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Contro la depressione sociale e la paura del futuro

di Roberto
Rosso

Le brevi considerazioni che seguono prendono spunto dai dati relativi all’andamento demografico ed economico del nostro paese, con la consapevolezza che gli argomenti trattati richiedono ben altro approfondimento e la documentazione offre alcune suggestioni utili ad aprire il discorso.

Secondo i dati ISTAT1. Il tasso di natalità nel nostro paese è passato, per mille abitanti, dal 8,5 del 2013 al 6,8 del 2020 e 2021 (d.s. dato stimato), il tasso di mortalità ha fatto un salto da una oscillazione tra il 9,9 ed il 10,8 al 12,5 nel 2020, 12 (d.s.)  nel 2021 anni in cui è intervenuta la pandemia. La popolazione -in percentuale- tra 0-14 anni al 1° gennaio passa dal 14 al 12,9 – 12,7 (d.s.).
La popolazione residente era 56.593.270 nel 2002 arriva ad un massimo di 60.345.917 nel 2014, scende a 59.816.683 nel 2019, 59.641.488 nel 2020, nello stesso anno il saldo naturale anagrafico è di -335.425. Nell’andamento demografico, relativo ai residenti teniamo conto delle sanatorie che sono state fatte rispetto agli immigrati2, Dal 1986 è passato da questa trafila oltre un milione e mezzo di persone, di cui 700mila nel 2002 e 300mila nel 2009.
L’Ocse, che elabora una statistica a parità di potere d’acquisto, citata in articolo di Repubblica del 24-10-2021, calcola che in Italia il salario medio di un lavoratore dal 1990 al 2020 è sceso del 2,9%. Nello stesso periodo in Francia e Germania i salari medi sono cresciuti più del 30%, negli Stati Uniti quasi del 50.
Una attenzione particolare va portata alla produttività del lavoro, del capitale all’intensità di capitale (come rapporto tra input di capitale e ore lavorate) su cui l’ISTAT offre una sintesi di dati nel documento Misure di produttività-Anni 1995-2020; si tratta di indicatori che valgono per tutto il sistema economico, del quale da ogni parte si lamenta la scarsa crescita della produttività, il cui andamento va analizzato per fattori, settori etc. Tra i dati che il rapporto presenta possiamo leggere quanto segue.

Nel periodo 1995-2020, la crescita media annua della produttività del lavoro in Italia (+0,4%) è stata decisamente inferiore a quella sperimentata nel resto d’Europa (+1,5% nell’UE27) (Figura 1). Tassi di incremento più in linea con la media europea sono stati registrati dalla Francia (1,2%), e dalla Germania (1,3%). Anche la Spagna registra un tasso di crescita (+0,4%) più basso della media europea e analogo a quello dell’Italia.
Il divario rispetto alle altre economie europee è risultato particolarmente ampio in termini di evoluzione del valore aggiunto: in Italia, nel periodo 1995-2020, la crescita media annua è stata dello 0,2%, assai inferiore a quella della media della UE27 (+1,5%). Le ore lavorate, al contrario, hanno registrato variazioni complessivamente molto limitate: -0,2% in Italia, -0,1% in Germania, +0.2% in Francia. Solamente la Spagna, tra i principali paesi europei, ha segnato una crescita più accentuata (+0,8%).
Nel periodo più recente (2014-2020), la produttività del lavoro in Italia è aumentata dello 0,5% in media annua, con una modesta contrazione del divario di crescita rispetto all’UE27 (+1,2%). La dinamica è risultata inferiore a quella della Germania (1,0%), pari a quella della Francia (+0,5%), e superiore rispetto alla stazionarietà rilevata per la Spagna.

I dati sull’andamento demografico, soprattutto se escludiamo il contributo degli immigrati -mentre non dobbiamo dimenticare l’emigrazione giovanile, soprattutto quella parte altamente scolarizzata che solo in altri paesi trova un adeguato riconoscimento alle proprie capacità e competenze- offrono un quadro di sostanziale depressione, mancanza di fiducia verso il futuro, il sistema economico appare – secondo parametri di efficienza capitalistica- sostanzialmente stagnante.

I dati di quest’anno sono influenzati dall’uscita dal periodo in cui la pandemia ha colpito di più e mostrano incrementi che vanno a scemare dal prossimo anno. L’autunno che si prepara sotto la scure dell’aumento esponenziale dei costi di approvvigionamento energetico, ci dirà se questa stagnazione-depressione della formazione sociale italiana potrà essere sconvolta da una stagione di conflitto e protagonismo sociale delle classi più sfruttate e impoverite, dalle aree più marginali e depresse alle aree metropolitane più sviluppate e dinamiche; in alternativa si confermerà e si accentuerà la scomposizione di classe, l’aumento delle diseguaglianze, la crescente estraneità di gran parte della popolazione ai meccanismi di partecipazione democratica, ormai ridotti al lumicino. Lo stato di depressione, la passività di gran parte dei ceti e classi sociali, la mancanza di conflitti sociali estesi – i conflitti sociali più vivi e radicali sono sostanzialmente emarginati, vivono separati dal resto del corpo sociale- si coniuga con l’assenza di una capacità di governo strategico della fase di transizione che anche in nostro paese vive, entro una transizione globale caratterizzata dalle crisi intrecciate che ormai da mesi stiamo analizzando.

In questo contesto l’aumento in frequenza ed intensità dei fenomeni climatici estremi, indice degli effetti del cambiamento climatico, non trova alcuna efficace risposta nel presente e nessuna progettazione e pianificazione efficace per il futuro. Gli andamenti climatici ed i fenomeni meteorologici di quest’anno confermano una tendenza e mostrano il superamento di soglie oltre le quali sono realmente a rischio le basi stesse della continuità di esistenza di intere comunità e territori, a partire dalla disponibilità dell’acqua per i diversi usi. Sei anni fa il sisma che devastò per l’ennesima volta il centro Italia, di cui a quanto pare solo ora si valuta il costo della ricostruzione3 che solo ora a distanza di sei anni dovrebbe subire una significativa accelerazione, il condizionale è d’obbligo. Complessivamente la struttura, le dinamiche sociali, economiche, culturali gli equilibri idrogeologici dei territori, la loro struttura antropica dovrebbero mutare radicalmente secondo logiche convergenti, ma non c’è traccia di un reale percorso in questa direzione.

Il confronto sull’uso dei fondi messi a disposizione dal Next Generation EU, che ha portato alla scrittura del PNRR, non è certo stato l’occasione -se non di una ricomposizione sociale nel nome di una sorta di solidarietà nazionale tra le classi- di una mediazione significativa degli interessi, d’altra parte le indicazioni che venivano dall’alto ponevano limiti ben precisi; non c’è stata un partecipazione corale dei diversi soggetti economici e sociali,  possibile solo attraverso l’esplicitazione delle contraddizioni, la manifestazione dei conflitti capace di innalzare il livello della mediazione cui la politica deve giungere, con la quale la politica si può rigenerare.

Ciò a cui abbiamo assistito è stata ben altra cosa, il tentativo di affidarsi al potere taumaturgico di un principe post-moderno è arrivato a conclusione senza aver concluso in un qualche modo il suo compito. Il passaggio prima dell’autunno della crisi energetica più radicale mai vista sono le elezioni del 25 settembre le cui regole sono il frutto di un sussulto nevrotico e demagogico della depressione nazionale: la cosiddetta rivolta contro la casta che non si espresse ovviamente -visto ciò che veniva indicato come casta, soggetto detentore del potere- in una rivolta sociale, ma nel voto al 33% al M5S che produsse a sua volta il taglio delle rappresentanze parlamentari. Mentre tra i presunti vincitori si discute come dividersi la torta del potere e tra i presunti perdenti si litiga per rimanere a galla, la popolazione si manifesta come soggetto passivo materia prima per i sondaggi, con il volantinaggio mediatico sui social di programmi costruiti in fretta e furia per l’occasione. Fa eccezione la mobilitazione per la raccolta delle firme dell’Unione Popolare, sussulto orgoglioso e minoritario di una sinistra reale.

La parabola di questa legislatura è avvenuta nel manifestarsi più drammatico dell’intrecciarsi delle crisi globali, dell’acutizzarsi del confronto geostrategico. L’Italia si colloca in Europa ovvero nel ventre molle della formazione sociale globale, degli equilibri tra le regioni che sono considerate il centro del mondo. In altra parte di questo numero della rivista si analizzano gli effetti della guerra tra Russia e Ucraina conseguente all’invasione di quest’ultima, del confronto globale che ne è derivato, sulla Germania ovvero sulla potenza portante degli assetti europei, dentro e fuori l’Unione. L’Italia come seconda potenza industriale dell’Unione non è concepibile al di fuori dei suoi nessi con le filiere produttive ed il mercato tedesco, in quanto tale vivrà pienamente gli effetti diretti ed indiretti della ‘crisi energetica’. Gli equilibri politici, oltre che quelli socio-economici, subiranno in pieno gli effetti della incapacità europea di darsi una strategia propria, autonoma da quella degli Stati Uniti, di cui è succube pagandone il prezzo più alto.

Davanti noi l’autunno, che si prospetta freddo in ogni senso cui seguirà un inverno più gelido e drammatico; scaldarlo è, sarà un compito difficilissimo a cui non ci possiamo sottrarre.

Roberto Rosso

  1. http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCIS_INDDEMOG1#.[]
  2. http://www.parlarecivile.it/argomenti/immigrazione/sanatoria.aspx.[]
  3. https://www.wired.it/gallery/terremoto-2016-italia-amatrice-costo-ricostruzione-dati-commissario/.[]
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