Caro compagno Cremaschi

di Stefano
Galieni

di Stefano Galieni – Ho letto con attenzione la tua intervista su L’Antidiplomatico che contiene spunti interessanti di riflessione ma che, soprattutto su un aspetto, mi lascia un po’ interdetto. Mi riferisco a quando affronti le tematiche relative all’immigrazione.

Ovviamente penso anche io che queste costituiscano un’arma di distrazione di massa eccetera e che l’emigrazione forzata sia uno dei frutti più velenosi del neoliberismo, non capisco però, forse è un mio limite, quando affermi di essere con i no border ma che chi dice “accogliamoli tutti non vuole accogliere nessuno” o che il diritto a migrare è oggi affrontato come un “diritto liberale”.

Oggi o si è con i no border, le Ong e con coloro che rischiano la pelle per entrare in Europa, nonostante le leggi liberticide che tu ricordi, o si è dalla parte di chi questo diritto lo nega. Ovvio che si debba lottare affinché l’emigrazione forzata non debba più esistere e che per farlo sia necessario abbattere il sistema imperialista e neoliberista, ma intanto? Ci preoccupiamo se la libertà di movimento sia un diritto liberale o meno? Credo che non ce lo possiamo permettere, come non ci possiamo permettere di giudicare o meno chi viola le leggi con ogni mezzo necessario per giungere qui.

Fra pochi giorni, il 18 dicembre, ricorre l’anniversario della ratifica della “Convenzione Onu per i diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie”, un testo moderato, frutto del compromesso fra socialdemocratici e liberali, che però, e non è un caso, paesi come l’Italia, come gran parte dell’UE, come tutti quelli ad economia avanzata non vogliono ratificare. Perché è un testo che limita lo sfruttamento, garantisce l’esigibilità di alcuni diritti, permette di sfuggire ad alcune normative presenti nei singoli stati. Non sancisce, come invece da comunisti dovremmo affermare, la libertà di movimento, eppure trova ostacoli proprio laddove i centri dello sfruttamento del lavoro sono più potenti. Dove si vuole lavoro servile con scarse possibilità di affrancamento.

A mio avviso il diritto a migrare, come dice un noto costituzionalista, dovrebbe essere, per chi aspira ad un cambiamento radicale, un potere costituente. Ovvio poi che tale diritto debba coniugarsi con la possibilità di non dover sottostare a modelli neocoloniali come il citato CFA, ovvio che le stesse diaspore dai paesi in fuga vadano sostenute soprattutto quando – capita spesso – si organizzano per abbattere i regimi da cui sono fuggiti, ma stiamo attenti. Ed altrettanto ovvio che il business dell’accoglienza (laddove diviene sfruttamento militarizzato) va combattuto per salvaguardare tanto gli “ospiti” quanto gli operatori, 35.000 che col Dl Salvini rischiano anche il posto di lavoro. E stiamo attenti anche al rischio di fraintendimenti. Avendo visto negli occhi tante donne, uomini e bambini sentirsi finalmente e comunque in salvo da un passato non compatibile con nulla, non definirei mai il loro fuggire un “diritto liberale” che, in quanto tale, ha meno valore. Conoscendoti come compagno stimato, nel passato e nel presente, nella diversità di vedute, mi sento di dirti che questo è un terreno scivoloso, che può produrre lacerazioni e fraintendimenti.

Perché, anche nella lotta per la libertà, negata con investimenti di miliardi di euro in armamenti, con il sostegno agli stati di transito, con gli accordi, con la costruzione di eserciti e di apparati di controllo per impedire che qualcuno si avvicini se non desiderato, “No border sempre” è la chiave di una liberazione che non potrà mai essere nazionale o definita da confini.

 

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