editoriali

Caro Manifesto, ritroviamo la parte del torto

di Roberto
Musacchio

Per chi, come me, è letteralmente cresciuto tra il primo e il quinto piano di via Tomacelli (ma le scale erano diverse), quelli rispettivamente della direzione nazionale del Pdup e della redazione del giornale, ciò che si muove in quel mondo è veramente parte di un album di famiglia.

Poi, ad essere sinceri, io sono stato sempre uno un po’ senza famiglia, un po’ outsider. Pdup e Manifesto avevano tante diverse famiglie, articolate e intrecciate. I grandi. Quelli del ’68. Magriani, Pintoriani, Rossandiani. Quelli più in solitaria come Milani e Menapace. Poi gli “altri”, dal Psiup, i sindacalisti, gli Mls. Io ero più giovane ma in pratica mi pare di esserci stato da sempre. Dagli studenti dei CPU a fare il “funzionario” dal 1976. Ripeto, un po’ outsider. Facevo le “lotte sociali”, case occupate ma anche psichiatria e ambiente mentre l’attenzione era tutta per operai e studenti. Sapevo tutto di casa e, grazie a Eliseo Milani che mi si filava, facevo anche risultati parlamentari, praticando anche quella unità della sinistra che il craxismo stava rendendo improbabile.. Sono cresciuto tra “classe, consigli e partito”, “uscire dalla  crisi o dal capitalismo in crisi”, unità e rifondazione della sinistra. Un bello slalom tra questioni strategiche e tattiche. Col senno di oggi, ma lo pensavo anche allora, dico che Lucio Magri era quello più capace a scivolare tra le porte strette.

Ad un certo punto fui tra i più determinati a proporre che si andasse a provare a incidere nel PCI, finché avevamo forze e finché eravamo in tempo. Pensai, e penso tutt’ora, che il tempo tra il terremoto dell’Irpinia con la “svolta” di Salerno e la lotta alla Fiat, insomma l’ultimo Berlinguer, fosse il momento giusto. Invece aspettammo e arrivammo al PCI dopo che Berlinguer era morto, credo troppo tardi. Pure, i cinque anni a Botteghe Oscure mi furono preziosi ad imparare la differenza tra guidare un motorino o un TIR e non li ho passati a girare i pollici. “Perché l’atomo non ci piace” fu il titolo che il manifesto diede, in prima pagina, ad un articolo di Raffaello Misiti (era lui il responsabile della sezione ambiente in cui lavoravo) e mio con cui aderivamo come sezione alla manifestazione nazionale di Legambiente cui il Partito invece non aderiva. Ricordo che avendo preso il giornale in tipografia la notte non dormii per “paura” delle conseguenze. Arrivai la mattina a Botteghe Oscure inquieto. Ma un importante dirigente mi disse che ero stato bravo e che ora occorreva continuare e fare discutere il Partito. Mi tranquillizzai, pensai che era stato giusto  e mi rimboccai le maniche fino all’emendamento antinucleare “sconfitto” al congresso nazionale (aveva vinto nei congressi provinciali) per soli 17 voti. Poco tempo dopo esplose Chernobyl e l’emendamento divenne linea di tutto il Partito. Troppo tardi, visto che intanto erano nati i Verdi. In tempo per stare, insieme agli ambientalisti più importanti, contro la svolta occhettiana falsificando la teoria del nuovo contro il vecchio.

Stavolta furono più di 17 i voti che sancirono lo scioglimento del PCI. Ma i materiali rossoverdi servirono a Rifondazione Comunista a provare a rifondare sul serio.

Se devo riassumere tutta questa lunghissima fase che va dal 1970 al 2008 devo dire che la questione del troppo tardi mi ossessiona. Troppo tardi abbiamo cercato di rifondare il PCI e poi noi stessi. Sono molto affezionato alla cassetta degli attrezzi, unità e rifondazione della sinistra per dirla in sintesi, ma ad un certo punto l’ho sentita del tutto arrugginita.

Rispetto al Pdup e al Manifesto il mio essere outsider si è confermato. Non lo fossi stato magari avrei inseguito i “progressisti” e il governo Dini come chi allora ruppe con il Prc. Rifondazione mi ha messo alla prova delle due sinistre o, per dirla con un libro che ho apprezzato, le due destre. Ma questa novità storica, una rottura a sinistra che va oltre lo stesso craxismo e colloca la parte prevalente della sinistra storica nel campo neoliberale, è tale che “la capa gira”, per dirla col titolo di un film pugliese. Riarticolare tattica e strategia è difficilissimo. Puoi farlo per un po’ finché stai ancora difendendo il “vecchio”, i materiali del PCI e della Nuova Sinistra, appoggiandoti sui nuovi movimenti. Diventa quasi improbo quando perdi e con te perdono anche i movimenti e più complessivamente il “caso italiano” (il partito comunista più forte d’Europa e i movimenti di più lunga durata) si trasforma nel suo contrario (un Paese senza sinistra e con un movimento operaio inefficace). Di fronte a ciò posso anche capire che la tentazione del ritorno al passato ci possa essere. Tipo darsi come ruolo il proporre l’unità tra PD e Cinquestelle. A questo punto a me viene sempre in mente la frase di un vecchio dirigente purtroppo scomparso che in un seminario sulla Storia del Pdup disse che non si poteva fare come il Pdup per la semplice ragione che non c’è più il PCI.

Capisco che la paura del vuoto sia terribile ma la rimozione certo non aiuta a superare quella di provare a tornare a volare.

Per questo amo molto il Sarto di Ulm di Lucio Magri.

Non voglio certo dire io cosa farebbe chi non c’è più. Dico ciò che io sento di dover cercare ancora. Lo spirito di scissione, oggi addirittura ripudiato da chi teorizza, nel revisionismo storico imperante, che la fondazione, per scissione, del PCI fu un errore quando il vero errore drammatico è stato il suo scioglimento. La “parte del torto” che il Manifesto mi pare aver derubricato ad un “buonismo funzionalistico”. Non credo che la nostra azione possa essere quella delle Sardine per Bonaccini né degli appelli “quelli contro le destre nel Lazio”. A forza di guardare solo le battaglie, elettorali, si è ormai persa la guerra, sociale.

Lo spirito di scissione per stare dalla parte del torto è impresa difficile. Rifugge il settarismo perché cerca di rovesciare il falso bipolarismo bellico e liberale in quello pace contro guerra e dominati contro i dominanti. Richiede rigore teorico pari alla disponibilità militante. Chiama in causa la politica ma anche movimenti divenuti ormai generosi ma inefficaci o autoreferenziali e intellettuali a volte assai più ondivaghi che organici.

Ma a me pare ineludibile.

Siamo tutti in gioco.

 

Roberto Musacchio

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