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L’America divisa di Biden e Trump (e anche Sanders)

di Franco
Ferrari

Era facilmente prevedibile che le elezioni del 2020 negli Stati Uniti non sarebbero passate placidamente e senza scosse. A tutt’oggi il barocco sistema elettorale non ha consentito di mettere fine all’incertezza su chi sarà il prossimo Presidente degli Stati Uniti. Certo il candidato democratico, Joe Biden, ha ottenuto una netta maggioranza dei voti popolari e, sulla base di quanto certificato dai media, la maggioranza dei grandi elettori. Ma Trump ha attivato una guerriglia legale che finora non gli ha permesso di spostare nulla nei rapporti di forza elettorali, ma ha lasciato aperto uno stato di incertezza e di confusione. Dopo la decisione del Comitato dei canvassers del Michigan di certificare il risultato (con il voto favorevole di un componente repubblicano) ha dovuto far avviare la procedura formale di transizione dei poteri al futuro Presidente democratico. Si è però rifiutato di riconoscerne la vittoria, anche se ormai nessuno, al di fuori di una parte consistente di suoi sostenitori, crede nella sua possibilità di ribaltare il risultato.

È evidente che l’azione del Presidente uscente ha messo in luce i molti difetti di un sistema elettorale nato per essere oligarchico e che è in grado di funzionare quando le due parti del sistema bipolare si riconoscono una reciproca legittimità e quindi sanno di non deviare molto da una politica che difende lo status quo e l’establishment, seppur declinata in modi diversi.

Trump, pur confermandosi un Presidente di minoranza, ha interpretato sia alcuni cambiamenti ormai strutturali nella comunicazione politica, sia l’insoddisfazione di una parte importante del Paese per gli effetti di alcuni cambiamenti sociali, demografici, economici in corso. Questo rigetto ha potuto incunearsi nella crisi della egemonia neoliberista così come si è venuta definendo a partire dagli anni ’80 e che si è poi consolidata con il tracollo del “socialismo reale”. Si tratta di una reazione che incorpora la contestazione nei confronti di una globalizzazione i cui benefici sono andati quasi esclusivamente a favore delle classi economiche dominanti, delle grandi imprese multinazionali e della finanza. Ma assume anche un profilo nettamente regressivo per i suoi rigurgiti sciovinisti e clericali.

Da parte democratica, si registrano limitate, ma non insignificanti correzioni rispetto all’impostazione clintoniana di supina accettazione di politiche socio-economiche neoliberiste accompagnate da posizioni progressiste sul piano dei diritti civili. Correzioni che devono tenere conto della spinta interna, di movimenti che premono dal basso (Black Lives Matter, ambientalisti, femministi) e di una sinistra più radicale in grado di parlare, per la prima volta da molto tempo, a fasce ampie di elettorato in particolare giovanile. Correzioni che andranno tutte verificate alla prova dei fatti. Biden sta procedendo alla nomina di quelli che saranno i suoi principali collaboratori nelle varie posizioni di governo. Per ora prevale la continuità rispetto alla presidenza Obama e in qualche caso anche con la presidenza Clinton. Non va sottovalutata però la possibile nomina di una notoria keynesiana, per la quale garantire la piena occupazione è sempre una priorità, alla responsabilità del Tesoro.

È opinione largamente condivisa che la nuova Amministrazione americana non potrà limitarsi ad un ritorno al passato, nemmeno quello della presidenza Obama, di cui pure Biden è stato un vice-Presidente particolarmente affine. Ed è altrettanto evidente che, per ragioni anagrafiche, se vuole lasciare un segno dovrà muoversi con grande velocità. Trump, nel suo infantilismo egocentrico, gli aveva affibbiato il nomignolo di “sleepy Joe”, Joe l’addormentato, ma se c’è una cosa che Biden non potrà fare è quella di accontentarsi di dormire beatamente nello studio ovale.

Non sappiamo che cosa succederà fra quattro anni e non è nemmeno da escludere un rientro di Trump o l’emergere di un nuovo esponente repubblicano capace di rinsaldare il blocco elettorale trumpiano, riuscendo contemporaneamente ad allargarlo di quel tanto necessario a garantirsi l’elezione a Presidente, pur restando espressione di una minoranza. Questa ipotesi sarà ben presente nella mente di tutti i soggetti che si muovono e contano sulla scena internazionale, a cominciare dai cinesi. Forse anche l’Europa dovrebbe decidersi a contare sulle proprie forze e a non essere solo la componente subalterna di un blocco ideologico “occidentale”. Per farlo dovrebbe ripensare radicalmente la costruzione dell’Unione Europea e rompere con i dogmi liberisti che le hanno messo piombo nelle ali. La parziale e temporanea revisione delle politiche di austerità, obbligata dalle vicende della pandemia, è ancora ben lontana da quanto sarebbe necessario.

Come Transform! Italia abbiamo seguito le vicende politiche degli Stati Uniti, in questi due mesi che hanno preceduto il voto, per cercare di capire quali tendenze di fondo stavano animando la società americana. Abbiamo segnalato alcuni aspetti interessanti dell’azione della sinistra radicale anche per quel tanto o poco che posso insegnarci per agire sulla realtà italiana. Avendo ben presente che il contesto politico-istituzionale, oltre che il retroterra sociale e culturale, sono indubbiamente diversi.

Non possiamo ignorare che, per quanto si parli di declino (ma il tema non è del tutto nuovo e ritorna ciclicamente), gli Stati Uniti restano la forza egemone sul piano globale, soprattutto in termini di costruzione degli immaginari collettivi. Quello che alcuni definiscono come “smart power”. Questo ruolo che Trump, nella sua rivendicazione aggressiva di un nazionalismo americano interessato solo a se stesso, ha in parte contribuito a scalfire ma non ha certo cancellato. A fianco del potere “smart” resta intatto quello militare che pure ha dimostrato di essere in grado di distruggere assetti esistenti ma non di costruirne di nuovi (come in Afghanistan, Iraq, Libia).

In questo fascicolo raccogliamo gli articoli che abbiamo pubblicato sul sito di Transform! Italia durante la campagna elettorale, fino al suo ancora incompiuto esito finale. I testi non sono stati modificati ritenendo che fornissero spunti e riflessioni non strettamente legati alla contingenza e ancora validi anche con il senno di poi. L’unica modifica apportata riguarda le citazioni contenute nelle note a piè di pagina che, per semplicità, sono stati raggruppate in una bibliografia finale. Molte questioni appena accennate negli articoli qui raccolti meriteranno sicuramenti aggiornamenti approfondimenti ulteriori.

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