M’han fregato. Poi… la Eternit, la più grande fabbrica d’amianto d’Europa. Io ho ancora davanti agli occhi quei lavoratori, quelle tute blu impolverate dopo i turni di lavoro. Ho conosciuto anche alcuni di loro. Eravamo soliti incontrarci in una trattoria che faceva prezzi molto popolari e univa in una grande tavolata noi studenti e i lavoratori della fabbrica. Con il tempo ho perso i contatti con la città dove avevo e ho ancora amici. È stata una decina di anni fa che chiesi notizie di alcuni di loro. Una risposta secca e tagliente mi aveva creato un senso di freddo, come se qualcosa fosse venuto a mancare. I ricordi e le gioie di quegli anni non si cancellano così: deceduti a causa di un male dal nome impronunciabile per effetto di quella fabbrica che negli anni indietro era considerata un fiore all’occhiello della città. Considerando che nessuno di loro aveva mai lavorato all’Eternit. Ho voluto toccare con questa storia inventata, ma con riferimenti precisi a questi amici, la grande tragedia che è una tragedia collettiva che colpì individualmente famiglie intere. Non ho voluto raccontare la fabbrica se non riportare testimonianze dirette. La fabbrica la può raccontare chi l’ha vissuta, chi ha dato sudore e sangue in produzione, chi ci ha lasciato la salute. Una testimonianza di piccole storie di persone che hanno fatto la storia pur rimanendo ai margini di una narrazione che spesso tende a semplificare. È il valore del racconto, il valore della memoria, il valore della parola che dà forza. E la memoria, come nel caso della Eternit, non riguarda soltanto ciò che è accaduto, perché continua a lavorare, a lasciare strascichi, tracce, a seminare raccolti nuovi, in positivo e in negativo, che si protraggono per giorni, mesi, anni. Il tempo diventa imprescindibile compagno di viaggio delle vicende umane, come ritmo, come work in progress. Qualcosa che non si interrompe mai.

A.D.: Nel romanzo sembrano venire a compimento sia il lungo ’68 operaio e studentesco (di cui si vedono gli ultimi fuochi fuori tempo massimo) che la sconfitta operaia (cominciata qualche anno prima a Torino). L’elemento che fa cortocircuitare tutto è la contraddizione tra capitale, lavoro e ambiente (con relative incomprensioni anche a sinistra). I tuoi personaggi vivono in corpore vili tutto questo e le loro sofferenze non sono solo fisiche, ma sono anche il frutto di una vicenda complicata da cui non si può uscire con traiettorie rettilinee. Ancora oggi quei grumi di contraddizioni sono irrisolti se una filosofa come Nancy Fraser ha ammonito di recente che occorre “una politica ecologica seria”, cioè “anticapitalista” che sappia “cogliere i nessi fra le contraddizioni ecologiche e quelle non ecologiche del capitale”. Può la letteratura essere uno dei mezzi per contrastare l’oblio programmato di una memoria ricca di spunti anche per il presente? La citazione di Maccacaro ad un certo punto delle tue pagine è un chiaro segno che oltre le contraddizioni il movimento operaio allargato aveva prodotto anche nuove consapevolezze…

G.B.: L’attenzione all’ambiente, che è sempre stato trascurato dalla nostra politica è un’attenzione che ha avuto riscontro nella letteratura, anche se è passato quasi inosservato. Scrissi diverso tempo fa su Carmilla un articolo che riguardava l’ACNA di Cengio, un ex dinamificio trasformato nel dopoguerra in azienda produttrice di coloranti. Ci sono stati scrittori che hanno raccontato in tempi lontani dalla chiusura della fabbrica e dalla politica di risanamento di tutta la valle dopo i danni prodotti. Augusto Monti parlò della fabbrica nel suo libro maggiore “I Sansossi” quando riportava “il dinamificio ti fotte in Bormida e le acque scendono come ranno, schiuma verde e pesci morti a pancia in su, e le bestie la rifiutano. Per fare cosa? Dinamite, balistite, per ammazzare gente.” E anche Beppe Fenoglio nei suoi racconti autobiografici a metà degli anni ‘60: “hai mai visto la Bormida? Ha l’acqua color sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti della fabbrica di Cengio e sulle sue rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata che ti mette freddo nel midollo, specie a vederla di notte sotto la luna.” Ecco questa è una letteratura cui si è prestata poca attenzione. Nel caso dell’Acna si è parlato molto del danno all’ambiente ed è passato, a mio parere, in secondo piano i danni sul genere umano. E non mi riferisco soltanto ai lavoratori dell’azienda, ma anche agli abitanti della valle perché si registrò una forte predisposizione di tumore alla vescica. Questo serve a riscontrare che il mio approccio al testo è caratterizzato anche da un metodo, quello anzitutto della ricerca documentaria e testuale che definisce il mio approccio con la narrazione. Dopotutto la storia della fabbrica di Casale Monferrato parla chiaro. E il riferimento a Giulio Alfredo Maccaccaro, che si occupò di metodi della statistica applicata alla medicina e alla ricerca delle cause ambientali e lavorative delle malattie, pure: “L’uomo va, sempre e comunque, difeso e l’onere delle prove sta tutto e sempre nelle cose, soprattutto su chi le produce e le immette nell’uso umano, nell’ambiente di vita e in particolare del lavoro. La vita dell’uomo va difesa non soltanto dai danni, ma anche dai rischi, va riparata dai colpi ma anche dalle ombre se queste proiettano una minaccia di malattia e di morte.” Con questa citazione di Maccaccaro mi riferisco soprattutto al problema della sicurezza nei posti di lavoro. È un’emergenza di una gravità assoluta e l’Eternit, la più grande fabbrica d’amianto d’Europa, avrebbe dovuto insegnare qualcosa. Invece oggi siamo ancora qui a parlarne pur essendo una delle emergenze più gravi e meno affrontate nel paese. Ogni giorno accadono tragedie terribili, tragedie di persone che svolgevano il loro lavoro regolarmente, senza la garanzia di eventuale protezione e di sicurezza. Vite perse, vite spezzate. E non diamo la colpa al fato, non diciamo era destino. Perché questo avrebbe il senso di un fattore eccezionale. Quando la situazione si ripete, quando abbiamo morti sul lavoro ogni giorno, dobbiamo considerare altri fattori. C’è l’assenza, colpevole, di chi dovrebbe mettere in campo azioni concrete per affrontare queste emergenze. Allora se tutti si indignano quando la cronaca catapulta queste tragedie, quando sui media ci troviamo le solite frasi di circostanza o da una classe politica ci sentiamo i soliti proclami elettorali, speriamo che la letteratura assolva un compito più elevato. Le parole a volte fanno più male delle pietre. Non lasciamo scivolare via dalle nostre coscienze uomini e donne vittime di queste stragi silenziose.

A.D.: Scrivere una True story può essere molto pericoloso. Non sei certo uno scrittore che occhieggia al lettore per imbonirlo, quindi hai scelto questo campo per una urgenza vera. D’altro canto tu stesso ha dichiarato di voler scrive una storia e non la storia. È vero è così, eppure a me sembra che il limite che ti sei posto non chiuda la tua narrazione a qualcosa di universale. Tu che ne pensi?

G.B.: C’è una grande letteratura che presta un’attenzione particolare verso la fabbrica, verso il mondo del lavoro. Certo che un grande riferimento nel nostro paese accompagna scrittori come Ottiero Ottieri e Paolo Volponi. Grandissimi autori con una letteratura rivolta però al racconto della fabbrica più che dei lavoratori. Certo loro narrano la fabbrica come meccanismo più che la soggettività dei lavoratori stessi. Ho sempre avuto la convinzione che la letteratura abbia anche il compito di riscattare storie, fatti e personaggi che la società moderna, una società che va troppo di corsa, con il tempo, tenderebbe a dimenticare. Non sarebbe servito raccontare la storia di una fabbrica di cui già tanto si è scritto e in campo medico scientifico sono stati prodotti dati, statistiche, documentazioni. Io ho voluto raccontare una storia ispirandomi a qualcuno che non c’è più. Ho immaginato il percorso di un dramma, un dramma che avesse il dolore, perché è di dolore che stiamo parlando, il dolore di chi è colpito dal male impronunciabile, quel dolore che faceva a molti nascondere la testa sotto la sabbia e che andava gridato a gran voce per ribellarsi. Poi c’è la fabbrica sullo sfondo di tutto questo, la fabbrica con la sua produzione che sembrava aver scoperto il prodotto del futuro, quello che avrebbe contribuito a cambiare il mondo. Non era così. Il mio libro non vuole parlare di questo, ma di un ambiente di lavoro retrogrado, poco sicuro e poi, anche, senza un futuro. I libri, si sa, sono dentro gli autori prima di essere scritti e continuano ad abitarci ossessivamente. Ad un certo momento della vita questo libro ha preso forma perché la sua complessità stava proprio nel raccontare un passato dentro il presente. E nel presente, vedendo morire alcuni amici e colleghi a causa del male dal nome impronunciabile, ho pensato che questo dolore non fosse più un fatto solamente privato, ma che riguardava tutta una comunità che stava facendo i conti con una triste realtà. Posso dire che un autore che ho sentito fortemente vicino, un autore titanico, di una grandezza assoluta è stato David Peace con il suo GB84 dove rappresenta la tragedia dei lavoratori delle miniere in Gran Bretagna in quel fatidico anno. Cinquantatre settimane che scandirono l’ultima guerra civile inglese, l’ultimo epico atto della lotta di classe. In questo libro lo scontro frontale tra il governo inglese guidato dalla Lady di Ferro Margaret Thatcher e i lavoratori inglesi diventa il simbolo di un’epoca e di un paese spaccato. Di una grandezza assoluta anche la trilogia de “Il sol dell’avvenire” di Valerio Evangelisti, che disegna un quadro attraverso le vicende di alcune famiglie di braccianti e contadini, la trasformazione del nostro Paese e del suo mondo del lavoro. Quello che mi si può dire e che mi aspetto è che siamo fuori dal tempo a scrivere queste storie. Una domanda frequente che ci si pone nell’epoca del neoliberismo è questa: dov’è la classe operaia, dove sono i lavoratori, i compagni, gli amici? Anche la letteratura accetta questa sconfitta senza farsene una ragione? Il mondo in cui mi trovo racconta questo e io non voglio starlo a sentire. Allora ognuno si assuma le proprie responsabilità. La responsabilità in questa letteratura non è mai personale, è collettiva perché tanti l’hanno abbracciata. Cito questi versi di Franco Fortini che ebbi la fortuna di incontrare una volta, l’unica volta in vita mia. Essi sono del 1955 e dicono: ”Per ognuno di noi che dimentica c’è un operaio della Ruhr che cancella lentamente se stesso e le cifre che gli incisero sul braccio i suoi signori e nostri”. Sono le prime righe di una poesia che si intitola “Gli oppressi”. Traspare una concezione etica del ruolo dello scrittore rivolto a una categoria, appunto, dove il ruolo non è confermato e scontato.

A.D.: Uno degli esergo che si leggono prima di iniziare il libro è una citazione di Edoardo Sanguineti, che, se non sbaglio, è stato anche uno dei tuoi maestri. Se penso a lui, personaggio poliedrico tutto da riscoprire, mi viene in mente la sua attenzione alla lingua e immediatamente vado al tuo modo di scrivere, di usare la parola, di costruire la frase, di usare l’icastico intarsio in dialetto… Vuoi parlarci della tua modulazione della lingua, che secondo me ha raggiunto in questo romanzo un particolare livello di maturazione?

G.B.: Stabilii il primo contatto con Edoardo Sanguineti nel 1977. Seguii il suo corso all’università di Genova su “Gramsci e il quaderno dei quattro anni”. Segnò anche una svolta di maturazione per me che mi ero avvicinato alla politica con determinazione e passione. Parliamo di uno dei più grandi intellettuali italiani, un’intelligenza sopra le righe, un letterato vero. Laborintus, il suo primo libro di versi scritto poco dopo i vent’anni, rappresenta a mio parere il più bel libro di poesia del 900 italiano. Lui è stato il precursore del metalinguismo, c’era una commistione di lingue nella sua opera. Certo, parliamo di sperimentalismo. Se guardiamo alla sua produzione narrativa, a opere come Il gioco dell’oca o Capriccio italiano, riconosciamo una neoavanguardia che ha un’assonanza fortissima con quella francese che va da Philippe Sollers, e mi riferisco al Sollers di H, fino a Thibaudeau di Numeri e Dramma. Una letteratura che mi ha dato lo spunto per sperimentare questa commistione italiano e dialetto, perché il dialetto non deve essere considerata una lingua contaminata e bastarda, ma una lingua di alto valore letterario. Si pensi a un’autorevole scrittrice come Laura Pariani che ha universalizzato il suo microcosmo romanzesco innalzandolo all’universo mondo attraverso il grande valore di questa lingua. La lingua precede sempre la letteratura e ne diventa parte integrante, come diceva Roland Barthes “è una dimensione verticale e solitaria del pensiero”.

A.D.: La nostra letteratura ha conosciuto grandi scrittori, diversi tra loro, che si sono cimentati con la narrazione della condizione operaia e proletaria; subito mi vengono in mente Mastronardi e Volponi per esempio. Da qualche anno assistiamo rifiorire di una narrativa che usa consapevolmente le forme del romanzo e del memoir per promuovere una sorta di contro-discorso antitetico a quello dominante sul destino delle lotte operaie. Penso in questo caso (citando i primi tre che mi vengono alla mente) a scrittori come Giovanni Iozzoli, Giorgio Falco o Alberto Prunetti. Cosa pensi di questa produzione letteraria? Pensi che il tuo Da qui all’eternit possa essere inserito all’interno di essa? E se sì con quale peculiarità?

G.B.: Ho letto con grande interesse gli autori che hai citato. Non dimenticherei Angelo Ferracuti e Silvia Avallone. È una letteratura che in qualche modo segna la fine del 900 e l’inizio del nuovo millennio con una società in crisi dove resilienza, cioè la capacità di resistere e reinventarsi all’ineluttabilità delle politiche del neoliberismo, è una parola in voga. Credo che una certa letteratura potrebbe fare di più per scardinare questo sistema. Questo ho pensato in un primo tempo, poi mi sono reso conto che la letteratura ha il compito di raccontare e di tenere viva la memoria. Tutti noi avremmo voluto che questa realtà non fosse mai esistita. E invece si è presentata puntuale con la storia. E non eravamo pronti. Anche quelli che fanno finta di nulla, che nascondono la testa dentro la sabbia, non possono far finta di nulla. Menomale che qualcuno vuole interrogarla la storia, altrimenti rappresenterebbe davvero il potere delle classi dominanti. Attenzione, però. Un romanzo elaborato in forma giornalistica non è un romanzo. Per questo esistono molti autori che rappresentano il fatto contestandolo. Questa non è letteratura. La letteratura, quella di impegno civile e sociale, è quella che ricerca e rappresenta mostrando una veste che va anche controcorrente rispetto alle regole del mercato e a quelle rigide della società borghese, che di fronte alla realtà preferisce voltarsi e far finta di non vedere. Il romanzo sociale è un genere che tratteggia la vita dei ceti subalterni, la cecità delle classi abbienti, l’inadeguatezza delle istituzioni, la criminalità urbana, la violenza domestica e il bieco sfruttamento del lavoro. Se noi facciamo uno sforzo, di questi tempi un grande sforzo, possiamo tentare di considerare la letteratura di impegno all’attenzione di una politica antagonista, di resistenza, se vogliamo anche di protesta e di cambiamento; un veicolo di conoscenza e che generi pensiero. Sarebbe una letteratura di grande dignità quella che cammina, come si direbbe, a testa alta. Nella sua introduzione all’edizione italiana di “Strada sdrucciolevole” di Max Von Der Grün, Cesare Cases scriveva “la letteratura operaia è dura a morire.(…) La classe operaia esiste e (…) nessuno ne contesta l’importanza, anche se non è convinto che essa sia – o sia ancora – il soggetto potenziale di una rivoluzione atta a por fine ad ogni sfruttamento dell’uomo sull’uomo. E resta il fatto che nella produzione letteraria occidentale (…) non se ne parla quasi mai”.

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