editoriali

Contro la guerra c’è il socialismo

di Roberto
Musacchio

In questi giorni sta prendendo corpo, e piede, la proposta avanzata da Michele Santoro di una lista per la pace per le prossime elezioni europee.

Sentendo il recente intervento di Santoro nell’uscita alla Versiliana, si apprezza una complessità del messaggio che motiva la sfida politica.

Santoro si è soffermato sul nesso tra finanziarizzazione e spinta alla guerra come causa ed effetto del conflitto ormai mondiale e permanente.

Un conflitto quindi profondamente legato al capitalismo di questa fase.

Non dunque solo un’opzione valoriale, che pure è importante e necessaria, né solo costituzionale, altrettanto fondamentale.

Stiamo di fronte alla necessità di un “ritorno a Marx” e alla sua antinomia fondamentale tra socialismo o barbarie.

Recentemente è uscito un libro di grande importanza, “La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista” di Brancaccio, Giammetti e Lucarelli.

Il libro individua come linea di conflitto fondamentale quella tra Paesi debitori, in primis gli USA, e creditori, Cina, Russia, Arabi, ( ma ci sarebbe anche la Germania).

E nella centralizzazione sempre più massiccia dei capitali il fattori decisivo di squilibrio nel sistema internazionale ed un fattore fondamentale di stravolgimento.

La centralizzazione finanziaria fa sì che ormai una cerchia sempre più ristretta controlli masse crescenti di capitali, mettendo in ombra la democrazia e alimentando i conflitti. Rispetto a Marx che preannunciava la centralizzazione e poneva l’accento come causa della crisi più sulla caduta tendenziale del saggio di profitto e a Kautsky che parlava di un ultra imperialismo qui il punto di rottura viene individuato in questa dinamica.

Nel libro l’indicazione è verso una nuova politica keynesiana globale che riappropri l’uso della moneta per la composizione dei conflitti.

Chi scrive, nelle mie letture empiriche, parla spesso di lotta di classe rovesciata che sovrintende al conflitto orwelliano tra capitali accentrati ma anche tra diverse strumentazioni suprematiste.

Una visione che pone più nel conflitto sociale di classe piuttosto che nelle politiche economiche la soluzione.

Che dubita sulle doti mefitiche (che naturalmente ci sono nel sistema del dollaro) o salvifiche delle monete stando al detto di Latouche che esse dovrebbero essere buoni servitori mentre sono diventati pessimi padroni.

L’euro non ha costruito l’Europa politica ma ha contribuito a fare quella “reale” post democratica e post sociale.

Che ha scelto la guerra come propria opzione e non perché trascinata dagli USA.

I Brics sono un elemento importantissimo di multipolarismo ma i Pil complessivamente sono segnati da modelli estrattivisti e Paesi come l’Arabia Saudita hanno regimi sociali e patriarcali inaccettabili.

Bene fa Lula a segnalare come il tema sia di rovesciare le dinamiche di guerra e i sistemi che le alimentano.

Cioè l’attuale capitalismo finanziarizzato.

Dunque proporsi come scopo della politica adesso la pace è mettere al centro il punto più attuale dell’anticapitalismo.

Come Marx prevedeva che la Rivoluzione fosse l’alternativa alla Guerra.

Come Lenin fece col programma bolscevico che aveva al primo punto la Pace.

 

Roberto Musacchio

 

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Su Servizio Pubblico trovi in esclusiva tutti gli interventi di “E se spuntasse un Arcobaleno?”, l’appello di Raniero La Valle e Michele Santoro con Ginevra Bompiani e Luigi De Magistris.
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