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Alla ricerca di Barbiana

di Giancarlo
Scotoni

Qualche giorno fa, ragionando insieme sulla morte di Lorenzo e sulla risposta studentesca che ha portato alle manifestazioni di protesta contro l’alternanza scuola-lavoro, è stata evidenziata la necessità di non ragionare sulla base di ottime ma lontane intenzioni ma piuttosto di dar voce agli studenti, soprattutto quelli degli istituti tecnici e professionali per molti dei quali l’ottenere al più presto un lavoro è obiettivo primario.

Benvenuto il richiamo al fatto che la critica più attenta alla scuola attuale rischia di rimanere astratta, distaccata dai soggetti. A colmare questa distanza non bastano né la commozione per la morte di Lorenzo, né la preoccupazione per lo stato della scuola, né lo sdegno per le concretissime bastonate che le forze dell’ordine hanno impartito ai giovani.

Sarebbe necessario essere nelle aule e nelle piazze, ascoltarli/e e parlare… potersi reciprocamente riconoscere e porre interrogativi. Una delle domande a cui occorrerebbe dar risposta, tra le tante, è quanti studenti delle professionali o degli istituti tecnici siano presenti nelle mobilitazioni, non per valutare se siano molti o pochi; ma per contribuire a ricostruire un percorso di ricomposizione dall’interno di una condizione frammentata e divisa. Molto più frammentata e divisa di quella di qualche decennio fa.

Infatti nel quadro generale della rottura del patto sociale che fu alla base del welfare del lungo secondo dopoguerra, la scuola pubblica per tutti e per tutte ha subito una serie di attacchi che hanno avuto un gran margine di successo. La “buona scuola” è stata una tappa delle riforme dall’alto che hanno formalizzato la funzione di guida e il potere del mercato nell’educazione come un tentativo di governo di una dinamica sociale complessiva. Anche sul lavoro e nei comportamenti sociali il mercato chiede individualità di merito e riconoscimento, di allettamento e prospettiva egoistica, di autosufficienza nel successo.

L’alternanza scuola-lavoro con cui la scuola elemosina a caro prezzo da parte dell’azienda una piccola quota di collocamento lavorativo è uno degli elementi più visibili di un deterioramento generale della scuola dal punto di vista che la vorrebbe strumento di emancipazione personale; ma non possiamo trascurare le prove INVALSI, gli sproloqui sulla certificazione di qualità e via subendo.

Oggi si è arrivati a dire “non importa quello che impari, importa quello che sei”. Questo principio rilancia il carattere classista che la scuola pubblica cullò dalla sua nascita al sessantotto. Lo fa a livelli stratosferici, perché qui non c’è più figlio di contadino, di operaio o di commerciante, né italiano parlato in famiglia oppure quartiere di abitazione e nemmeno enciclopedia Einaudi nello scaffale di casa. Secondo questi principio sei un contenitore puro e non importa quello che impari. Certo c’è valutazione ma priva di qualsiasi intento didattico, fosse solo l’adeguamento della persona all’educazione impartita. E con la possibilità di cambiare (anche in peggio come spesso avveniva nell’antica scuola di classe) viene annullato desiderio, cambiamento, percorso, dimensione critica e speranza. Questo è davvero un capovolgimento di senso delle rivendicazioni che volevano percorsi individuale nello sviluppo, nel diritto di gestione del conflitto e di scelta, nell’esercizio trasformativo. Fissa una identità vuota a cui è indispensabile che sia fornita dall’esterno non più mediazione ma esistenza sociale saturata a ogni livello.

Con “non importa quello che impari, importa quello che sei” e con la sterilizzazione delle posizioni critiche, si scava un abisso che non potrà essere riempito da nessuna competenza, da nessun sapere, da nessuna didattica. Si tratta di un principio diffuso nel sociale e che nella scuola forse più visibile. Al di là del muro lo sfruttamento, la morte sul lavoro, la precarietà, la violenza contro le donne, la distruzione dell’ambiente diventano eventi esterni e irraggiungibili: casi separati, il nesso lo forniscono lo spread, la borsa e le guerre.

Così nella scuola sperimentiamo da troppo tempo la distruzione delle declinazioni profonde del patto sociale nato dalle lotte come un aspetto del carattere distruttivo della formazione sociale. Da qui una continua “controriforma” che non è mai sufficiente, che non trova equilibrio ma solo “resistenze” e “ritardi”.

Quale distanza dall’epoca in cui la Lettera a una professoressa, don Milani e la scuola di Barbiana esercitarono sul movimento degli studenti una influenza profonda! Oggi esiste una Fondazione 1) che preserva la memoria di quell’epopea allo scopo dichiarato di conservarne l’originalità con il suo senso religioso e pastorale. Poi, cercando in rete ci si può facilmente imbattere in una tesina didattica2 portata a termine da una classe: una sintesi onesta e accurata in cui sono ben riportate sia il carattere di contro-scuola che le tesi ugualitarie e di giustizia sociale. Si trova, curiosamente, sul sito della Fondazione Agnelli3.

All’epoca, quella denuncia e quell’esperienza di contro-scuola furono fondamentali per focalizzare il carattere di classe dell’istruzione e per distruggere oggettivazioni e miti: il sapere, la didattica, lo studente (e oggi aggiungeremmo la studentessa).

L’esperienza della scuola di Barbiana dice ancora dir molto, anche se le istituzioni (e le coscienze) che esposte alla sua critica all’epoca barcollarono un bel po’ oggi non verrebbero certo messe in crisi da quella denuncia, avendo sviluppato anticorpi tanto efficaci da prendere a merito quello che lì veniva indicato come inaccettabile ingiustizia.

Un elemento che mantiene intatto il suo potenziale si può trovare nella tensione a tenere assieme nella denuncia le figure sociali e a affidare il compito del cambiamento alla loro responsabilità, alla loro capacità di riconoscersi reciprocamente e –in definitiva- alla loro azione concreta. Dalla scuola di Barbiana viene la lezione che la costruzione di un sapere umano non può prescindere dai soggetti in conflitto. Dentro il conflitto essi ne sono i veri produttori e dunque la scuola, se contribuisce alla crescita del sapere, non per questo essa ne è proprietaria o amministratrice fiduciaria tantomeno da parte dell’azienda.

La concezione di scuola che ci viene da Barbiana possiede una visione così inclusiva, capace di mettersi al servizio della costruzione di collettività reale che uno dei suoi principi recita: “[…] c’è che ognuno di noi è libero di lasciare la scuola in qualsiasi momento, andare a lavorare e spendere, come usa nel mondo.”

Questo “spendere, come usa nel mondo” è chiaramente l’espressione di una coscienza religiosa e ci ricorda il debito che speranza e utopia possiedono verso quella dimensione. Ma il mondo contadino moderno ha resistito a lungo al “progresso” e alla scolarizzazione, spesso opponendogli la “sua” religione, ed è stato ricambiato abbondantemente non solo con il disprezzo. Così allo sguardo dei ragazzi della scuola di Barbiana, molti figli di contadini di un Mugello impoverito sulla soglia di industrilizzazione e abbandono, non sfuggivano né i metodi né i contenuti né le conseguenze immediate e future e la desiderabilità dell’istruzione veniva anch’essa messa in discussione.

Ma qui interessa “c’è che ognuno di noi è libero di lasciare la scuola in qualsiasi momento” dove il fatto di lasciare la scuola non si traduce in un diventare diverso da noi: un ex-studente, un disperso dopo una battaglia, un lavoratore. “Tenere con noi” chi ha lasciata la scuola significa possedere una visione delle cose in grado di riconnettere la condizione collettiva e di ritessere le tante separatezze in un terreno di lotta comune.

Si può considerare che –a prescindere dalla giustezza delle tesi-  le caratteristiche dell’esperienza della contro-scuola di Barbiana che le diedero tanto peso nelle lotte della scuola a cavallo del ’70, furono la radicalità, la coerenza dell’impianto (anche religioso), ma a questi elementi va aggiunta l’anticipazione di quella perdita di importanza della scuola che si è verificata a fronte di una sconfitta sociale.

Sulla base degli insegnamenti di Barbiana, l’orizzonte della sconfitta era un evento possibile e anticipabile, certamente in rapporto con l’esperienza della perdita di potere dei saperi in un mondo contadino in dissoluzione; ma anche grazie all’impianto militante che individuava uno scontro e con esso la possibilità di avanzamento e di sconfitta. Questo nucleo mi sembra il cuore vivo di quell’insegnamento.

Consentitemi un sogno facile: dopo le lotte la scuola avrebbe dovuto cambiare molto di più e diventare motore di cambiamento sociale, di trasformazione. Se una semplificazione un poco rozza non disturba, verrebbe da dire che il più grande limite dei decreti delegati che associavano nella gestione della scuola professori, genitori, studenti e personale tecnico e amministrativo della scuola4 non fosse tanto la reintroduzione della delega, quanto il non comprendervi le rappresentanze degli operai e dei disoccupati.

Ma torniamo a Lorenzo e alle mobilitazioni attuali. forse Lorenzo andrebbe rivendicato come un morto sul lavoro. Riuscirci non significherebbe rinunciare alla critica puntuale e senza sconti delle carenze e perversioni della scuola, ma fare un passo avanti nel ricostruire una figura sociale tendenzialmente unitaria di una figura sociale costantemente in formazione e costantemente al lavoro.

Giancarlo Scotoni

  1. https://www.donlorenzomilani.it/la-fondazione/[]
  2. https://www.fondazioneagnelli.it/wp-content/uploads/2017/08/Rileggere_Lettera_Professoressa-VB_Severi.pdf[]
  3. https://www.fondazioneagnelli.it []
  4. Gli organi collegiali della scuola sono istituiti dal decreto nº 416 del 31 maggio 1974[]
Stiamo con loro
CommemorAction contro la deriva dei respingimenti UE

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