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A sarà düra!

di Alberto
Deambrogio
Intervista a Monica Quirico e Gianfranco Ragona

Dopo un primo tempo del populismo, che pare essere al capolinea, il passaggio in atto, assai tortuoso, potrebbe anche preludere a un secondo tempo (confuso, “sporco”) del medesimo. Voi come valutate questa possibilità? Come pensate che possano sciogliersi alcune delle ambivalenze viste nella prima fase? La direzione sarà quella di un approfondimento delle istanze classiste-proletarie e, contestualmente, della radicalizzazione di quelle sovraniste-nazionaliste in tendenziale rotta di collisione reciproca o un’altra?

Fin dall’inizio della pandemia abbiamo temuto che sperare in un ridimensionamento definitivo del populismo fosse illusorio e pericoloso. Non possiamo trascurare il fatto che la metafora del “contagio” sia proprio quella usata dalla destra radicale e populista per invocare misure repressive sia contro i “dissidenti” interni, sia contro i migranti, entrambi considerati lesivi della “purezza” dell’ordine occidentale.
A differenza di quello che i paladini della democrazia liberale credono (o fingono di credere), i populisti di destra – i leader come i simpatizzanti – non sono affatto un residuo premoderno che agisce “di pancia”. Al contrario, hanno dimostrato di saper calibrare le loro strategie in base alle circostanze: lo abbiamo ben visto con Salvini, capace di smentire sé stesso nell’arco di un secondo, senza che questo provochi alcuna rivolta della base. I suoi sodali in Europa hanno fatto lo stesso; dopo aver agitato lo spettro dell’untore straniero (demonizzando in prima battuta il virus cinese e poi la promiscuità degli immigrati, la loro “premodernità”, per così dire, come fattore di diffusione del contagio), hanno poi optato per una linea riduzionista piuttosto che per misure draconiane a seconda della loro posizione nel sistema politico e della convenienza del momento. In Ungheria e in Estonia, ad esempio, i partiti populisti di destra, al governo, hanno accusato l’opposizione di favorire la diffusione del virus (che non sarebbe stata quindi imputabile a deficit nella strategia istituzionale di contrasto). Tra quelli all’opposizione, i Democratici di Svezia prima hanno sposato la linea “morbida” dell’Agenzia per la salute pubblica, poi, con l’aumento del numero di decessi, sono passati a toni giustizialisti nei confronti della stessa e del governo; dal canto loro, gli spagnoli di Vox hanno approfittato dell’emergenza per attaccare il movimento femminista così come i separatisti.
La razionalità suggerirebbe che proprio questo eccesso di tatticismo sia destinato nel lungo periodo a delegittimare il populismo di destra, ma sappiamo che la politica non è un’equazione e, aggiungiamo, sarebbe forse il caso di fare un passo oltre il dogma della razionalità come metro della democrazia, trattandosi di un concetto irreparabilmente eurocentrico e identificato con la declinazione liberale della democrazia.
Quello che ad ora possiamo affermare è che i populisti di destra hanno colto al volo l’opportunità offerta dalla pandemia per consolidare, pur nella diversità di collocazione tattica, la loro agenda nativista, arrivando a chiedere (in Finlandia e Danimarca, ad esempio) un blocco totale persino dell’asilo politico.
Sarà interessante, piuttosto, vedere se e come si riposizioneranno sul versante dello Stato, un tema su cui hanno posizioni variegate (più “statalisti” i populisti svedesi, “libertari” quelli norvegesi e italiani, per fare solo alcuni esempi), che si ripercuote anche sul rapporto con l’Europa, ovviamente.
Arriviamo così al rapporto tra populismo di destra e di sinistra, che tu hai sollevato. La definizione di Laclau del populismo come “significante vuoto”, ossia una “logica sociale” attraverso cui costruire il politico, ha incontrato grande fortuna a sinistra, perché sembra aprire a un rinnovamento della medesima, a un suo rinnovato protagonismo; a noi non convince. Nessun “contenitore” (né quelli materiali, come lo Stato, né quelli semantici, come un ordine discorsivo) è neutro; pur riconoscendo che alcune manifestazioni populiste hanno saputo ridare voce, e rappresentanza istituzionale, a gruppi sociali che erano rimasti invisibili per decenni (pensiamo all’America latina, ma anche a Podemos), siamo convinti che, nel momento in cui si appiattisce sulla retorica “popolo vs. élite” e via dicendo, la sinistra anticapitalista sia destinata a rimanere prigioniera di una narrazione che impedisce di raccontare e affrontare la complessità del mondo attuale. Usiamo non a caso la parola “narrazione”, il cui successo sembra aver congelato la consapevolezza che, pur dovendo reinventarsi anche sul piano discorsivo, la sinistra deve ricominciare dall’organizzazione delle lotte: una necessità ineludibile anche nella Gig-economy.
In questo contesto, vale la pena spendere qualche parola su una funzione specifica del populismo del XXI secolo: la sua capacità di dissolvere il classismo quale strumento di analisi della società e come prospettiva politico-organizzativa. In primo luogo, la retorica “popolo vs. élite” cancella la stratificazione sociale e la società appare come un piatto continuo, mentre invece gli interessi e i valori della piccola borghesia commerciante o dei piccoli proprietari di case sono ben diversi dagli interessi e dai valori dei lavoratori di Amazon: in questo senso, il populismo è paradossalmente uno strumento d’ordine, necessario all’esistenza stessa dell’élite. Il che, di conseguenza, porta con sé una crisi radicale delle antiche prospettive di organizzazione di classe, e delle strutture che storicamente lo hanno incarnato: il partito e il sindacato. Sul punto, però, pensiamo che la nostalgia sia del tutto fuori luogo, e che in effetti ogni prospettiva di fuoriuscita dal capitalismo debba assumere il dato di fatto della divisione in classi della società, senza per questo recuperare il mito caro al socialismo d’un tempo, che una classe specifica, gli operai di fabbrica (o chi per loro), sia incaricata di condurre all’emancipazione dell’umanità intera. Il mondo del lavoro è profondamente cambiato negli ultimi vent’anni, e sempre più, almeno in Europa, si assiste a una separazione tra lavoro e reddito, con conseguenze radicali sull’etica del lavoro, sui legami tra lavoratori, sulla loro organizzazione. I partiti di classe, se mai ci sono davvero stati, e i sindacati sono destinati a veder aggravata la propria perdita di rilevanza. Sono per contro necessarie alleanze, intrecci, e il coraggio di pensare a nuove forme di organizzazione politica: nel 1848, Marx e compagni ebbero un’intuizione straordinaria, vedendo nella forma partito il contenitore più adatto per la prospettiva di affrancamento dallo sfruttamento subito dalle classi subalterne. E il compito che abbiamo di fronte noi oggi non è quello di recuperare quella soluzione (un atteggiamento da pigri nostalgici), bensì di imparare da quel modo di affrontare il problema della lotta per il socialismo. Ecco un altro paradosso del populismo: esprime questa crisi del classismo, la deriva di partiti della sinistra e dei sindacati, ma fornisce risposte vaghe o del tutto sbagliate, e talvolta persino in cattiva fede.

Voi siete tra i non molti studiosi e ricercatori italiani che provano a mantenere uno sguardo aperto su quel che succede nel mondo. In particolare so che avete “monitorato” attentamente le dinamiche e gli sviluppi dei movimenti, a partire da quello globale iniziato dalle prese di posizione di Greta Thunberg, durante la pandemia. Volete darci, senza la pretesa dell’esaustività, alcune indicazioni in merito a quanto sta accadendo tra difficoltà e punte avanzate di elaborazione e pratica sociale?

Il movimento per il clima è stato (e ci auguriamo torni a essere) uno dei più significativi degli ultimi decenni, sia quantitativamente (milioni di persone sono scese in piazza a dimostrare), sia qualitativamente, perché ha messo a nudo l’apocalisse che incombe: il capitalismo è giunto a una fase di sviluppo in cui non è più in grado di mantenere le sue antiche e sempre rinnovate promesse di benessere, crescita, progresso per tutti. Anzi, oggi siamo al punto in cui la sopravvivenza del capitalismo minaccia la vita stessa sul pianeta: un destino a cui il modo di produzione dominante ci condanna – questo deve essere ben chiaro – non a causa dei suoi “eccessi” (l’aver smarrito il senso della misura), bensì per il suo fisiologico sviluppo. Il capitalismo, infatti, non conosce altro modo di rapportarsi alla natura al di fuori dell’appropriazione distruttiva – una peculiarità che già Marx aveva ben colto.
Oggi noi viviamo l’inizio di un tempo della fine, che richiede un surplus d’impegno e di consapevolezza. “Impedire la catastrofe” dovrebbe essere la parola d’ordine di ogni socialista. Come? Tralasciando la favoletta della svolta green del capitalismo, pensiamo che sia da seguire con attenzione il dibattito interno al movimento per il clima, in cui coesistono, per limitarci a due esempi, l’invito alla disobbedienza civile di massa di “Extinction Rebellion” e la strategia a tenaglia: sabotaggio (dal basso) e comunismo di guerra (dall’alto) di Andreas Malm. L’attivista e studioso svedese propone, in Corona, Climate, Chronic Emergency. War Communism in the Twenty-First Century, un “leninismo ecologico”: la pandemia ha dimostrato che, quando si tratta di fronteggiare un’emergenza senza precedenti, gli Stati sono in grado di intervenire velocemente e drasticamente, anche sfidando la proprietà privata. Poiché i cambiamenti climatici sono una catastrofe ancora più devastante del Covid-19 – anche se, purtroppo, percepita, in virtù di una rimozione collettiva, come meno incalzante – ciò che Malm auspica è che gli Stati nazionali siano altrettanto determinati nello stroncare il capitalismo fossile (responsabile della soppressione della biodiversità e quindi anche del moltiplicarsi delle pandemie), impedendo le produzioni, e i consumi, dannosi e incentivando quelli sostenibili. Pur riconoscendo che lo Stato è il comitato d’affari della borghesia, Malm constata come esso rappresenti l’unico potere centralizzato di cui disponiamo hic et nunc: non c’è il tempo di aspettare che si formi un qualche contropotere rivoluzionario. Perché mai lo Stato borghese dovrebbe stravolgere il modo di produzione di cui è espressione? Perché ci sarà un movimento di massa a incalzarlo, anche con azioni di sabotaggio delle attività produttive responsabili dell’emissione di CO2.
Questa lettura presenta, crediamo, diversi punti deboli, a partire dal suo appiattimento sulla dimensione statuale, con scarsa attenzione ai rischi di involuzione autoritaria al di fuori di un generico appello alla tradizione del leninismo antistalinista… Che poi si possa pensare di fare pressione sullo Stato ignorando il movimento (o ciò che ne resta) dei lavoratori – visto anzi come nemico, in linea di principio, della transizione ecologica – ci sembra autolesionista. Queste due lotte, quella per il lavoro (degno), o, in assenza di esso, per un reddito, e quella per il clima, hanno qualcosa di fondamentale in comune: il nemico, che è il capitalismo. Su questo bisogna puntare, per costruire alleanze; altrimenti sarà l’ennesima guerra tra perdenti.
Da questo punto di vista, i gilet gialli ci appaiono come una delle più interessanti esperienze di movimento degli ultimi anni in Europa: la loro protesta contro una tassa “ambientale” sui carburanti ha reso visibile come la presunta svolta green del capitalismo colpisca in maggior misura i redditi più bassi, e quindi indebolisca ulteriormente il già frastagliato mondo del lavoro, senza alcuna garanzia in cambio.
Certa sinistra in Italia, quella che fa il tifo perché il capitale venga addomesticato nell’ordine e nel rispetto del buon tempo andato, si è affrettata a prendere le distanze da un movimento che non comprendeva. In verità, i gilet gialli hanno sviluppato nel tempo una critica dell’esistente radicale e puntuale. Intanto, le pratiche dei blocchi e delle manifestazioni alle rotonde hanno messo in luce una consapevolezza spontanea, valida sul piano dell’analisi e su quello della strategia: il sistema capitalistico in Europa, oggigiorno, viaggia e si muove senza sosta; è comunicazione, circolazione, non soltanto e non tanto fabbrica, produzione, localizzazione. Il capitalismo è ipercinetico e quindi dev’essere affrontato nei punti cruciali del suo agitarsi, mentre si muove e con ciò si valorizza, mentre sugge energia vitale da quelle nuove figure di valorizzatori che non posseggono altro che… la propria capacità di muoversi.
D’altro canto, il movimento dei gilet gialli si è intrecciato con altre realtà, assumendo presto il problema delle diseguaglianze nelle sue istanze principali, incrociandosi con la critica complessiva a un sistema senza futuro e protestando contro il governo e il presidente Macron, contro la riforma scolastica, contro la riforma delle pensioni, contro la legge sulla sicurezza: per tutto ciò in Francia la repressione è stata di una violenza inaudita e senza precedenti, lasciando sul terreno morti e migliaia di feriti, senza che con questo le proteste si esaurissero… fino all’emergenza Covid, che ha rimesso tutto momentaneamente in ordine.
Le pratiche di lotta e di resistenza, la radicalizzazione dei movimenti, non portano con sé l’esigenza di fondare nuovi partiti, aggregazioni elettorali, o simili amenità, per conquistare un posto in Parlamento oppure mendicare una concessione del governo ovvero sognare la conquista di un qualche potere. Si presenta invece un popolo nuovo in formazione, che manifesta nelle strade e nelle città: è una potenza dissidente, che è ancora alla ricerca di forme adeguate capaci di dare stabilità e forza ai nuovi legami e alle nuove pratiche di unione e solidarietà che sperimenta qui e ora, offrendo l’immagine e l’esempio di un rapporto sociale alternativo a quello capitalistico. Un inizio, che è pur qualcosa nel deserto intellettuale e morale della sinistra continentale.
Dal punto di vista teorico, poi, la pandemia ha dato impulso alle riflessioni sulla riproduzione sociale: pensiamo ai contributi di Nancy Fraser, Tithi Batthacharya e Silvia Federici, per fare solo alcuni nomi. Quando il Covid è dilagato, ha colpito un mondo già profondamente malato, disvelando in tutta la sua crudezza il contrasto insanabile tra profitto e vita (naturale e umana). Se vogliamo combattere la logica della mercificazione totalitaria, dobbiamo mettere la riproduzione sociale al centro; questo richiede una politica di alleanze tra culture di resistenza diverse tra loro. Un’utopia? Certo la strada è in salita, ma a imboccarla ci sta provando ad esempio il “Movement for Black Lives” (di cui “Black Lives Matter” è una ramificazione), puntando a costruire una coalizione multirazziale che ricomprenda anche femministe, gruppi LGBTQ+, ambientalisti e socialisti.

La nascita del Governo Draghi è stata accompagnata da una amplissima messe di commenti favorevoli. I pochissimi rilievi critici hanno spesso fatto perno su elementi tutto sommato superficiali: si è scelto di far emergere questo o quel personalismo, questa o quella dinamica di palazzo. Voi invece avete enucleato elementi diversi alla base di questo tornante della nostra vicenda attuale, volete parlarne?

Renzi è una delle figure più ineffabili della politica italiana; ciò detto, che in molti, anche compagni/e, abbiano speso giorni e giorni a deplorare il suo narcisismo e a piangere sulla maledizione della “sinistra” (la coazione a ripetere liti fratricide, scissioni ecc.) è un segno di quella resa intellettuale di cui parla anche Brancaccio: la sinistra radicale ha rinunciato all’analisi del capitale, vuoi perché troppo complessa (e qui ritorniamo ai guasti prodotti anche sulle teorie critiche dalla retorica populista), vuoi perché sotto sotto la si ritiene inutile (il nemico è troppo potente). E così ci siamo ritrovati inermi di fronte a un governo che mette insieme il peggio della società italiana: la tecnocrazia a-democratica, serva dei poteri finanziari transnazionali; un partito, il PD, con le sue filiazioni imbarazzanti (da LEU a Renzi), la cui unica vocazione è diventata quella di conservare il potere a qualunque costo; lo stesso si può ormai dire dei 5 stelle, con buona pace della loro carica “eversiva” iniziale. Dulcis in fundo, la cloaca forzitaliota-leghista. Un simile coacervo, a prima vista incomprensibile e perfino irrazionale, è in realtà la rappresentazione plastica di quello che metteva in luce Poulantzas nella sua teoria dello Stato: esso garantisce l’interesse politico a lungo termine della classe dominante (la tenuta della sua egemonia) fondendo insieme, in un rapporto di unità conflittuale, le sue diverse frazioni, sotto l’egemonia di una di esse. In altre parole, il capitale non è un’entità monolitica e stigmatizzare il governo Draghi in quanto vittoria delle élite non ci aiuta a coglierne le tensioni interne. È vero che tutte le sue componenti condividono, al di là dei teatrini di Salvini, la brama di spartizione dei fondi europei, ma allo stesso tempo rappresentano gruppi sociali con retroterra e mire non facilmente conciliabili.
La lotta tra le diverse frazioni del capitale si svolge a livello globale (la contesa tra USA e Cina ne costituisce l’esempio più eclatante, ma anche il ruolo della Russia è rilevante) e nazionale. Dovremmo allora chiederci qual è il ruolo dell’Italia in questa competizione mondiale e quali contraddizioni si possono aprire (anche all’interno del governo Draghi) tra un capitale globalista, finanziario e dematerializzato e una borghesia sovranista quando non addirittura localista, più tradizionale nell’organizzazione del lavoro e nella produzione ma al tempo stesso non meno rapace e potenzialmente eversiva. La nostra impressione è che questa frazione del capitale sia in Italia più forte che altrove e che la sua grettezza (la scarsa propensione a investire in tecnologia e qualificazione della forza lavoro) abbia relegato l’Italia a corridoio di transito di flussi finanziari e produttivi decisi altrove.
Lo Stato nazionale, di cui anche il capitale globalista continua ad aver bisogno per garantire ‒ con misure pagate dalla collettività ‒ quel supporto al blocco di potere che la finanza non è in grado di realizzare tramite il mercato, è attraversato da interessi confliggenti. Non è stata notata abbastanza l’insistenza di Draghi, nella conferenza stampa di presentazione del nuovo pacchetto di “sostegni”, sulla volontà del governo di concentrare gli aiuti sui settori “competitivi”. Quali sono, a parte il turismo, esplicitamente menzionato per tenere buoni i suoi stremati operatori? E gli altri settori (ad esempio, le piccole attività produttive così come quelle commerciali e artigianali) che fine faranno?

Certo, il fatto che la rappresentanza istituzionale delle persone ai margini del mercato, e dunque della società, sia oggi assegnata ai 5 stelle (che, tra un’alleanza e l’altra con la Lega, hanno risposto ai bisogni sociali con misure inadeguate e confuse) la dice lunga sul fallimento della sinistra – quella riformista come quella radicale – e rende molto complicato incunearsi, a livello statuale, nelle prevedibili tensioni tra interessi capitalistici confliggenti.

Lo stato della sinistra, in modo particolare nel nostro Paese, è assai compromesso. Emiliano Brancaccio nel suo libro Non sarà un pranzo di gala dice: “in questo, secondo me, sta il nodo strutturale del nostro tempo: nell’assenza di un’organizzazione politica del lavoro”. È chiaro dunque da quale punto dobbiamo muovere. Sappiamo degli errori, delle miserie, delle insufficienze che hanno caratterizzato i tentativi di ricostruzione di una sinistra politica e sociale negli ultimi anni. Sappiamo altresì, con Garcia Linera, che il destino di chi lotta è quello di cadere e rialzarsi. Voi avete scritto un libro assai interessante (di cui presto arriverà una edizione in inglese, per i tipi di Palgrave) intitolato Socialismo di Frontiera. Autorganizzazione e anticapitalismo, in cui recuperate delle traiettorie analitiche e pratiche eccentriche della critica al capitalismo nel 900. In modo particolare ho trovato interessanti le riprese di Panzieri e Poulantzas. Potete dirci quali sono i tratti salienti dell’eredità di questi ultimi utili per una ricostruzione non volontaristica o politicista della sinistra oggi? Quali sono insomma, detournando Panzieri, le indicazioni utili a rifondare per continuare?

Proprio perché condividiamo il tuo giudizio sulla desertificazione culturale e politica che attanaglia il nostro paese, abbiamo accolto come una boccata di ossigeno le proteste dei rider e lo sciopero dei lavoratori Amazon, che ha avuto una risonanza internazionale perché può rappresentare un autentico punto di svolta.
Nel titolo del libro di Brancaccio – e, a ritroso, nella frase di Mao cui si richiama – noi leggiamo un ammonimento e insieme un’esortazione. Il mondo post-Covid rischia di essere una distopia realizzata: un mondo di individui atomizzati, ridotti ad appendici delle tecnologie digitali sia sul lavoro (beninteso, chi ne avrà uno) che nella vita privata (appiattita sul consumo on line anche di beni culturali e relazionali), progressivamente spogliati dei loro diritti sociali, ma anche civili e politici (in nome di un’emergenza non estinta o di una di là da venire), spaventati, rassegnati.
Poiché questo è uno scenario verosimile, purtroppo (cominceremo ad avvertirne appieno l’impatto solo quando sarà passata la sbornia per il ritorno, apparente, alla “normalità”), è urgente cogliere l’incitamento contenuto nel titolo di Brancaccio: occorre attrezzarsi per una sfida che è davvero epocale, perché è l’alternativa tra socialismo e catastrofe. Ciò di cui abbiamo bisogno sono analisi all’altezza ma anche abilità comunicative, immaginazione organizzativa per fondere insieme – simmetricamente a quello che fa il capitale – strati diversi delle classi subordinate e insieme la consapevolezza che ogni forma di resistenza alla distopia post-Covid rischia di essere criminalizzata, e repressa (soprattutto in Italia). A sarà düra!, certo, per noi ma deve esserlo anche per chi punta a una società concepita come una sommatoria di automi.
Nel nostro libro abbiamo voluto tracciare non una teleologia (approccio che nella storia del movimento operaio può essere stato di pungolo, ma ha fatto anche molti danni), bensì una genealogia: nella storia dei movimenti anticapitalistici, quelli di ispirazione comunista e socialista ma anche anarchica, dopo il 1917 si moltiplicano gli sforzi di immaginare la transizione a una comunità di eguali fondata non sul ruolo guida del partito e la conquista dello Stato, ma piuttosto su pratiche di autorganizzazione e di autogoverno. Non si tratta di una “corrente” (anche perché parliamo di teorie ed esperienze di lotta lontane geograficamente e cronologicamente), tant’è che la concettualizzazione del soggetto rivoluzionario e del rapporto tra lotta istituzionale e lotta dal basso varia, ma semmai della diffusa consapevolezza che la costruzione di un socialismo democratico deve riflettersi da subito nella scelta di metodi di lotta e obiettivi coerenti con il fine ultimo di una società giusta e antiautoritaria.
Da questo punto di vista, di Panzieri pensiamo vada recuperata l’analisi del capitalismo italiano come arretrato e profondamente diseguale al suo interno e l’intuizione che il capitalismo monopolistico (sul revival di questa categoria rimandiamo a https://monthlyreview.org/2018/01/01/what-is-monopoly-capital/) tende inesorabilmente a risucchiare tutte le sfere della vita umana e naturale; ne deriva la necessità di un ripensamento delle lotte stesse. Infatti, se la logica di sfruttamento, debordando dal processo produttivo, attanaglia ormai l’intera società, è evidente che pensare di ribaltare i rapporti di forza appropriandosi dello Stato diventi del tutto illusorio, perché più che mai esso agisce come comitato d’affari della borghesia (pur con conflitti latenti tra le diverse frazioni). In questo quadro, l’unica opposizione possibile consiste, scrive Panzieri, nella “creazione dal basso, prima e dopo la conquista del potere, degli istituti della democrazia socialista”. Se il teorico dei “Quaderni rossi” rimane ancorato a una prospettiva di democrazia operaia, i suoi eredi di Lotta continua concentrano l’attenzione sulle realtà cosiddette arretrate, dove la forza lavoro è frammentata e precarizzata: in sostanza, quelle che oggi costituiscono la normalità del capitalismo globale. Ebbene, questa “disintegrazione sociale” può essere convertita, osserva LC, in un punto di forza: la socializzazione delle lotte – innescare cioè sul territorio le battaglie per la casa, i servizi e in generale per l’uguaglianza e l’autonomia – diventa la miccia di una conflagrazione generale, che sfida il meccanismo di sfruttamento cui i subalterni sono sottoposti in ogni momento della loro esistenza trinitaria: ossia come lavoratori spaventati, risparmiatori terrorizzati, consumatori indebitati (Bellofiore). Panzieri non trascura (e nemmeno LC) “la questione del potere, condizione essenziale per la costruzione del socialismo”. E qui il ragionamento degli operaisti e post-operaisti italiani si salda, secondo noi, con quello di Poulantzas, in particolare con la feconda (ma fino ad ora irrisolta, nella storia della sinistra) tensione che egli auspica fra trasformazione (non “conquista”) dello Stato, dall’interno, e democrazia dal basso come spinta e garanzia esterna. Solo così si può essere attrezzati per affrontare il rischio – sempre presente, ammonisce Poulantzas – di un’involuzione autoritaria (oggi più che mai incombente, per effetto della centralizzazione del capitale e del suo controllo sulla politica nazionale e transnazionale).

Un’ultima domanda, che riguarda la vostra condizione di studiosi. In un’epoca che ha fatto della competizione uno dei motori immobili della vita delle persone, quella lakatosiana tra paradigmi per lo sviluppo della scienza pare ormai bandita all’interno di discipline come, ad esempio, l’economia. Potete dirci qual è lo spazio effettivo che avete incontrato, dentro percorsi accademici e para-accademici, nazionali e internazionali, per portare avanti un discorso critico comparato?

Gianfranco: il discorso è complesso, riguarda l’istituzione universitaria, da un lato, e il lavoro intellettuale in tempi di crisi, dall’altro lato. Sul primo aspetto, non si può negare che alla stessa stregua di altre istituzioni pubbliche (e della democrazia italiana in generale) l’università stia affrontando una crisi acuta, dovuta alle trasformazioni apportate dalla riforma del 2010, al sottofinanziamento, alla crescita di importanza dei privati, al radicarsi di una logica perversa, per cui la ricerca si conduce rispondendo a call, compiacendo i finanziatori esterni, facendosi concorrenza tra studiosi: e se davvero la competizione sostituisce la collaborazione, siamo di fronte a una crisi irreversibile. Poi il quantitativismo – la pretesa di misurare una cosa misteriosa come la qualità della ricerca pesando i chili delle pubblicazioni o la loro collocazione su riviste accreditate – porta con sé un certo conformismo, che non va per nulla d’accordo con il pensiero critico. Detto questo, ci sono studiose e studiosi che provano a difendere la critica e il dissenso, finanche la dissonanza rispetto al mainstream, resistendo alle derive di un sistema che ogni giorno che passa pare meno riformabile, e restando fedeli a un’idea del lavoro intellettuale che non ha nulla a che fare con l’idea di portare i lumi alle masse o la coscienza rivoluzionaria ai lavoratori, ma più modestamente coincide con il proposito di diffondere gli elementi di cultura necessari a difendere spazi di libertà e di autogoverno, nella stessa università e nella società. È poco, forse, ma è qualcosa.

Monica: premesso che per me internazionalismo come valore politico e interesse intellettuale per le discussioni e le pratiche portate avanti in giro per il mondo sono sempre andati di pari passo, devo dire che il dibattito politico-culturale italiano mi sembra spaventosamente arretrato. A confrontarci su genere e clima noi, anche a sinistra, siamo arrivati con almeno dieci anni di ritardo.
Da quando sono diventata un “esubero” dell’Università italiana, il mio interlocutore accademico principale è diventato l’Istituto di storia contemporanea dell’Università di Södertörn (Stoccolma), fondato oltre venti anni fa da un gruppo di storici marxisti e sede di progetti multidisciplinari accomunati da un approccio critico. Grazie ai compagni dell’istituto, sono entrata in contatto con il Centro di studi marxisti di Stoccolma, legato al Partito di sinistra: una realtà che invidio molto, agli svedesi, perché contribuisce all’elaborazione teorica del Partito partendo dalla realtà dei movimenti sociali, quello dei lavoratori e delle lavoratrici (sedotto, anche lì, dai populisti di destra) e quello contro i cambiamenti climatici.
Purtroppo in Svezia ho anche sperimentato per due volte, negli ultimi anni, le minacce arrecate alla libertà della ricerca da gruppi neonazisti, la cui aggressività è anche, forse soprattutto, frutto di un atteggiamento sostanzialmente passivo della democrazia svedese (e nordica in genere) nei confronti dell’estremismo di destra. A furia di difendere una libertà di espressione intesa in modo incondizionato – ed eurocentrico (tutte le opinioni, anche quelle razziste, hanno diritto di accedere allo spazio pubblico, purché siano interne al paradigma della democrazia occidentale) – i paesi del Nord, “le più avanzate democrazie del mondo”, si ritrovano con i populisti che dettano l’agenda politica e i nazisti che marciano per strada.
In Francia, dopo il brutale omicidio di Samuel Paty, il ministro dell’istruzione Jean-Michel Blanquer e gli intellettuali che si sono schierati in suo appoggio hanno sferrato un gravissimo attacco alla libertà della ricerca, rivoltandosi contro la presunta egemonia di un intero campo di studi, quelli postcoloniali, che fornirebbero il substrato culturale agli atti di violenza dei fondamentalisti [sic]. Si tratta di una vera e propria forma di autoritarismo accademico e, più in generale, di ingerenza politica nel dibattito intellettuale, nella cui formulazione ho ritrovato con sgomento le stesse parole che i neonazisti svedesi avevano usato come marchio di infamia nel compilare la loro lista nera di studiosi da “punire”: islamismo e islamogauchismo.
C’è molto di marcio, nella democrazia occidentale…


Monica Quirico, storica, è honorary research fellow presso l’Istituto di storia contemporanea della Södertörn University di Stoccolma. La sua ricerca verte sulla storia e la politica svedese, spesso in prospettiva comparata con l’Italia. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Socialismo di frontiera. Autorganizzazione e anticapitalismo (Torino, Rosenberg & Sellier, 2018), scritto con Gianfranco Ragona.

Gianfranco Ragona insegna Storia del pensiero politico all’Università di Torino. Si occupa di storia del pensiero anarchico e del socialismo otto-novecentesco. Tra i suoi libri più recenti: Socialismo di frontiera. Autorganizzazione e anticapitalismo (Rosenberg & Sellier, 2018), scritto con Monica Quirico.

 

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