articoli

Afghanistan: tutto può accadere

di Stefano
Galieni

C’era da aspettarsi che il disimpegno delle forze straniere presenti in Afghanistan potesse subire battuta d’arresto dopo la tremenda strage delle 85 studentesse della scuola Sayed al-Shuhada di Kabul l’8 maggio scorso, colpevoli per gli attentatori, di essere sciite, donne e di voler studiare. Altro che ritorno alla pace e alla democrazia. Invece il 13 giugno è stata ammainata la bandiera italiana nell’hangar dell’aeroporto di Herat, sancendo la conclusione della ventennale presenza del contingente italiano in Afghanistan.

La cerimonia è iniziata con un minuto di silenzio per i caduti in Afghanistan (ovviamente solo i 53 italiani). Erano presenti il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, che si è scusato con i giornalisti per l’inconveniente del blocco del volo militare a Dammam e tutti gli alti gradi militari. Nella cerimonia si è omesso di ricordare che da oltre 2 anni, la costosa missione italiana si era dimostrata totalmente priva di senso. L’instabilità della regione ha portato i militari a restare in pratica quasi totalmente reclusi nella caserma di Herat.

L’annuncio, da parte dell’amministrazione Biden, con cui si preannunciava la fine della lunga occupazione non è giunto inaspettato. Trump aveva già annunciato il ritiro dell’intero contingente Usa entro il primo maggio, ma tanto le condizioni nel paese quanto quelle logistiche, quanto soprattutto la complessità dello scenario politico, costringono a spostare in avanti la data. Washington pensa in questo modo di poter continuare a “sorvegliare” il paese e in caso a intervenire da lontano usando la tecnologia dell’intelligence digitale e i droni. L’idea di fondo è quella di replicare le missioni antiterrorismo che si fanno attualmente in Africa, in Iraq, in Siria. Ma anche per fare ciò occorre intelligence sul campo che difficilmente potrà essere garantita dal governo. Ci sono poi, col destino incerto, migliaia di contractor civili che operano nel campo della sicurezza e circa 1000 “soldati-ombra” che non risulta nel conteggio di coloro che si ritireranno entro l’11 settembre. Sono soprattutto rangers del Pentagono inquadrati in missioni della Cia. Biden ha dichiarato che deciderà come proteggere i diplomatici e la missione Usa che resterà nel Paese.

Una decisione che ha soprattutto riflessi interni. Per gli Usa questo è il più lungo conflitto nella storia in cui sono stati impegnati (in Vietnam rimasero 8 anni), tanto che – in continuità con Trump – viene liquidata come total waste (distruzione totale) di risorse non solo economiche. Lo sguardo, ancora in continuità con Trump, va anche ai forgotten man (degli Usa impoveriti dalle spese militari) e ad un rilancio di un piano per le infrastrutture nel proprio paese. La nuova amministrazione dichiara di voler affrontare soprattutto i problemi interni causati dalla pandemia ma – le azioni compiute nei primi mesi – denotano, stante il mutato quadro internazionale, la volontà di influire anche militarmente ancora di più che in passato ma con costi statali minori. Biden già da vicepresidente nell’era Obama, era convinto assertore del disimpegno una volta eliminate le basi di Al Qaeda. L’attuale presidente Usa, nel 2010, parlando con il diplomatico Richard Holbrooke e avendo un figlio militare in Afghanistan ebbe a dire:

«Mio figlio rischia la vita per difendere i diritti delle donne, ma non funzionerà: non li abbiamo mandati lì per questo». I colloqui di Doha non hanno portato però a grandi risultati e il rischio che il governo di Kabul, sparita la presenza Nato, venga cacciato dai talebani è alto. La compresenza, per quanto indebolita, anche di gruppi dello Stato Islamico in concorrenza con gli studenti coranici e con Al Qaeda crea ancor più problemi. Addirittura, in base alle conclusioni della relazione del gruppo di monitoraggio delle Nazioni Unite, si prende atto di un intensificarsi delle relazioni fra talebani e Al-Qaeda. Secondo tale relazione in realtà i talebani sarebbero contrari a colloqui di pace e preferirebbero un colpo di Stato militare e starebbero attivamente preparando operazioni militari per il resto del 2021 a tal proposito.

I primi a rischiare saranno i collaboratori con le forze di occupazione che potrebbero facilmente subire ritorsioni. Gli Usa da tempo si stanno ritirando dal ruolo di gendarme in Asia perché dai Paesi del Golfo all’Asia meridionale aumenta il peso delle potenze regionali. E gli Usa non possono impiegare tutte le energie di cui dispongono per essere ovunque. Oggi debbono riparare ferite interne che qualche mese fa ne hanno fatto vacillare le istituzioni e, contemporaneamente, reggere il confronto scontro con Cina e Russia in un clima da nuova Guerra Fredda che più che militarmente assume forme ibride, dagli scontri finanziari ai dazi, al potere derivante verso due terzi del pianeta dalla distribuzione dei vaccini anti covid.

Il ritiro potrebbe, ampliare, in chiave anti India e anti Cina, il ruolo della Turchia. Il prossimo round dei negoziati si terrà ad Istanbul e Erdogan potrebbe decidere di non ritirare per ora il proprio contingente in ambito Nato. Saranno questi negoziati di pace?

In Afghanistan la parola “pace” è sparita dall’immaginario collettivo dal dicembre 1979, con l’invasione sovietica. In clima di guerra fredda, gli Usa sostennero sin dall’inizio i gruppi dei combattenti (mujaheddin) che avrebbero dovuto “liberare il Paese”. L’immenso territorio divenne campo di battaglia fra “signori della guerra” e ben presto in vaste aree presero il sopravvento gli studenti delle madrasse, i cosiddetti taliban (talebani), che tentarono di imporre un ritorno al passato dopo la fase di “modernizzazione” che aveva attraversato soprattutto le città più popolose alla fine degli anni Sessanta. Una modernizzazione che non aveva però scalfito alcuni elementi strutturali della società, le decisioni fondamentali venivano prese dalla Loya Jiirga un’assemblea di saggi, capi militari, importanti leader di alcuni clan, rigorosamente maschi.  Col crollo dell’Urss e la fine degli appoggi russi, l’Afghanistan si ritrovò ad essere letteralmente polverizzato. Si nominarono presidenti che non avevano il controllo militare e politico nel territorio. Nel 1985 si era approvata una Costituzione che non fu mai di fatto applicata e la crisi portò molte città a divenire roccaforti talebane in cui si applicava la sharia.

Usando a pretesto gli attentati dell’11 settembre 2001, il 7 ottobre dello stesso anno le forze della cosiddetta “Alleanza del Nord”, sostenute da Usa e UK attaccarono le milizie talebane, nel 2003 a Kabul venne approvata la nuova costituzione

Un nuovo presidente, un parlamento con il 25% di donne (in gran parte mogli o figlie di signori della guerra) e qualche video per mostrare, attraverso i volti femminili scoperti, che la Nato (l’operazione Enduring freedom), raccontata come missione di “pace” corrispondeva ad una scelta militare e politica dell’alleanza atlantica, per “esportare democrazia”. Una missione che è poco definire fallimentare.

In 20 anni il conflitto è costato la vita secondo i dati della missione dell’ONU a quasi 160mila persone: tra 35 e 43mila civili e per il resto miliziani talebani, di al-Qaeda, dello Stato Islamico e forze di sicurezza afghane. Secondo i dati forniti sono stati poi circa 3.600 i militari della coalizione morti (incluse le vittime di incidenti e i casi di suicidio), dei quali 2.500 statunitensi, 180 persone all’anno. Con ritardo anche l’Unione Europea e il suo parlamento hanno presentato una risoluzione in materia che agisce, partendo dalla mole di inchieste, documenti, iniziative diplomatiche, ulteriori risoluzioni che sono state approvate o poste in essere in tanti anni e che prende spunto dagli accordi firmati a Doha nel febbraio 2020 come dalla decisione Nato riassunta.

Nel principio “entriamo insieme, usciamo insieme”, e ritirando ovvero le truppe nello stesso momento. La risoluzione Ue non omette la fase di stallo dei negoziati con i talebani e accusano questi di non aver rispettato il cessate il fuoco. L’Unione considera essenziale preservare i progressi realizzati negli ultimi 20 anni, in particolare in tema di diritti umani e libertà fondamentali e chiede un impegno maggiore delle parti negoziali per veder garantita maggior rappresentanza alle donne.

In caso di fallimento dei colloqui: donne, bambini e minoranze etniche saranno i più colpiti dal tentativo di risolvere il conflitto manu militari. Questo è già percepito: le donne e i minori hanno limitato l’accesso agli spostamenti e all’istruzione ravvisando un riesplodere di una violenza di fatto mai cessata. Nel 2021 il numero di attacchi contro le forze regolari è aumentato come pure le uccisioni mirate di attivisti, operatori dei media, educatori, medici, giudici e funzionari governativi. È in atto il tentativo, prima ancora del ritiro delle truppe Nato, da parte dei talebani, di

riappropriarsi dei territori controllati dal governo. Oggi non solo l’Afghanistan risulta essere il paese al mondo più colpito dal terrorismo; che nell’Indice globale del terrorismo 2020 l’Afghanistan figura come il paese più colpito. Dei 36 milioni di abitanti quasi 3 milioni sono gli sfollati interni per sfuggire alla violenza e un altro milione a causa di catastrofi naturali. Almeno 2,5 milioni di cittadini afghani hanno già abbandonato il paese in cerca di sicurezza, la maggior parte dei quali si sono stabiliti in Iran e in Pakistan dove a loro volta sono nati in almeno 1 milione che non hanno alcuna cittadinanza. Questo nonostante l’Afghanistan sia da venti anni il principale beneficiario dell’assistenza allo sviluppo dell’Ue nel mondo, con miglioramenti significativi nell’aspettativa di vita, nell’alfabetizzazione, nella riduzione della mortalità infantile e materna. Ai 4 milioni di euro erogati dal 2002 si aggiungeranno 1,2 mld per assistenza a lungo termine e di emergenza fino al 2025 ponendo come precondizione l’impegno costante delle autorità a favore della democrazia, per il rispetto dello Stato di diritto e dei diritti umani. Ed il Parlamento europeo ha posto attenzione sulla situazione delle donne che continuano ad affrontare quotidianamente minacce spaventose, tra cui ostacoli all’accesso ai servizi essenziali e attacchi tra cui la violenza domestica, sessuale e di genere. L’indice “Donne, pace e sicurezza 2019/20” ha classificato l’Afghanistan come il secondo peggior paese raccogliendo infinite storie di abusi e uccisioni, soprattutto di chi non si adatta a condizioni di sottomissione tradizionale come le tre giornaliste uccise a Jalalabad il 2 marzo scorso. Un anno in cui la pandemia ha visto aumentare drammaticamente la povertà e le misure di contenimento hanno limitato la distribuzione di aiuti umanitari. È osceno – lo riconosce il parlamento europeo – che quando si prevede una siccità che vedrà crescere il numero delle persone in condizioni di “insicurezza alimentare” (almeno 5,5 milioni oggi) fino a 17,6 milioni, il 20% del Pil nazionale riguardi il costo economico del terrorismo e che ad accordi non ancora conclusi le imprese afghane continuino ad essere vittime di estorsioni da parte dei talebani che obbligano gli agricoltori a coltivare quasi esclusivamente oppio, di cui il Paese è il principale esportatore. Un tempo dagli aeroporti privati e “clandestini” partivano carichi di oppio grezzo, da almeno tre anni sono aumentate le raffinerie che permettono di esportare invece eroina purissima con cui si finanziano gli eserciti privati e i gruppi jihadisti. In quanto a questo tema, il parlamento europeo: “ribadisce la necessità di uno sviluppo agricolo e un’assistenza a più lungo termine per creare posti di lavoro e redditi affidabili da attività alternative alla coltivazione dell’oppio; osserva che questo è un passo necessario per affrontare il traffico illecito di droga, il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo” non solo in Afghanistan. Programma ambizioso visto che una parte consistente dell’economia di sussistenza per chi non ha reddito deriva da tale coltivazione e impiego e che, secondo analisti del settore, quasi il 10% degli abitanti (spesso minori) sono tossicodipendenti e hanno creato anche una domanda interna. Come è stato possibile? Tante le ragioni: dall’assenza di prospettive che non siano l’emigrazione illegale, la povertà, ma – insinuante – l’immenso livello di corruzione presente nelle istituzioni, spesso mai punite, che hanno determinato condizioni di oppressione interna e contro cui tardivamente le autorità europee hanno dichiarato di voler combattere. Per gran parte della popolazione tutto oramai si ottiene mediante favori, sottomissione, omertà – secondo il più classico paradigma mafioso – e lo Stato, come la Giustizia, semplicemente non esistono.

Metà del paese è poi controllato da milizie talebane, altre aree da signori della guerra con cui si contrattano quotidianamente le buone relazioni e per l’Ue questo si traduce in una fase critica e insicura. Si teme un vuoto di potere che potrebbe essere colmato dai talebani data la comprovata fragilità del governo. Nella risoluzione, l’Ue si impegna a favore di “un processo di pace e di ricostruzione post-conflitto a guida e titolarità afghane, quale unico percorso credibile verso una pace, una sicurezza e uno sviluppo inclusivi e a lungo termine; sottolinea che ciò è più importante che mai in quanto la data del ritiro delle truppe degli Stati Uniti e della NATO si avvicina rapidamente; esorta il Consiglio, il Servizio europeo per l’azione esterna e la Commissione a preparare e presentare quanto prima una strategia completa per la futura cooperazione con l’Afghanistan dopo il ritiro delle truppe e sollecita l’UE e i suoi Stati membri, la NATO e gli Stati Uniti a mantenere il proprio impegno nel raggiungimento di tale obiettivo”. L’Ue si offre come partner per favorire la ripresa dei negoziati che portino ad una soluzione politica chiedendo che siano le Nazioni Unite ad assumersi un ruolo di mediatore esterno. L’Ue – altra rilevazione di criticità – esorta il governo afghano a coinvolgere attivamente il parlamento “in tutti i processi pertinenti” ponendo fine alle misure che impediscono una cooperazione istituzionale e ampliando i diritti di controllo del parlamento in quanto luogo di rappresentanza delle diversità presenti nel paese. Questo per assicurare tanto libere elezioni quanto per garantire trasparenza nella spesa pubblica. Per giungere a tali risultati si chiede ovviamente allo Stato afghano un impegno a combattere e prevenire il terrorismo e i gruppi armati, la produzione e il traffico di stupefacenti e ad affrontare le cause profonde della migrazione considerata irregolare e forzata.

Certo che gli impegni a garantire ancora il sostegno internazionale per veder rispettare i diritti di tutte/i e la democrazia, il riconoscimento del lavoro svolto dalle ong locali e dalle OSC (Organizzazioni della Società Civile) e la richiesta di veder garantito, dopo l’evacuazione delle truppe, il loro contributo, gli impegni presi per proseguire il sostegno all’istruzione, soprattutto delle ragazze, sembrano retorici se non si fondano tanto su una collaborazione su autorità ancora da costruire quanto su risorse economiche non solo emergenziali.

Si aggiunga che nei colloqui di pace, i rappresentanti talebani che, volenti o nolenti, rappresentano una parte della popolazione afghana, hanno più volte rimarcato di non gradire interferenze nella costruzione di una “Repubblica Islamica” in cui non debbano essere imposti i “valori dell’occidente”. L’Ue, per quanto parte in causa nella ventennale occupazione militare, potrebbe impegnarsi ad esempio in un sostegno al Paese contro la pandemia, fornendo vaccini, sostenere politiche di sviluppo laddove alto è il potenziale di crescita economica derivante dallo sviluppo delle risorse naturali afghane in modo sostenibile e creando infrastrutture e servizi pubblici essenziali a partire dai trasporti.

Un capitolo a parte meritano alcuni passaggi derivanti dalla fuoriuscita delle truppe Nato. Va protetto – secondo il parlamento Ue – anche garantendo visti e protezione – il personale locale, in particolare i traduttori che, collaborando con le forze Nato, vedono ancor più di prima messa a repentaglio la propria sicurezza, valutando individualmente i provvedimenti da prendere.

Allo stesso tempo il Parlamento Europeo si appella al (Servizio Europeo per l’Azione Esterna) SEAE, alla Commissione e agli Stati membri affinché sia garantita la sicurezza delle forze e del personale europeo in Afghanistan e quella del personale locale attualmente o precedentemente impiegato dalle rappresentanze europeo nel Paese e chiede a SEAE e Commissione di contribuire al finanziamento di una zona di sicurezza rafforzata onde assicurare una presenza diplomatica dopo il ritiro delle truppe.

La risoluzione è stata trasmessa al Consiglio, alla Commissione, al vicepresidente/alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, all’inviato speciale per l’Afghanistan, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri – a quando una discussione in quello italiano? – , al governo e al parlamento della Repubblica islamica dell’Afghanistan

Nel testo poi si deplora il fatto che, prima di “la Commissione non abbia trasmesso la dichiarazione congiunta sulla cooperazione in materia di migrazione al Parlamento e che quest’ultimo non abbia avuto la possibilità di esprimere il proprio parere su di essa; chiede alla Commissione di valutare l’impatto di tale dichiarazione sui diritti umani”. Questo perché alcuni Paesi hanno già da anni e nonostante le ostilità non siano terminate, cominciato a deportare dall’Europa, richiedenti asilo afghani mettendone a rischio l’incolumità ed esponendoli a trattamenti inumani e degradanti. È noto che a molti rimpatriati non sia rimasta altra scelta che quella di arruolarsi nell’esercito o in una delle tante milizie private. Il gruppo The Left, al parlamento europeo ha presentato una propria risoluzione, respinta, in cui si rivolgevano numerose critiche a quella congiunta, presentata. Il fatto che nell’accordo fra Usa e talebani non si parli di diritti umani e donne, l’impunità dei talebani per i reati commessi, ma non solo. Si parte dai risultati prodotti dall’intervento militare di 20 anni fa palesemente illegale che ha moltiplicato i problemi, dalle comprovate menzogne delle amministrazioni Usa che si sono succedute (in pubblico parlavano di vittoria imminente, in privato di sconfitta certa), dai crimini di guerra commessi nell’occupazione (nel 2019 l’Afghanistan è stato il paese più bombardato con droni al mondo), che questo ha reso, secondo il Global Peace Index 2020 l’Afghanistan il “paese meno sicuro al mondo”. E poi, dopo la firma degli accordi di febbraio, nello stesso mese, con l’attacco aereo di Kushk a Herat (dove era il contingente italiano), operato dagli statunitensi, sono morti 5 bambini e 3 donne, vittime civili mentre contemporaneamente sono aumentati gli attacchi dei talebani, dell’Isis e gli abusi dello stesso esercito governativo. The Left ha denunciato gli attacchi e le violenze che sono continuate in questi mesi, spesso contro civili, da ambo le parti al punto dal dover sospendere in alcune aree, le attività stagionali a favore della sicurezza alimentare del PAM. Del resto, da quando sono iniziati i colloqui si è registrato secondo l’UNAMA (Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan) un aumento del 38% delle vittime civili, per il 43% donne e bambini. Se pandemia e crescita delle violenze militari hanno aumentato la mortalità, la povertà e peggiorato in generale le condizioni sanitarie rendendo ancora più forte la dipendenza dagli aiuti umanitari, il risultato è un aumento delle donne vittime di omicidi, stupri, abusi, che sovente non giungono neanche in tribunale, di vessazione nei pochi posti di lavoro, quasi sempre in condizioni di subalternità, facendo rilevare un tracollo anche di prospettiva se si fa il paragone con la vita delle donne nel Paese negli anni Settanta. Secondo il materiale scrupolosamente raccolto da The Left, sono poi in forte aumento e su basi organizzate in rete, i casi di pedofilia. Lungo e carico di responsabilità dei paesi occidentali l’elenco di violazioni a cui la risoluzione della sinistra fa riferimento: istruzione, diritti umani, libertà di stampa, indipendenza del potere giuridico, azione congiunta UE – Afghanistan per mettere in atto accordi di riammissione dei migranti e dei richiedenti asilo senza l’avallo del parlamento e ponendo questa come precondizione per garantire aiuti. Questo per imporre misure di ripresa economica fondate sulle raccomandazioni neoliberiste del FMI. Nel marzo 2020 i giudici della Camera d’appello della Corte Penale Internazionale hanno, all’unanimità deciso di autorizzare l’ufficio del procuratore ad avviare un’indagine sui presunti crimini commessi in territorio afghano dal primo maggio 2003, crimini commessi anche prima e anche in altri Stati e che riguardano tutte le parti coinvolte nel conflitto. Nonostante questo la Sinistra si compiace del ritiro delle truppe Nato denunciando la lunga storia di interventi illegali e falliti che hanno provocato unicamente distruzione, destabilizzazioni, sfollamenti e morti in buona parte del pianeta, si richiede lo scioglimento della NATO, lo smantellamento del complesso industriale militare e la promozione delle relazioni diplomatiche con i nostri vicini sulla base del rispetto reciproco, dei fatti e del diritto internazionale”. The Left accoglie l’accordo di pace chiedendo che questo si a guida e titolarità afghana, invita l’UE a favorire un processo di riconciliazione che coinvolga tutti per una soluzione duratura del conflitto. Tante altre ancora le critiche alla risoluzione, proposta dai Popolari. Di fatto il testo era di piena acquiescenza alle decisioni NATO, ammantato di afflati umanitari non esigibili sul campo in quanto non si è voluto prendere posizione sui reali responsabili di una ventennale catastrofe.

Per tale ragione l’indicazione del gruppo The Left è stata quella di votare contro la risoluzione. La pace in Afghanistan ha bisogno d’altro

 

 

 

 

 

Floridiana
Diritti umani e situazione politica a Cuba

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.

Menu