focus

Asimmetrie di potere, conflitti e contronarrazioni sulla trasformazione dei sistemi alimentari

di  
A.S.

Lo scenario

Per secoli, l’agricoltura (come la pesca) è stata caratterizzata da un basso aumento della produttività ed è stata dominata da piccole fattorie policolturali a conduzione familiare che allevavano un mix di colture e bestiame. Semplificando molto, possiamo dire che la rottura di questi equilibri secolari è avvenuta a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, allorquando i governi dei Paesi ricchi, desiderosi di raggiungere la loro sicurezza alimentare, hanno lanciato la cosiddetta Rivoluzione Verde e iniziato a trasferire ingenti somme di denaro agli agricoltori per favorire l’adozione di macchinari, fertilizzanti sintetici, erbicidi, pesticidi, fungicidi e sistemi di manipolazione genetica spesso ispirati da applicazioni chimiche e pratiche militari del recente conflitto mondiale.

Con l’agricoltura intensiva di tipo industriale i raccolti si sono moltiplicati e i prezzi del cibo sono crollati. Ma, nel giro di pochi decenni le politiche volte ad aumentare la produzione di cereali, carne, latticini e uova ha finito per interferire nei processi naturali e hanno portato alle monocolture e alla pressoché completa sostituzione della fauna selvatica naturale del pianeta con animali d’allevamento. Oggi, ogni anno si allevano circa 75 miliardi di animali per il consumo umano e l’insieme degli esseri umani e degli animali d’allevamento rappresenta il 96% dei mammiferi terrestri. Ai miliardi di animali degli allevamenti intensivi vengono date miliardi di tonnellate di soia, mais e altri cereali che si stima potrebbero nutrire oltre 3 miliardi di persone. Per far sì che ciò accadesse, però, interi ecosistemi sono stati portati sull’orlo del collasso biologico attraverso la deforestazione, il degrado del suolo, l’eccessivo pompaggio di falde acquifere non rinnovabili, e la progressiva contaminazione dei corsi d’acqua e degli oceani. Disastri ambientali comparabili sono stati perpetrati nei mari, dai quali ogni anno si estraggono migliaia di miliardi di pesci con l’aiuto di tecnología sonar e di reti metalliche a strascico lunghe fino a centinaia di metri.

Con un numero ormai oltre dieci volte più grande della popolazione umana, gli animali terrestri da allevamento (che emettono gas serra ultra potenti, come metano e diossido di azoto) sono ora così tanti che, anche se smettessimo di bruciare combustibili fossili, le emissioni alimentari da sole farebbero aumentare le tempertura globale di 2-3 volte oltre l’obiettivo di contenere a 1,5°C tale aumento tra il livello pre-industriale e il 2100. Allo stesso tempo, gli allevamenti intensivi e la costante interferenza con la fauna selvatica per il cibo hanno portato a un’escalation di zoonosi emergenti e stanno rendendo gli antibiotici inefficaci.

Il paradosso è che nonostante la distruzione del pianeta per produrre cibo, il modello dell’agricoltura industriale non riesce a sfamare adeguatamente l’attuale popolazione mondiale. I sistemi alimentari odierni, fortemente sovvenzionati con soldi pubblici dai governi dei Paesi sviluppati ed emergenti al fine di potenziare la produzione di prodotti animali, lasciano miliardi di persone, tipicamente quelle con redditi più bassi, cronicamente malnutrite e le fanno ammalare di obesità, diabete, cancro e malattie cardiovascolari che compromettono il sistema immunitario1.

Allo stesso tempo, i sistemi di produzione intensiva di cibo non sono né inclusivi né dalla parte dei piccoli coltivatori o proprietari terrieri, perché la produzione è fortemente concentrata, globalizzata e finanziarizzata, con pochi attori dominanti che gestiscono l’intero mercato mondiale di sementi, cereali, bestiame, prodotti chimici e macchinari. La preoccupazione è che gli “imperi del cibo” globali siano diventati troppo grandi per nutrire l’umanità in modo sostenibile, troppo grandi per operare in condizioni eque con altri attori del sistema alimentare e troppo grandi per fornire i tipi di innovazione di cui il pianeta ha bisogno.

Questi problemi sono destinati a peggiorare man mano che l’offerta di cibo comincerà a diminuire significativamente a causa dell’aumento delle temperatura atmosferiche globali, la crescente scarsità di acqua (80% della quale è usata in agricoltura e in particolare per allevare bestiame) e la continua perdita di biodiversità; e man mano che la domanda di cibo s’impennerà a causa della crescita della popolazione mondiale e dei cambiamenti nelle diete dei Paesi emergenti che stanno diventando sempre più cariche di proteine e grassi animali.

In un anno di CoVid-19, il numero delle persone severamente malnutrite è aumentato da 650 milioni a 811 milioni, mentre le persone che soffrono la fame sono diventate oltre 270 milioni. Il numero di persone cronicamente malnutrite è in forte aumento. Le persone che non hanno accesso a cibo adeguato sono aumentate vertiginosamente fino a comprendere quasi un terzo della popolazione mondiale, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sullo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione pubblicato il 12 luglio. Gran parte del Sud del mondo è ancora scosso dalla pandemia di Covid-19 che non ha fatto altro che aumentare asimmetrie di potere strutturali, fragilità e ingiustizie che governano il sistema alimentare globalizzato.

Il pre-Summit delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari

È all’interno di questo scenario con prospettive catastrofiche che dal 26 luglio ad oggi si sta svolgendo a Roma il pre-vertice del Summit delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari, ospitato dal governo italiano. Si tratta di un evento globale che ha il compito di definire e condividere i contenuti dell’agenda per un Summit che si svolgerà a New York a settembre (la quinta conferenza sull’alimentazione dalle Nazioni Unite dal 1992), in corrispondenza con la sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU. Come ha affermato Amina J. Mohammed, vicesegretario generale dell’ONU, il compito è “to bake the cake that would be iced in New York in September”.

Gli organizzatori del pre-Summit hanno invitato diversi attori da tutto il mondo a partecipare per discutere (“to have a diologue”) su come utilizzare il potere dei sistemi alimentari per realizzare progressi su tutti i 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile (SDGs) e, in particolare, per eliminare fame e malnutrizione entro il 2030.

Nelle dichiarazioni programmatiche, l’obiettivo delle Nazioni Unite è quello di riaffermare il suo impegno a promuovere i diritti umani per tutti e garantire ai gruppi più emarginati l’opportunità di partecipare, contribuire e beneficiare del processo del Summit. Per questo, l’evento è stato pensato come multistakeholder, ossia aperto a tutti coloro interessati e che desideravano partecipare. Nelle intenzioni del Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres, il Pre-Summit doveva essere un “Vertice del Popolo” che riunisce giovani, agricoltori, popolazioni indigene, società civile, ricercatori, settore privato, leader politici e ministri dell’agricoltura, dell’ambiente, della salute, nutrizione e finanza, tra gli altri.

L’evento mira a fornire evidenze sugli ultimi approcci scientifici alla trasformazione dei sistemi alimentari in tutto il mondo, lanciare una serie di nuovi impegni attraverso la costituzione di coalizioni d’azione e mobilitare nuovi finanziamenti e partenariati. L’ambizione è di stabilire un percorso per cambiare radicalmente il modo il cibo viene prodotto, trasformato e consumato.

A partire dal 2019, il percorso di avvicinamento al pre Summit e al Summit è stato caratterizzato dall’organizzazione di regolari incontri online, forum pubblici e sondaggi organizzati attorno ai cinque percorsi d’azione del Summit per garantire la più ampio gamma di prospettive e idee per sviluppare sistemi alimentari che soddisfino tutti. In breve, i cinque “action tracks” sono stati:

  1. assicurare l’accesso per tutti di cibo sicuro e nutriente;
  2. passare a modelli di consumo sostenibili;
  3. aumentare la produzione positiva per la natura;
  4. promuovere mezzi di sussistenza equi;
  5. costruire resilienza a vulnerabilità, shock e stress.

Su questi temi, secondo gli organizzatori, si sono confrontati non solo gli esperti, ma anche oltre 100 mila persone in tutto il mondo che hanno partecipato a dei momenti di “dialogo nazionale” organizzati dagli oltre 150 governi che hanno deciso di partecipare al pre-Summit. Per ciascuno dei percorsi di azione è stato poi redatto un documento di sintesi che rappresentano le basi di discussione per i partecipanti ai tre giorni del vertice romano.

Nelle intenzioni degli organizzatori, il Summit di New York consoliderà tutto ciò che sarà emerso a Roma, approverà una dichiarazione che dovrebbe impegnare i firmatari – organizzazioni internazionali, Stati, ONG, aziende, etc. – e spingerli a concentrarsi su come rendere operative le migliori idee e impegni per colmare le lacune e aumentare l’ambizione verso il raggiungimento degli SDGs entro il 2030.

Secondo gli organizzatori e i partecipanti, quindi, il pre-vertice di Roma ha il compito di fare il punto sui progressi compiuti attraverso tale processo, gettando le basi del consenso per un ambizioso e produttivo vertice delle Nazioni Unite a settembre che metta al centro una piattaforma condivisa da multistakeholders sulle linee di azione che, adattate ai singoli Paesi, possono contribuire a trasformare i sistemi alimentari, puntando su “agricoltura rigenerativa” e “nature-based solutions”, evitando la catastrofe umanitaria e planetaria.

La vera ambizione dell’ONU sembra essere quella di riuscire a mettere insieme tutto e il contrario di tutto: agricoltura industriale e agricoltura contadina (3,5 miliardi di persone), scienza applicata all’agricoltura e pratiche agricole tradizionali, “imperi del cibo” e popoli indigeni, agricoltura intensiva e agroecologia biodiversa, con l’aspirazione di promuovere sicurezza alimentare, dignità ed equità, e rispetto dei diritti umani.

L’idea di fondo sembra essere che attraverso il “dialogo multistakeholder” si possa legittimare una trasformazione dei sistemi alimentari senza dover definire delle regole, evitando o mettendo la sordina ai conflitti tra le parti e senza quindi mettere seriamente in discussione l’asimmetria dei poteri tra i diversi attori coinvolti.

Una riproposizione (l’ennesima) di un neoliberismo “dal volto umano” che almeno retoricamente promuove la partnership alla pari tra pubblico e privato, la condivisione della conoscenza degli scienziati con i contadini, l’accesso ai mercati e al flusso di capitali a basso costo ai piccoli coltivatori, e così via. Una Rivoluzione Verde che dovrebbe essere, questa volta, al servizio di contadini e popoli indigeni, avendo al centro l’agroecologia, la biodiversità e l’empowerment, con global corporations che si dichiarano di essere disponibili a garantire la “salute del suolo” ed emissioni zero di CO2, a creare un sistema in cui contadini e lavoratori agricoli ricevano degli incentivi e delle eque remunerazioni, ad essere “trasparenti”, a promuovere pratiche di “agricoltura rigenerativa”, a modificare il posizionamento dei loro Brand per orientare i consumatori verso cibo sano e nutriente, a puntare sulla diversificazione delle coltivazioni.

Uno scenario pacificato che non mette in discussione la primazia delle global corporations – ossia gli attori economico-politici che sono i maggiori responsabili della situazione catastrofica in cui si trova oggi il pianeta – come motori dei processi di innovazione tecnologica (agricoltura di precisione, legata alla digitalizzazione e intelligenza artificiale, e sovvenzionata attraverso il mercato dei “carbon credits”), di aumento delle produzioni, di mercificazione del cibo e di massimizzazione dei profitti2. “The private sector is the key for the transformation of the food systems”, come ha affermato Greta Sethi, advisor and global lead for food systems della World Bank. Il “settore privato” che opera secondo il modello dell’agribusiness, orientato all’ideologia dello stakeholder capitalism e dell’impact investing, deve solo imparare a tenere conto del limite rappresentato dal cambiamento climatico.

In sostanza, quindi, si tratta di rendere “sostenibile” l’agricoltura industriale attraverso soluzioni tecnologiche ormai già disponibili e di estendere il dominio del “capitalismo della sorveglianza” delle piattaforme digitali sui piccoli produttori. Il vero rischio è che questo sia il core business di quello che si intende con la locuzione “trasformare i sistemi alimentari” e che tutto il resto sia pura retorica, parte di una narrativa che si appropria di termini elaborati dai movimenti politici e sociali antagonisti da decenni (come resilienza, sostenibilità, etc.), depurandoli del loro originale significato ideologico e delle conseguenti implicazioni politiche sociali. Da questo punto di vista, anche il termine “diritti” può avere significati assai diversi: per gli “impero del cibo” rimanda al diritto di prorietà e ai brevetti sui semi e il resto della natura, ad esempio, mentre per i contadini e popoli indigeni investe i diritti umani, i diritti di accesso alla terra e alle risorse territoriali, e i diritti di una equa compensazione per i frutti del loro lavoro. Altri termini, come resonsabilità (intesa come “accountability”), uguglianza, giustizia sociale, beni comuni, democrazia, non vengono neanche presi in considerazione all’interno di questa narrativa. Insomma, saremmo ben lontano dalla trasformazione olistica e sistemica dei sistemi alimentari, necessaria per arginare le crisi ambientali, climatica, alimentare e sociale.

Pur dichiarando di essere un “Sumit del popolo” e un “Summit delle soluzioni”, questo Vertice apre la strada verso una maggiore concentrazione corporativa nei sistemi alimentari, favorendo catene di valore insostenibili e globalizzate, e promuovendo un’indebita influenza dell’agribusiness e delle industrie alimentari sulle istituzioni pubbliche e sulle Nazioni Unite.

Il contro pre-Summit

Il pre-Summit sui sistemi alimentari dell’ONU è stato boicottato dal cartello di di oltre 550 organizzazioni della società civile, di produttori di cibo di piccola scala, di ricercatori e di popoli indigeni di tutto il mondo che si battono per i temi della sicurezza e sovranità alimentare e che si sono raccolte nel Meccanismo della Società Civile e dei Popoli Indigeni (Civil Society and Indigenous People’s Mechanism, CSM). Queste organizzazioni hanno dato vita ad un contro pre-Summit virtuale e fisico a Roma dal 25 al 28 luglio, una Contro-mobilitazione per trasformare i sistemi alimentari corporativi (“People’s Counter-Mobilization to Transform Corporate Food Systems) come esito di un percorso critico contro l’evento dell’ONU3. Questa coalizione globale antagonista considera pre-Summit e Summit dell’ONU non inclusivi, diretti dal potere globale, e dalle elite finanziarie, messo nelle mani delle grandi multinazionali dell’agricoltura intensiva hi-tech e degli oligopoli delle global corporations del cibo, della chimica, dei semi ibridi e OGM, della GDO off-line e on-line .

Le organizzazioni della società civile e di piccoli produttori (contadini, pescatori, indigeni, donne rurali, pastori, lavoratori agricoli, etc.), soprattutto del Sud del mondo, riunite nel CSM, hanno espresso la loro profonda preoccupazione per il processo poco trasparente e considerato illegittimo che circonda l’organizzazione del Summit delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari. Il vertice, infatti, non è stato convocato dagli Stati membri dell’ONU né convalidato dall’Assemblea generale dell’ONU.

Secondo il CSM, il Summit delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari non intende innescare i profondi cambiamenti sistemici necessari per affrontare le enormi sfide che il mondo deve affrontare, tra cui la fame e le crisi climatiche. Il CSM teme che il vertice farà del “greenwashing”, arrivando a formulare delle buone intenzioni, per preservare e perpetuare gli interessi di un sistema di produzione, commercio, investimento, tasformazione, distribuzione e finanza globalizzato e dominato dalle global corporations, che avvantaggia il 10% del mondo, ma ha devastato il nostro pianeta e la maggior parte della popolazione mondiale. Ancora una volta, le organizzazioni dei piccoli produttori alimentari, della società civile e dei popoli indigeni ritengono che l’ONU stia ignorando i diritti umani e mettendo da parte i piccoli produttori che producono il 70-80% del cibo mondiale, privilegiando invece gli interessi delle multinazionali4.

Tra le richieste del CSM c’è quella di estendere la partecipazione dei piccoli produttori di cibo e dei lavoratori rafforzando i modelli di governance alimentare democratica già esistenti, come il Comitato delle Nazioni Unite per la sicurezza alimentare mondiale (CFS) e il suo gruppo di esperti di alto livello (Hlpe). ll CFS, che il Summit dell’ONU minaccia di mettere in disparte e bypassare, è l’istituzione intergovernativa più inclusiva che si occupa di politica alimentare globale, uno dei pochi organismi che agisce secondo un approccio basato sui diritti umani. Uno spazio dove i più colpiti dalla globalizzazionedel sistema alimentare possono far sentire la propria voce.

La lotta per la sovranità alimentare

La contestazione del pre-Summit ONU da parte delle organizzazioni riunite nel cartello CSM ha come base politico-ideologica fondamentale la questione della sovranità alimentare. Ricordiamo che questo è stato uno dei temi principali su cui si è sviluppata a partire dagli anni ’90 la lotta contro globalizzazione neoliberista. Quella della sovranità alimentare è la rivendicazione in favore di un approccio che implica il controllo politico necessario ad un popolo nell’ambito della produzione, distribuzione e consumo del cibo. Secondo i sostenitori della sovranità alimentare, i Paesi (governi e parlamenti) devono poter definire una propria politica agricola ed alimentare in base alle proprie necessità, rapportandosi alle organizzazioni degli agricoltori e dei consumatori.

I sostenitori della sovranità alimentare si contrappongono sia allo strapotere degli imperi del cibo, della GDO e degli oligopoli chimico-sementieri che impongono il modello di agricoltura industriale sia al programma sul (libero) commercio dell’alimentazione e dell’agricoltura promosso dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). La sovranità alimentare, infatti, prevede che vi sia un legame essenziale tra alimentazione, agricoltura, accesso alla terra, ecosistemi, culture, e distribuzione del potere economico, valorizzando bio e agro-diversità e il lavoro legato alla produzione alimentare nel mondo realizzata secondo il modello dell’agroecologia.

Questo sistema riguarda direttamente le popolazioni contadine e indigene colpite da problemi di produzione e distribuzione del cibo, a causa l’adozione della Rivoluzione Verde tra gli anni ’40 e ’70 del secolo scorso, delle politiche di privatizzazione e appropriazione delle terre (land grabbing), dei cambiamenti climatici, dello strapotere degli imperi del cibo, della GDO e degli oligopoli chimico-sementieri, e dei percorsi alimentari perturbati che influiscono sulla loro capacità di accesso alle fonti alimentari tradizionali e contribuiscono all’aumento delle malattie. Queste esigenze sono state affrontate negli ultimi anni da diverse organizzazioni internazionali, tra cui le Nazioni Unite (in particolare dalla FAO), con diversi Paesi che hanno adottato politiche di sovranità alimentare.

La locuzione sovranità alimentare fu coniata nell’aprile 1996 dai membri di La Via Campesina, un’organizzazione/coalizione internazionale di contadini, durante la sua conferenza internazionale svoltasi a Tlaxcala (Messico), per poi essere stata proposta in modo ufficiale durante il Forum parallelo al World Food Summit della FAO a Roma, nel novembre dello stesso anno. Il concetto di sovranità alimentare nasce come proposta in contrapposizione al modello neoliberista del processo di globalizzazione delle imprese, fornendo una chiave per la comprensione della governance internazionale sull’alimentazione e l’agricoltura. In particolare, la sovranità alimentare è stata proposta in risposta sia al termine “sicurezza alimentare5 sia a quello di “diritto al cibo6 utilizzati da FAO, ONG e governi sui temi di alimentazione e agricoltura.

La Via Campesina, introducendo il concetto di sovranità alimentare, ha individuato sette principi basilari: 1) il cibo come diritto umano fondamentale; 2) la riforma agraria; 3) la protezione delle risorse naturali; 4) la riorganizzazione del commercio alimentare; 5) la fine della globalizzazione della fame; 6) la pace sociale; 7) il controllo democratico. Il Forum sulla sovranità alimentare del 2002 ha proseguito l’analisi di questi elementi, che sono stati poi sintetizzati dall’International NGO/CSO Planning Committee for Food Sovereignty in quattro “aree prioritarie” o “pilastri” per promuovere l’azione politica: il diritto al cibo; l’accesso alle risorse produttive; il modello di produzione agro-ecologico; il commercio e i mercati locali.

Il concetto di sovranità alimentare è stato adottato da diverse organizzazioni internazionali, tra cui la Banca mondiale e le Nazioni Unite7. Nel 2007, al primo Forum per la sovranità alimentare a Sélingué (Mali), 500 delegazioni di movimenti contadini e organizzazioni della società civile, provenienti da 80 Paesi, hanno adottato la “Dichiarazione di Nyéléni” che ne ha fornito una definizione:

“La sovranità alimentare è il diritto dei popoli a un cibo sano e culturalmente appropriato, prodotto con metodi ecologicamente corretti e sostenibili, e il loro diritto a definire i propri sistemi alimentari e agricoli. Mette coloro che producono, distribuiscono e consumano cibo al centro dei sistemi e delle politiche alimentari piuttosto che le richieste dei mercati e delle aziende. Difende gli interessi e l’inclusione della prossima generazione. Offre una strategia per resistere e smantellare l’attuale regime commerciale e alimentare aziendale e dà indicazioni per i sistemi alimentari, agricoli, pastorali e della pesca determinati dai produttori locali. La sovranità alimentare dà priorità alle economie e ai mercati locali e nazionali e potenzia l’agricoltura guidata dai contadini e dalle famiglie, la pesca artigianale, il pascolo guidato dai pastori e la produzione, distribuzione e consumo di cibo basati sulla sostenibilità ambientale, sociale ed economica. La sovranità alimentare promuove un commercio trasparente che possa garantire un reddito dignitoso per tutti i popoli e il diritto per i consumatori di controllare la propria alimentazione e nutrizione. Essa garantisce che i diritti di accesso e gestione delle nostre terre, dei nostri territori, della nostra acqua, delle nostre sementi, del nostro bestiame e della biodiversità, siano in mano a chi produce gli alimenti. La sovranità alimentare implica nuove relazioni sociali libere da oppressioni e disuguaglianze fra uomini e donne, popoli, razze, classi sociali e generazioni.”

Questa definizione sintetizza le rivendicazioni dei movimenti che, fin dagli anni ‘60 del secolo scorso, manifestano e agiscono contro le politiche e le pratiche dello sviluppo perseguite dalle agenzie internazionali che nei decenni hanno fatto del cibo un bene economico di scambio (una commodity); contro l’aiuto alimentare, considerato una forma alternativa di sovvenzione alle esportazioni dei Paesi ricchi donatori; contro il monopolio commerciale delle multinazionali dell’agribusiness; contro il potere degli Stati forti che sovvenzionano le loro agricolture. Rappresenta un invito a tutti a prendere in mano la propria relazione con il cibo, interrogandosi su cosa si mangia, cioè da dove viene, cosa contiene, come è preparato il cibo.

Nel 2011, tale definizione è stata ulteriormente perfezionata dai Paesi europei8, dopo che movimenti, associazioni e cittadini avevano iniziato a riflettere in forma collettiva sul cibo inteso non come merce, bensì come diritto fondamentale, in piazza Rossetti nello spazio dell’AltrAgricoltura in occasione del G8 di Genova, confrontandosi con leader internazionali come Bové (Confédération Paysanne), Nicholson (La Via Campesina), Dos Santos e Vieira9. A partire dal 2020, almeno sette Paesi hanno integrato la sovranità alimentare nelle loro costituzioni e legislazioni10.

Al centro della sovranità alimentare ci sono le persone e non le politiche, i mercati o le imprese: contadini, pescatori, popoli indigeni, popoli senza terra, lavoratori rurali, migranti, allevatori nomadi, comunità che vivono nelle foreste, donne, uomini, giovani, consumatori, movimenti ecologisti, organizzazioni sociali. Per far in modo che tutte le persone possano avere diritto ad un cibo “sano, nutriente e culturalmente appropriato” sono necessarie alcune condizioni di partenza per le quali La Via Campesina sta lavorando insieme ad altre organizzazioni di tutto il mondo:

  • la gestione diretta dei sistemi e delle attività agricole da parte di contadini, pastori e pescatori locali, cioè la possibilità di dare in mano a coloro che producono gli alimenti l’accesso e la gestione delle terre, dei territori, dell’acqua, delle sementi, del bestiame e della biodiversità;
  • il ruolo centrale dell’economia e dei mercati locali e nazionali;
  • il potere ai contadini, all’agricoltura familiare, alla pesca e l’allevamento tradizionali;
  • una maggiore attenzione alla produzione, distribuzione e consumo di alimenti nel rispetto dell’ambiente, delle società e delle economie locali;
  • un commercio leale e trasparente in grado di garantire a tutti un reddito dignitoso;
  • la possibilità per i consumatori di controllare la propria alimentazione e nutrizione.

La sovranità alimentare quindi punta sull’agricoltura familiare e sostenibile11, ma altrettanto sulla crescita della consapevolezza, della capacità di scegliere, di poter esercitare un controllo sul proprio cibo e sulla propria alimentazione sia a livello individuale che di comunità sociale12, coerentemente con l’affermazione di Weldell Berry “Mangiare è un atto agricolo”. Si cerca di far crescere sistemi diproduzione e scambio secondo i principi del “commercio equosolidale”: agricoltura biologica, gruppi di acquisto consapevole, favorendo prodotti di stagione, a km 0, con il giusto riconoscimento economico ai produttori che agiscono al di fuori della grande distribuzione, riduzione dei consumi energetici, orientati a fonti rinnovabili.

Inoltre, la sovranità alimentare si estende anche alla sovranità delle colture, intesa come il diritto “di coltivare e scambiare diverse semenze in modalità open source“, ossia senza pagare royalties alle multinazionali delle sementi. Questo diritto è strettamente connesso alla sovranità alimentare, poiché la pratica del seed-saving è in parte un mezzo per aumentare la sicurezza alimentare. Gli attivisti sostengono che il risparmio delle semenze consente un sistema alimentare chiuso che può aiutare le comunità a ottenere l’indipendenza dalle principali aziende agricole.Sostengono che il risparmio delle semenze ricopre un ruolo importante nel ripristinare la biodiversità nell’agricoltura e nella produzione di varietà vegetali più resistenti al mutamento delle condizioni ambientali territoriali alla luce del cambiamento climatico.

Il CSM e le organizzazioni che lo compongono, come La Via Campesina, lottano per ottenere una modifica degli accordi commerciali di libero scambio in cui chi controlla è un’oligopolio commerciale e finanziario composto da WTO, Banca mondiale, FMI e dalle multinazionali che influenza i governi dei Paesi, in particolare di quelli meno potenti che per rispettarele regole internazionali pregiudicano il benessere delle proprie popolazioni. A questo si unisce la lotta contro la dominazione dei sistemi alimentari ed agricoli da parte delle multinazionali e contro l’uso incontrollato di tecnologie e pratiche distruttive dell’ambiente e dei gruppi umani (prodotti transgenici, acquacoltura industriale, pesca distruttiva, agricoltura industriale e meccanizzata, monoculture industriali per gli agrocarburanti ed altre piantagioni, sequestro di terre, etc.).

L’approccio della sovranità alimentare è fortemente critico verso il progetto neoliberista globalizzato e spinge a concentrare l’attenzione sul tema della governance internazionale del cibo e dell’agricoltura e sulle cause politiche della fame e delle malnutrizione. In tal modo incoraggia una discussione sullo spazio politico che deve esistere per permettere la creazione di politiche nazionali volte a ridurre la povertà ed eliminare la fame e la malnutrizione che si oppongano a politiche internazionali basate esclusivamente sulla deregolamentazione dei mercati. Le chiavi per ridurre la fame e la povertà rurale sono dunque individuate nella de-mercificazione del cibo e della riproduzione sociale e in una maggiore attenzione verso lo sviluppo locale rurale, dal momento che secondo le previsioni, anche nei decenni a venire la maggior parte dei poveri vivranno nelle aree rurali. L’approccio della sovranità alimentare rappresenta in tal senso un importante contributo alla discussione sulla questione alimentare che si origina dalle voci e dai bisogni di coloro che quotidianamente combattono la fame e la malnutrizione. Sovranità e diritto al cibo sono ridefiniti nella prospettiva delle comunità locali attraverso il riconoscimento sostanziale dei diritti locali, indigeni e comunitari al controllo delle risorse – terra, semi, acqua, credito, mercati, saperi – per la produzione di cibo e alla definizione delle proprie scelte alimentari.

La sovranità alimentare si propone come un approccio per riformare i sistemi alimentari locali, del Sud come del Nord del mondo, mettendo innanzitutto in discussione il paradigma neoliberista, alla base del modello agro-alimentare dominante, industriale, produttivista, monoculturale, estensivo, ad alto contenuto tecnologico (con uso di OGM), orientato all’esportazione, incorporato nelle catene di trasformazione e commercializzazione su larga scala controllate dalle global corporations agro-alimentari. I sistemi di produzione alimentare contadini, di tipo familiare, tradizionali, su piccola scala, sono indicati come le alternative da tutelare e promuovere, attraverso riforme agrarie, sostegni diretti, subordinati alla transizione verso pratiche agro-ecologiche e sostenibili, e poi con la protezione dei mercati locali, contro il dumping di prodotti importati, garantendo prezzi stabili e remunerativi attraverso le forme di organizzazione di mercato a filiera corta, di Green Public Procurement, le diverse “reti agroalimentari alternative”, che coinvolgono insieme produttori, consumatori e a volte attori istituzionali – gli AMAP in Francia (Associations pour le Mantien de l’Agricolture Paysanne), le CSA (Community Supported Agriculture) o la Community Food Security Coalition negli USA e in Canada, i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS) e i Distretti di Economia Solidale (DES) in Italia. In essi, alla domanda di “cibo di qualità” sono spesso associati obiettivi di sviluppo, interessi ecologico-ambientali, bisogni di socialità.

  1. Indipendentemente dall’età, la stragrande maggioranza delle persone decedute a causa del CoVid-19 soffriva di una o più di queste patologie. Il costo umano del fallimento dei sistemi alimentari moderni si somma a costi economici enormi, perché i malati cronici hanno più difficoltà a trovare e mantenere un lavoro e, quando ne hanno uno, sono meno produttivi a causa delle assenze per malattia, oltre ad andare generalmente in pensione anticipatamente, con conseguente perdita di reddito e aumento del debito pubblico e privato.[]
  2. Idee fallimentari e controverse, come sistemi volontari di sostenibilità aziendale, OGM e biotecnologie, agricoltura rigenerativa e intensificazione sostenibile dell’agricoltura sono solo alcune delle false soluzioni propagandate dal Summit. Queste proposte non sono né sostenibili, né convenienti per i contadini e i produttori di piccola scala e i lavoratori del sistema alimentare, e non servono l’interesse pubblico e la salute pubblica. Il Summit rappresenta un tentativo da parte dei grandi operatori economici di normalizzare e legittimare soluzioni tecnologiche che sono dannose per le persone, la sicurezza alimentare e gli ecosistemi. Queste false soluzioni non riescono ad affrontare le ingiustizie strutturali e i problemi della società, come l’accesso alla terra e alle risorse, la perdita di biodiversità e la crescente disuguaglianza economica.[]
  3. Nel marzo 2020, il CSM, insieme a più di 400 organizzazioni, ha inviato una lettera al Segretario generale per condividere le loro principali preoccupazioni, segnalando l’indebita influenza delle imprese, la mancanza di fondamenti sui diritti umani e la mancanza di trasparenza nel processo. La lettera è rimasta senza risposta. Nell’ottobre 2020, il CSM e altre organizzazioni delle persone più colpite da fame, malnutrizione e distruzione ecologica hanno lanciato un invito aperto a unire le forze per sfidare il Summit che dovrebbe svolgersi nel settembre 2021. Questa nuova piattaforma di organizzazioni e individui prende il nome di “Risposta dei popoli autonomi al vertice sui sistemi alimentari delle Nazioni Unite”. Infine, nel maggio 2021, coloro che hanno risposto all’invito aperto hanno deciso di organizzare un contro-evento in parallelo al Pre-Summit dei sistemi alimentari delle Nazioni Unite. La Via Campesina, forse la maggiore organizzazione che fa parte del CSM, ha elaborato un proprio Position paper sul Summit sui sistemi alimentari dell’ONU.[]
  4. Effettivamente la nomina dell’ex ministra dell’agricoltura ruandese Agnes Kalibataa capo dell’evento non poteva che spostare il summit verso questo mondo visto il suo ruolo di presidente dell’Alleanza per una Rivoluzione Verde in Africa (AGRA), finanziata dalla Gates Foundation, che è stata istituita nel 2006 e ha sostenuto l’apertura del continente alle colture ad alta tecnologia, alle varietà di sementi commerciali ad alto rendimento e in generale all’agricoltura intensiva. Ulteriori sospetti che le grandi imprese stessero dominando l’agenda sono venuti quando il documento concettuale del vertice ha menzionato l’agricoltura di precisione, la raccolta dati e l’ingegneria genetica come importanti per affrontare la sicurezza alimentare – iniziative supportate da grandi aziende tecnologiche –, ma non ha fatto menzione dell’agricoltura ecologica o del coinvolgimento dei piccoli produttori e della società civile. Non è passata inosservato il fatto che l’iniziatore e principale partner del vertice è il World Economic Forum (WEF), che riunisce le mille corporations più ricche e potenti del mondo e che organizza ogni anno il meeting dei globalisti a Davos. Queste global corpotions sono in gran parte responsabili del degrado dello stato ambientale del mondo, dell’aumento della disuguaglianza e dell’insicurezza alimentare. Infine, è importante evidenziare che nell’ambito del pre-Summit è presentata una “Business Declaration on Food Systems Transformation” ed è stato realizzato un incontro dal titolo “Le priorità del settore privato” al quale hanno partecipato tra gli altri i massimi dirigenti globali di Unilever, Rabobank, Nestlé e Pepsico.[]
  5. La sovranità alimentare è nata in risposta alla disillusione degli attivisti per la sicurezza alimentare, il discorso globale dominante sull’approvvigionamento e la politica alimentare. Quest’ultimo enfatizza l’accesso a un’alimentazione adeguata per tutti, che può essere fornita dal cibo del proprio Paese o dalle importazioni globali. In nome dell’efficienza e di una maggiore produttività, è quindi servito a promuovere quello che è stato definito il “regime alimentare aziendale”: un’agricoltura aziendale industrializzata e su larga scala basata sulla produzione specializzata, la concentrazione della terra e la liberalizzazione degli scambi. I critici del movimento per la sicurezza alimentare affermano che la sua disattenzione per l’economia politica del regime alimentare aziendale lo rende cieco agli effetti negativi di quel regime, in particolare la diffusa espropriazione dei piccoli produttori e il degrado ambientale globale. La sovranità alimentare va oltre il concetto di sicurezza alimentare che significa che tutti devono avere la certezza di avere abbastanza da mangiare ogni giorno, ma non dice nulla sulla provenienza di quel cibo o sul modo in cui viene prodotto. La sovranità alimentare include il sostegno ai piccoli proprietari terrieri e alle aziende agricole di proprietà collettiva, alla pesca, etc., piuttosto che industrializzare questi settori in un’economia globale minimamente regolamentata. La sovranità alimentare deve essere intesa come una piattaforma per la rivitalizzazione rurale a livello globale basata su un’equa distribuzione dei terreni agricoli e dell’acqua, il controllo degli agricoltori sulle colture e le fattorie produttive su piccola scala che forniscono ai consumatori cibo sano e coltivato localmente.[]
  6. Il Diritto al Cibo è stato sancito dalla Dichiarazione dei Diritti Umani del 1948 che recita all’articolo 25.1: “Everyone has the right to a standard of living adequate for the health and well-being of himself and of his family, including food”. Tale diritto è stato poi incluso nei Patti sui Diritti Economici, Sociali e Culturali del 1967, all’articolo 11.2: “The States Parties to the present Covenant, recognizing the fundamental right of everyone to be free from hunger”. Il fatto stesso che questo bisogno sia caratterizzato come diritto permette una tutela individuale, garantita dal Diritto Internazionale, e dà origine ai relativi obblighi da parte dello Stato di soddisfare il bisogno e tutelare il diritto. In questo senso l’affermazione dell’esistenza di un Diritto al Cibo conferisce potere alle comunità più povere e agli individui nei confronti dello Stato e degli altri attori della scena internazionale. Il Diritto al Cibo rientra, però, tra i diritti specificati nei Patti sui Diritti Economici, Sociali e Culturali che, tra i diritti umani, hanno finora ricevuto minore attenzione in termini di giustiziabilità e il loro utilizzo è stato relativamente limitato e recente nelle Corti.[]
  7. Nell’aprile 2008 l’International Assessment of Agricultural Science and Technology for Development (IAASTD), un panel intergovernativo con il patrocinio dell’ONU e della Banca Mondiale, ha adottato la seguente definizione: “La sovranità alimentare è definita come il diritto dei popoli e degli Stati sovrani a determinare democraticamente le proprie politiche agricole e alimentari.[]
  8. Nel 2011 più di 400 persone provenienti da 34 paesi europei si sono incontrate dal 16 al 21 agosto a Krems (Austria), per dare forma allo sviluppo di un movimento europeo per la sovranità alimentare. Questi rappresentanti miravano a sviluppare le fondamenta del Forum per la Sovranità Alimentare del 2007. Gli obiettivi erano rafforzare il coinvolgimento locale, costruire un obiettivo comune e comprensione, creare un’agenda comune per l’azione, celebrare la lotta per la sovranità alimentare in Europa e ispirare e motivare persone e organizzazioni a lavorare insieme. Il forum del 2011, organizzato sui principi della partecipazione e del processo decisionale consensuale, ha sottolineato l’inclusione delle popolazioni emarginate nella discussione. Il forum ha consentito agli agricoltori e agli attivisti di progetti in tutta Europa di condividere competenze, coordinare azioni e discutere prospettive. Il forum è culminato nella dichiarazione Nyéléni Europe. Dal 2011 sono continuati gli incontri e le azioni a livello europeo, inclusa la Good Food March, in cui cittadini, giovani e agricoltori si sono riuniti per chiedere una politica agricola più equa in Europa, affrontando le preoccupazioni climatiche e la riforma democratica della Politica Agricola Comune (PAC) europea. L’ultimo forum di Nyéléni Europa si è tenuto nel 2016 a Cluj-Napoca, in Romania. Uno degli obiettivi principali era quello di consolidare i movimenti per la sovranità alimentare nell’Europa orientale e in Asia centrale, rafforzando la capacità dei contadini dei paesi di queste regioni a sostenersi a vicenda.[]
  9. A Genova nel luglio 2001 per giorni nei seminari e negli incontri pubblici, oltre che di sovranità alimentare e agricoltura contadina, si parlò della crisi del debito pubblico e dei possibili rimedi, di una tassa sulle speculazioni finanziarie, dello strapotere di Banca Mondiale, FMI e WTO, di diritto d’espatrio e di migrazioni, di guerre incombenti, dell’acqua come bene comune e di esclusione dei brevetti dai farmaci essenziali per affrontare le malattie epidemiche.[]
  10. Nel settembre 2008, l’Ecuador è diventato il primo Paese a sancire la sovranità alimentare nella sua Costituzione. Alla fine del 2008, è stata elaborata una legge per ampliare la disposizione costituzionale vietando gli OGM, proteggendo molte aree del Paese dall’estrazione di risorse non rinnovabili e scoraggiando le monocolture. La legge così redatta protegge anche la biodiveristà come proprietà intellettuale collettiva e riconosce i Diritti della Natura. Da allora Venezuela, Mali, Bolivia, Nepal e Senegal e, più recentemente, l’Egitto (Costituzione del 2014) hanno integrato la sovranità alimentare nelle proprie costituzioni o leggi nazionali.[]
  11. A questo proposito, l’anno 2014 è stato dedicato dall’ONU all’agricoltura familiarecon lo scopo di valorizzarne l’enorme potenziale nella lotta alla fame e alla preservazione delle risorse naturali; in molti Paesi le piccole aziende agricole e a gestione familiare rappresentano l’80% del totale delle aziende agricole. Valorizzare però non è una condizione sufficiente per facilitare il superamento delle difficoltà di entrare in un mercato competitivo che non sempre tiene conto delle specifiche esigenze delle piccole realtà produttive. Il riconoscimento dell’importanza dell’agricoltura familiare necessita anche di politiche agricole e accordi giuridici e commerciali in grado di creare le condizioni adeguate perché i piccoli contadini possano sopravvivere e creare opportunità di crescita sociale ed economica nelle loro comunità di appartenenza.[]
  12. Paradossalmente, anche i Paesi ricchi convivono, in modo non sempre consapevole, con un cibo che di “sano, nutriente e culturalmente appropriato” in molti casi ha ben poco. Infatti, le politiche agricole nazionali o internazionali incentivano l’agricoltura industriale a scapito di quella familiare; il cibo industriale viene venduto come sano, ma nel senso di igienicamente pulito, sterilizzato, quasi asettico, convincendoci, abituandoci al cibo “sicuro”; anche il packaging e le etichette rispondono più a logiche estetiche e di marketing (cioè comunicazione finalizzata alla vendita) che informative o conoscitive, senza contare i problemi ambientali di smaltimento degli imballaggi; il cibo di bassa qualità, come quello dei fast food, detto anche junk food è una delle cause dell’incremento di problematiche come obesità, diabete e malattie cardiovascolari; infine, ma non da ultimo, lo spreco di cibo (prima e dopo essere arrivato alla tavola) – circa il 30% di tutto quello prodotto, uno dei più eclatanti paradossi del problema della fame – è tale da diventare una campanello d’allarme su qualcosa che non può certo continuare a funzionare così.[]
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