Che UE sarà?

di Andrea
Pisauro

Da qualunque punto di vista lo si guardi l’accordo nel Consiglio Europeo speciale del 17-21 Luglio 2020 assume un significato storico. Storico perché definisce la risposta politica dell’Unione Europea a un evento storico, una pandemia che delimita in modo chiaro un prima e un dopo, e che, come racconta questo bellissimo saggio di Anthony Barnett, rimettendo nella coscienza pubblica la difesa della vita davanti a quella del profitto, ha il potenziale di portare a un’umanizzazione della globalizzazione. Storico anche perché il Consiglio che l’ha prodotto è stato seguito, come ricordato dal puntuale commento di Elly Schlein, da un dibattito pubblico acceso in tutti gli stati dell’Unione, confermando una attenzione popolare alle vicende politiche europee fatta di giudizi e pregiudizi (con le consuete tensioni tra paesi debitori e creditori e un generale sentimento anti-brexit fotografati da un interessante sondaggio di YouGov). Storico soprattutto perché rompe il tabù della mutualizzazione del debito e inaugura una nuova fase europea di investimento pubblico nell’economia, in discontinuità col “decennio dell’austerity”, ricordando che cambiare l’Unione Europea è possibile anche ai tanti scettici che se l’erano scordati. Ma se lasciano il tempo che trovano le analisi di chi ripete come un disco rotto che nulla è cambiato senza sapere indicare una strategia politica di cambiamento, non bisogna nemmeno accontentarsi di celebrare la svolta, anche perché di contraddizioni in questo accordo ce ne sono molte ed è solo analizzandole che possiamo ritrovare la traccia di una critica costruttiva al futuro dell’Unione Europea, che dipende da tutte e tutti noi e non è affatto scontato, come ci ha ricordato l’estenuante saga Brexit.

Anche per questo, il Manifesto di Londra, l’associazione di emigranti italiani in Gran Bretagna e Irlanda che in tante e tanti abbiamo contribuito a fondare per tenere vivo un presidio di giustizia e solidarietà nella Londra dove vivono più italiani che a Firenze, ha deciso di impegnarsi nei prossimi mesi per rilanciare la lotta per un’Europa, politica democratica e sociale, aiutando una sinistra italiana afona sui temi europei a ricostruire un punto di vista critico e propositivo. Un serio progetto di ricomposizione della sinistra non può non partire da un’analisi condivisa della nuova fase europea, a partire dai nodi istituzionali e politici dell’accordo di Luglio. Vediamoli nel dettaglio.

Il primo nodo e alla lunga la più importante, riguarda il rapporto istituzionale tra Unione e stati membri, riflesso in quello tra Commissione, Consiglio e Parlamento, che esce trasformato dall’accordo. Ma a favore di chi? La decisione del Consiglio di affiancare al bilancio settennale della UE (costituito da 1074 miliardi di finanziamenti nazionali a programmi di spesa europea) un fondo per la ripresa di entità paragonabile (il programma Next Generation EU costituito da 750 miliardi di debito raccolti dalla Commissione sui mercati e distribuito in larga parte a programmi di spesa nazionali), costituisce un’innovazione della costituzione materiale della UE. Dando a una Commissione più interventista e “politica” il potere di emettere una quantità significativa di debito (dove la novità è l’entità dell’indebitamento e non i titoli di debito comunitario in sé, emessi già 12 volte a partire dal 1973) e trasferirne larga parte dei proventi ai vari paesi membri per finanziare piani di ripresa in linea con le sue priorità programmatiche (transizione ecologica e digitalizzazione), l’accordo di Luglio dota di fatto la Commissione, ovvero l’organo di governo della UE, di una rudimentale politica economica, seppur ancora limitata nel tempo e nella portata, perché i soldi raccolti con questi titoli di debito andranno restituiti in un arco di 30 anni, a partire dal 2027 e si devono occupare, sulla carta, solo della risposta alla crisi COVID-19. E tuttavia l’accordo rafforza anche tutti i governi nazionali dei 27 stati membri, messi nelle condizioni di gestire in breve tempo e relativa autonomia la distribuzione delle ingenti risorse economiche ricavate dagli eurobonds, al riparo dalle tempeste finanziarie grazie allo scudo della BCE, col pieno supporto della Bundesbank. Un rafforzamento dei governi persino oltraggioso nel caso dei paesi “frugali” che hanno ottenuto aumenti e prolungamenti degli sconti ai loro contributi al bilancio europeo, ricavati anche da tagli al bilancio comunitario (rispetto alla proposta iniziale della Commissione di un budget settennale da 1100 miliardi ci sono 26 miliardi in meno, tagliati dal Just Transition Fund rivolto alla conversione ecologica dei settori produttivi e dal programma di ricerca HorizonEU). Il Parlamento Europeo ha promesso battaglia chiedendo un bilancio più ambizioso, ma anche riuscisse ad eliminare alcuni di questi tagli non avrà un ruolo nella gestione della maggior parte dei fondi di Next Generation EU, in quanto larga parte di questi (672.5 miliardi su 750) non finanzia i programmi di spesa europei ma il Recovery and Resilience Facility, ovvero l’insieme dei prestiti (360 miliardi) e i trasferimenti a fondo perduto (312.5 miliardi) concessi ai paesi membri dalla Commissione le cui valutazioni sono “comunicate” ma non approvate dal Parlamento. Il Parlamento potrà recuperare un ruolo successivamente, se la Commissione darà seguito alla sua intenzione di restituire almeno una parte del nuovo debito europeo tramite l’introduzione di tasse europee sui proventi delle multinazionali del digitale o sulle emissioni di CO2, ma non c’è ancora accordo su questo punto. Tuttavia nemmeno il Consiglio avrà un ruolo decisivo: nessuno avrà potere di veto sull’erogazione dei fondi della Recovery and Resilience Facility. Serviranno complesse alleanze di almeno quattro paesi che rappresentino oltre il 35% della popolazione UE (i “frugali” non basterebbero) per bloccare i piani per la ripresa nazionale in ECOFIN (il consiglio dei ministri delle finanze della UE). Un paese può chiedere un supplemento di discussione in Consiglio entro tre mesi (un contentino all’Olanda), ma l’ultima parola è della Commissione, ed è questa la vera vittoria del fronte mediterraneo guidato dall’Italia. Nel complesso l’istituzione di Next Generation EU è un passo in avanti verso un’Unione (più) federale (con la Commissione che esce rafforzata a discapito del Consiglio), anche se non ancora più democratica (per la marginalizzazione del Parlamento Europeo da una parte importante della risposta europea alla crisi), con i governi nazionali liberi di tornare a politiche di spesa e quindi rafforzati.

Il secondo nodo dell’accordo trovato in Consiglio è politico. Se lo scatto in senso federale è una vittoria degli europeisti, il modo in cui ci si è arrivati è una sconfitta della politica transnazionale, con le famiglie politiche europee non pervenute all’interno del Consiglio (dei quattro paesi frugali Olanda e Austria hanno governi di coalizione con una guida conservatrice mentre Danimarca e Svezia hanno governi di centrosinistra). I frugali conservatori hanno resistito all’accordo principalmente per questioni di politica interna, perché dare l’impressione di resistere alle pretese di spesa delle cicale mediterranee fornisce una potente arma di propaganda, in particolare contro la destra sovranista, utile per chi ha elezioni a breve (come il premier olandese Rutte che ha due formazioni sovraniste alla sua destra) o chi le ha già vinte con una linea simile, come l’austriaco Kurz. A queste ragioni politiche si aggiungono questioni economiche perché le economie frugali orientate all’export che beneficiano del mercato unico non sono esenti da vantaggi competitivi rispetto agli altri stati membri. Il caso dell’Olanda, “il quarto più grande facilitatore al mondo di elusione fiscale” dopo Isole Vergini, Bermuda e Isole Cayman, spiega in parte la posizione oltranzista del suo governo. Ma cosa dire dei partiti socialdemocratici al governo in Svezia e Danimarca? Certamente ha un peso il fatto che sia il primo ministro svedese Stefan Löfven che la sua collega danese Mette Frederiksen siano su posizioni moderate (Löfven ha reso la Svezia famosa per la sua opposizione al lock-down più che per politiche socialiste e la Frederiksen ha vinto le elezioni con una retorica anti-immigrazione) ma non va sottovalutato il fatto che nessuno dei due paesi scandinavi è nell’euro ed è forte l’idea che i problemi dell’eurozona non debbano riguardare tutta la UE. Queste resistenze dei paesi meno integrati sono in qualche modo fisiologiche e ciascun paese deve decidere autonomamente il proprio livello di integrazione nel progetto europeo. Ma per tutti quelli che a quel progetto vogliono dare un futuro deve essere chiaro che il problema non sono i due primi ministri scandinavi ma il fatto che le decisioni importanti siano presa dal Consiglio. È del tutto fisiologico che in una trattativa tra 27 governi nazionali ci si coalizzi per aree geografiche e affinità storico-culturali, con l’Olanda a rivendicare un ruolo politico dell’Europa protestante ed euroscettica, orfana del ruolo disfattista britannico, che faceva comodo a chi non ha particolari esigenze di maggiore integrazione, come appunto Svezia e Danimarca. Del resto quale leader del socialismo europeo potrà mai imporre al primo ministro svedese cosa dire in un consesso in cui rappresenta la Svezia? Cosa direbbe l’opposizione nazionalista danese se la prima ministra si facesse dettare la linea dal bulgaro Stanishev, che continua dal 2011 a presiedere l’irrilevante PSE? Il Parlamento europeo è l’unica istituzione europea in cui ci si può alleare sulla base del proprio orientamento politico, che si è stati eletti per rappresentare, a prescindere dalla propria nazionalità. L’unico modo per rendere le famiglie politiche europee rilevanti è aumentare i poteri del Parlamento Europeo a scapito di quelli del Consiglio, e questo richiede una revisione dei trattati. Del resto il complicato compromesso raggiunto in Consiglio è il frutto di un processo decisionale completamente disfunzionale: rinchiudere per 5 giorni in un palazzo 27 leader di diversa estrazione politica sperando raggiungano un accordo unanime su questioni complicate, mentre ciascuno di loro tiene un occhio ben fermo sulle mosse a casa loro delle rispettive opposizioni, non è un metodo per trovare buone soluzioni. Questo è un meccanismo, non da oggi, insostenibile, va progressivamente superato, non solo nella gestione di Next Generation EU ma anche con un processo democratico che porti a una riforma dei trattati che trasferisca potere dall’Europa dei governi a quella dei cittadini.

Con quali strumenti? Il primo arriva proprio dalle istituzioni europee. Uno dei primi atti della Presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen è stato l’annuncio di una Conferenza sul Futuro della UE, il cui lancio, inizialmente previsto per la scorsa primavera, è stato rimandato al 2021 a causa della pandemia. Il Parlamento Europeo ha già approvato a larga maggioranza una risoluzione che chiede che la conferenza coinvolga i cittadini in un processo di riforma dal basso aperto alla “riforma dei trattati” e all’istituzione di “meccanismi permanenti di partecipazione dei cittadini”. Nella fase calda delle trattative la stessa Merkel ha aperto alla revisione dei trattati in parte suggerita, secondo interpretazioni non superficiali, anche dalla sentenza della Corte Costituzionale tedesca sul programma di acquisti della BCE.  La posizione del Parlamento, diversa da quella dal Consiglio, deve essere supportata da una battaglia delle forze politiche e sociali per chiedere sovranità sul futuro dell’Unione e una radicale riscrittura dei trattati europei in senso democratico e federale. Anche per rivendicare questa sovranità dal basso la coalizione Citizens Take Over Europe che raccoglie oltre 50 associazioni e movimenti europeisti ha scritto una lettera ad Angela Merkel, in questo semestre a capo della Presidenza del Consiglio Europeo, per chiedere che la conferenza sia governata da un’assemblea di cittadini e aperta al cambiamento dei trattati. Citizens Take Over Europe lavora per creare un vero e proprio movimento di democratizzazione della Conferenza ed è aperta all’adesione di associazioni e cittadini. Molto importante anche l’iniziativa Voters Without Borders che vuole raccogliere un milione di firme di cittadini europei, a partire dal primo settembre, per chiedere pieni diritti politici per tutti i cittadini europei residenti in uno stato membro, permettendo per esempio, ai quasi 3 milioni di italiani residenti in altri paesi dell’Unione Europea, di candidarsi e votare per i parlamenti nazionali dei paesi in cui risiedono. Su queste richieste e sull’apertura di un serio processo di riforma dei trattati è fondamentale costruire un fronte ampio di lotta che coinvolga partiti, movimenti, associazioni e sindacati. Ma questa lotta non può limitarsi a questioni istituzionali.

La battaglia politico-culturale per archiviare definitivamente la stagione dell’austerità e il senso comune frugale deve continuare e tuttavia diversi elementi suggeriscono che un cambio di paradigma della Commissione Europea ci sia stato. Proposte come il programma SURE – Support to Mitigate Unemployment Risks in an Emergency – 100 miliardi di eurobonds messi a disposizione degli stati membri per finanziare sussidi contro la disoccupazione dovuta all’emergenza COVID-19, programma al quale l’Italia ha appena inoltrato richiesta ufficiale di accesso, la pronta decisione della Commissione a inizio pandemia di permettere tutta la flessibilità concessa dai trattati in materia di aiuti di stato (ad esempio col via libera ai bonus internet per le famiglie a basso reddito in Italia), dimostrano che l’interventismo della Commissione vuole toccare temi sociali. Del resto Next Generation EU ha una sua ratio in una logica di riequilibrio economico tra i diversi paesi legato senz’altro alla crisi indotta dalla pandemia ma che riflette in parte anche la crescente consapevolezza degli squilibri generati dalla gestione dell’eurozona nel decennio dell’austerity e dei danni fatti dalle politiche economiche e sociali dell’agenda neoliberista. Un cambio di prospettiva accelerato dagli effetti della pandemia ma anche frutto di nuove condizioni politiche in Germania, dove hanno trovato terreno fertile la pressione interna di un vasto fronte intellettuale che ha chiesto a gran voce solidarietà europea e quella esterna, in primis degli altri governi, a partire da quello italiano, molto attivo sui media tedeschi, ma anche di iniziative pan-europee come la lettera aperta ad Angela Merkel, firmata da oltre 500 storici ed intellettuali e quasi tremila cittadini (la cui storia racconto qui), e di molte altre analoghe iniziative. Qualcosa dunque si sta muovendo, ma quali devono essere le principali richieste di un nuovo fronte che voglia continuare il processo di cambiamento della UE?

Sul piano economico occorre da una parte contrastare il ritorno a logiche di austerità, sostenendo la sospensione del patto di stabilità il più a lungo possibile, dall’altra sostenendo a livello europeo le richieste di usare i fondi di Next Generation EU per politiche trasformative, coordinate dalle istituzioni europee tramite “missioni” strategiche, come proposto da Mariana Mazzuccato, accompagnando a livello nazionale con una lotta per un cambio di paradigma che pensi alla riconversione ecologica dell’economia come alla più grande opportunità per il Paese dai tempi del boom economico e che ne faccia un motore di cambiamento sociale insistendo sulla riduzione dell’orario di lavoro per redistribuire il lavoro e la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese per democratizzare l’economia. Per farlo, sarà importante lottare per rendere permanenti le misure temporanee adottate in risposta alla pandemia, costituzionalizzando un patto generazionale per combattere i cambiamenti climatici e spingendo per la creazione, tramite un’Agenzia del Debito europea, di un debito comune perpetuo che finanzi una politica economica “federale”. Serve inoltre spingere il processo di integrazione nella direzione di più giustizia sociale e fiscale, rafforzando e livellando al rialzo i diritti del lavoratori europei; sostenendo un serio giro di vite contro l’elusione fiscale, i paradisi fiscali e l’evasione fiscale all’interno del mercato unico; rilanciando allo stesso tempo la battaglia per una Tobin Tax europea sulle transazioni finanziarie e in generale espandendo il budget europeo a partire dalla dotazione di “fondi propri” tramite tassazione comunitaria, a partire da quella sui grandi giganti americani del digitale. Sarà fondamentale contrastare la deriva autoritaria nell’Europa orientale vincolando l’arrivo dei fondi europei al rispetto dei diritti fondamentali e affermando lo Stato di diritto europeo come baluardo della democrazia, della libertà di espressione e dei diritti civili. Sarà importante rilanciare una battaglia europea per superare i veti nazionali alla riforma del regolamento di Dublino sul diritto d’asilo, approfittando dello spaesamento della destra nazionalista per affermare una politica umana e sensata sui migranti e costruire una politica estera improntata al rispetto dei diritti umani nei paesi della sponda sud del Mediterraneo. Sarà infine estremamente importante spingere per un ruolo di equilibrio della UE nel nuovo ordine mondiale rimodellato dalla pandemia, in netta opposizione a Trump e a una nuova guerra fredda promuovendo al contrario dialogo con la Cina, difendendo istituzioni internazionali come l’OMS, la cooperazione internazionale e il multilateralismo, guidando la lotta al cambiamento climatico a livello internazionale e contribuendo a quella per un riequilibrio dell’economia.

C’è dunque ancora tantissimo da fare e questo ci porta a una conclusione sull’Italia. Sicuramente bisogna dare atto al governo, dal premier fino ai ministri competenti, di avere lavorato bene nelle trattative europee portando a casa risultati importanti. Ma a questi risultati deve seguire una strategia chiara per il futuro. A maggior ragione perché dopo la pandemia nulla sarà uguale a prima, la nuova fase europea porta con sé un’occasione di immaginare una trasformazione dell’Italia e dell’Unione che non può essere mancata. Il lancio da parte del senatore Paragone, proprio durante i giorni dell’accordo a Bruxelles, di un partito che vuole portare l’Italia fuori dalla UE evidenzia, più che scarso tempismo, il tentativo di sfruttare la crisi economica indotta dal COVID-19 per fare crescere un’onda euroscettica verso la quale la sinistra deve prendere adeguate contromisure. In particolare noi del Manifesto di Londra, che abbiamo vissuto da vicino il fallimento annunciato e in corso della Brexit, racconteremo la storia di questi quattro anni di caos politico, imbarbarimento democratico, e incertezza sul futuro, e di come, senza una sinistra con le idee chiare, la dinamica politica generata dal processo di uscita dalla UE porti irrimediabilmente a destra. La Brexit si sarebbe potuta prevenire ed è importante capire gli errori degli europeisti britannici, per non rischiare di rifarli in Italia. È indispensabile costruire insieme una narrazione onesta, che non nasconda i problemi, ma chiarisca perché vogliamo fare parte dell’Unione Europea. Sia come progetto politico per fronteggiare i problemi del futuro, dalla crisi economica indotta dal Covid19 a quella climatica, che per non ripetere gli errori del passato. Ce lo ha ricordato proprio in questi giorni la morte di John Hume, storico leader del partito socialdemocratico nordirlandese e uno dei principali architetti del processo di pace che, anche grazie al ruolo della UE, portò agli accordi del Venerdì Santo che nel 1998 chiusero una sanguinosa guerra civile durata decenni, portandolo a vincere il premio nobel per la pace. John Hume, socialdemocratico e pacifista, pensava e disse in un celebre discorso che la “UE è il miglior esempio nella storia del mondo di risoluzione di conflitti”. Teniamolo sempre a mente mentre lottiamo per cambiarla in meglio.

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