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Belgio: la “classe lavoratrice” torna sulla scena politica?

di Franco
Ferrari

Il Partito del Lavoro Belga (PTB) ha tenuto domenica il suo “Congresso dell’Unità” che ha portato all’elezione di un nuovo Presidente. L’uscente Peter Mertens, alla guida del Partito dal 2008, ha consegnato il testimone a Raoul Hedebouw che era già portavoce e leader del gruppo parlamentare. Non si può dire che questo cambiamento rappresenti una vera rottura perché Mertens continuerà a far parte del gruppo dirigente, così come gran parte di coloro che hanno gestito il partito da quando si è presentato come il “nuovo PTB”.

Questa formazione politica ha le sue radici nel movimento studentesco degli anni ’60 nella parte fiamminga del Belgio, con un forte retroterra cattolico conservatore, scosso dagli effetti del Concilio Vaticano II e dall’emergere di una nuova generazione in rottura sempre più aperta con le visioni dominanti tradizionali. Il movimento studentesco aveva inizialmente una forte componente etno-nazionalista, essendo scatenato dalla richiesta di separare la componente francofona da quella fiamminga della Università Cattolica di Lovanio.

La parte più radicale del movimento aderì poi alle tesi maoiste con un’impronta fortemente dogmatica e settaria sul piano politico ma anche con una costante e diffusa presenza in tutti i movimenti sociali, in particolari quelli che vedevano protagonista la classe operaia e i portuali di Anversa. Il gruppo originario all’inizio degli anni ’60 si coagulò in un “partito comunista in costruzione” denominato “Tutto il potere ai lavoratori” (AMADA secondo la sigla fiamminga).

Il Congresso del rinnovamento del 2008 completò un percorso che era avviato da qualche anno. Il ripensamento del profilo ideologico e politico del partito venne scatenato dalla sconfitta elettorale subita nel 2003. Il PTB aveva sempre partecipato alle elezioni senza mai ottenere risultati significativi, con la parziale eccezione della città di Anversa, doveva poteva contare sul 2-3% dei voti senza però riuscire ad entrare nel Consiglio comunale. Le elezioni politiche del 2003 furono caratterizzate dalla formazione di una lista elettorale denominata “Resist”, con la quale il partito maoista si alleava con la Lega Araba Europea, un’organizzazione sorta nella comunità musulmana delle città portuale fiamminga, ma con un profilo politico non particolarmente di sinistra e anche piuttosto controverso per qualche concessione alle logiche comunitariste.

L’alleanza risultò piuttosto indigesta a molti militanti e provocò la perdita di una parte del tradizionale, seppur piccolo, consenso elettorale che il PTB aveva consolidato ad Anversa grazie alla sua azione militante. Lo scontro interno portò all’allontanamento della segretaria generale (ed effettiva leader del partito) Nadine Rosa-Rosso. La storia “ufficiale” del Partito critica la tendenza prevalente nel partito, prima del rinnovamento, perché sarebbe stata influenzata “dalle ideologie alla moda di Negri e Hardt allontanandosi sempre più dalla classe operaia, tenendo sempre meno conto dei problemi quotidiani della gente e subordinando tutto alla lotta contro l’aggressione americana (ndr in Afghanistan e in Iraq)”.

Che sia o meno corretta l’analisi della posizione della minoranza sconfitta, questa formulazione indica alcuni elementi fondamentali dell’azione politica perseguita dal PTB dal 2008 ad oggi.

Centrale in tutta l’azione politica e la comunicazione del Partito è il riferimento alla “classe lavoratrice”. Questa centralità del conflitto sociale come punto di riferimento dell’azione politica si traduce in una strategia coerente che può essere così sintetizzata:

  • partecipazione a tutti i conflitti economici e sociali, sia attraverso la presenza organizzata del partito nei luoghi di lavoro, sia con l’affiancamento attivo a tutti gli scioperi e le manifestazioni di piazza. Questa presenza, a differenza di quanto avveniva prima della svolta, non è più in contrapposizione con la linea delle organizzazioni sindacali (in Belgio vi sono due grandi centrali: la socialista FGTB e la cattolica CSC). Questo atteggiamento collaborativo e non conflittuale ha portato all’adesione al partito di centinaia di delegati sindacali e il Partito inizia ad avere una certa presenza anche nel quadro dirigenziale, soprattutto nella FGTB, forte in Vallonia, storicamente dominata dalla socialdemocrazia;
  • attenzione ai problemi concreti dei ceti popolari con obbiettivi limitati e potenzialmente raggiungibili senza radicali rotture del quadro politico e istituzionale. Questi sono oggetto di campagne durature nel tempo e accompagnate da una approfondita documentazione fornita dal centro di documentazione e ricerca che il partito ha approntato da tempo. E’ il caso ad esempio della “campagna kiwi” (per un ruolo diretto dello Stato nell’acquisto di medicinali al fine di farne diminuire il prezzo d’acquisto da parte dei cittadini, così denominata perché ispirata a quanto realizzato in Nuova Zelanda), la tassa per i miliardari (che si collega ad analisi tecniche molto accurate sui meccanismi di elusione fiscale messi a disposizione delle grandi imprese e dei grandi patrimoni), la riduzione dell’IVA sulla bolletta energetica (anche in questo basata su analisi solide che vengono spesso richiamate dai grandi media) e così via, anche con iniziative a livello locale. Su alcuni di questi temi il PTB ha ottenuto risultati (anche se limitati) o ha modificato il dibattito pubblico costringendo le altre forze politiche a prendere posizione.
  • sottolineatura della tendenza popolare e operaia alla “solidarietà” come valore “naturale”. Il giornale del partito (attualmente trasformato in quotidiano online) si chiama “Solidaire”. All’insegna della solidarietà sono state istituite fin dalla nascita del movimento, nei primi anni ’70, le case di “medicina del popolo”. Ambulatori di medici e infermieri che accettano di lavorare con un salario equiparato a quello operaio e di fornire assistenza medica a quei settori popolari che sono esclusi, per ragioni economiche, dalla medicina “istituzionali”. Attualmente ve ne sono una decina. Il partito ha anche costituito SolidariTeams, un’associazione che si impegna nell’attività volontaria di assistenza. Particolarmente significativa la mobilitazione che si è registrata in occasione delle inondazioni che hanno colpito alcune zone del sud del Belgio nei mesi scorsi con centinaia di persone che hanno voluto anche rompere la frattura linguistica e comunitaria.
  • nella rappresentanza istituzionale, il PTB sottolinea la presenza di operai, lavoratori e lavoratrici e chi in generale vive a contatto e nelle stesse condizioni di chi vuole rappresentare, mentre gli altri partiti politici anche quelli della sinistra tradizionale e di governo (i due partiti socialisti, vallone e fiammingo, e i due partiti verdi) sono considerati come parte dell’establishment.

Il PTB, attraverso quella che in un articolo di qualche anno fa avevamo definito come una “felice metamorfosi”, ha ottenuto importanti successi elettorali. Dopo essere entrato in Parlamento per la prima volta nel 2014 con due eletti ha ampliato il proprio consenso nelle elezioni del 2019. Unico partito che non si è separato in una formazione francofona e una fiamminga ha ottenuto quasi 600.000 voti, pari all’8,62%. Questi risultati sono ancora più significativi in alcune zone del sud vallone, con una forte tradizione operaia come l’Hainaut e Liegi (attorno al 16%) e a Bruxelles con oltre il 12%. I sondaggi indicano un partito ancora in crescita con la possibilità di arrivare in Vallonia vicino alla soglia del 20%, a distanza ravvicinata dai due maggiori partiti: i socialisti e il Movimento Riformatore (liberali).

Quanto al profilo sociologico, il PTB trova un significativo consenso sia nel voto operaio (con punte del 30%) che in generale nei quartieri periferici delle grandi città con una forte presenza popolare (anche di immigrati di seconda generazione). Anche per questo l’esperienza del PTB offre spunti interessanti di riflessione proprio perché è riuscito a trovare consenso in settori di opinioni pubblica che in molti altri Paesi europei si sono allontanati dalla sinistra. Da quella socialdemocratica per l’adesione di questa alle politiche liberiste e per il suo progressivo spostamento verso i ceti medi, trovandosi a volte a competere per questo segmento di elettorato con i Verdi (Germania, Francia), ma anche da quella radicale che non ha saputo occupare il “vuoto” lasciato dai partiti della sinistra moderata. In questo “vuoto” si è almeno in parte inserita la destra radicale e populista, utilizzando ovunque un discorso xenofobo e anti-immigrati e a volte (ma non in Italia) ponendosi come difensore di alcuni delle storiche conquiste del welfare abbandonate dalla socialdemocrazia.

Come abbiamo già avuto occasione di segnalare in un precedente articolo sull’Alternativa Rosso-Verde danese, una parte della sinistra radicale ritiene che sia prioritario ricostruire il radicamento tra le classi popolari e in particolare lavoratori e lavoratrici, ridando ad esse una identità politica. Una strategia che non può essere identificata con quella del populismo di sinistra elaborata da Laclau e Chantal Mouffe che ha come punto di partenza il rifiuto teorico di una visione classista perché considerata tributaria di quell’essenzialismo del marxismo che va superato. E’ possibile un ritorno sulla scena della “classe lavoratrice” in un contesto sociale caratterizzato dal declino numerico della classe operaia della grande fabbrica e dal crescere della rilevanza politica delle diverse identità? Questo a me pare il tema proposto dall’esperienza del PTB.

 

Franco Ferrari

Il Censis, Hegel, Feurbach e Marx
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