Il capitalismo non regge più

di Fausto Bertinotti – da il riformista– È passato sotto silenzio, o quasi, una molto autorevole presa di posizione dal rilevante peso politico. Essa avrebbe, in primo luogo dovuto interessare coloro che, a suo tempo, hanno frequentato i meeting di Porto Allegre e dintorni, ma, più in generale, avrebbe dovuto essere considerata degna di nota da tutto il mondo politico. Allora il movimento dei movimenti si era costituito come una piazza alternativa al Forum di Davos. Il World Economic Forum di Davos era presidiato dai sacerdoti della globalizzazione che si stava affermando nel mondo intero. Loro, i no global, come con una imprecisa e maliziosa definizione venivano chiamati, ne erano gli antagonisti. La presa di posizione di cui parliamo è per l’appunto, quella di Klaus Schwab, il fondatore e il direttore del World Economic Forum di Davos. A darle importanza è una scelta diretta del protagonista che concede un’impegnativa intervista a Lena, la Leading European Newspaper Alliance, che comprende otto tra i principali giornali europei, per in Italia è la Repubblica.

Il gran sacerdote della globalizzazione ci dice che se ieri è stato falco, oggi è dovuto divenire colomba. L’attuale capitalismo, ci dice, produce crisi e instabilità sociale e politica; non regge alla prova dei fatti, dunque va riformato prima che sia tardi. Avevano sostenuto il contrario, che questa modernizzazione capitalistica chiamata globalizzazione avrebbe saputo evitare la crisi e avrebbe dato vita alle nuove magnifiche sorti e progressive, persino sradicando le povertà. La concreta replica della storia induce un ripensamento ora in uno dei protagonisti di quel pensiero. È vero che nel mondo anglosassone è il momento della critica del capitalismo. A settembre il Financial Times ha titolato la sua copertina Capitalism Time for a reset. Numerosi libri e saggi critici vengono pubblicati e venduti con successo. Si pensi, per tutti, a quelli di Nancy Fraser, una figura emergente nella nuova sinistra americana.

Ma qui a parlare è un uomo forte proprio del capitalismo statunitense. Il guru del Forum di Davos non sconfessa il passato ma la cesura che introduce, rispetto a ciò che era stato pensato e scritto in quel passato non poteva essere più netta e radicale. Schwab, nell’intervista, parte dal riconoscimento aperto che oggi il pendolo va in una direzione opposta a quella annunciata dalla globalizzazione, che era la riduzione della povertà e la riduzione delle diseguaglianze. Questo macigno sulla strada dello sviluppo capitalistico è il dato oggettivo ma, l’uomo di Davos rileva anche quello soggettivo che ne genera la crisi, cioè l’emergere nelle popolazioni di una nuova consapevolezza dei propri bisogni e dei propri diritti. Secondo Klaus Schwab, allora, la nuova situazione si può così riassumere «il neo-liberismo estremo e la spinta ai massimi profitti» che però, aggiungiamo noi, sono precisamente la cifra del capitalismo finanziario globale, producono un abisso ed è questo abisso tra i ricchi e i poveri che determina nella popolazione «un evidente senso di mancanza di giustizia sociale, accentuata dal boom dei social media».

Qui si innesta la novità che è intervenuta nella soggettività, quella che pervade la nuova generazione dei movimenti. Il fondatore del Wef di Davos lo riassume così: «C’è una nuova consapevolezza per cui l’accesso alla salute, alla scuola e a condizioni di vita decenti per tutti è fondamentale». Ed ecco la conclusione del ragionamento del guru dell’economia capitalistica: «Nessuno può essere lasciato indietro. E chi resta indietro ha la capacità di mobilitarsi con facilità, come dimostrano i gilet gialli». Come si vede, la presa di consapevolezza di questo Gran Sacerdote è assai significativa e non merita di passare sotto silenzio. Proviamo a riassumerla. Il capitalismo è malato, esso produce, per come agiscono oggi le imprese, la finanza e gli Stati, una povertà e una diseguaglianza tali che, di fronte a una nuova consapevolezza maturata nella società civile, genera un conflitto ingovernabile e inarrestabile. «Il mondo oggi è molto più pericoloso e imprevedibile» di 50 anni fa. Dunque bisogna porvi rimedio.

Si legge qui una sorta di manifesto del riformismo del capitale. L’uomo di Davos non è il solo a vedere dall’interno del sistema le sue crepe. Tempo addietro numerosi ceo delle più importanti imprese del mondo, riunitisi negli Stati Uniti erano giunti alle medesime conclusioni. Dicevano che il sistema così non regge più, che le imprese non possono più agire solo al fine del profitto e che nei loro obiettivi devono rientrare il miglioramento delle retribuzioni e la questione ambientale, pena l’aggravarsi della crisi e la sua ingovernabilità. Qualche giorno fa è intervenuto anche Bill Gates a chiedere una diversa distribuzione della ricchezza. Bill Gates ha un patrimonio netto di 110 miliardi di dollari ed è considerato l’uomo più ricco del mondo. Ha detto: «Dovremmo dare di più allo Stato. Il divario tra ricchi e poveri è sempre più ampio. Io sono gratificato in maniera sproporzionata rispetto a molte persone che non arrivano a fine mese.

Gli americani “dell’1%” sono in grado di pagare più tasse». Vuol mettere la patrimoniale! Preso atto che il conflitto, il direttore del Forum di Davos va oltre: «È una reazione al liberismo estremo e alla massimizzazione dei profitti» e propone un cambio di rotta, per le imprese e per i governi. Egli afferma che le aziende «non sono solo un fattore economico ma organismi sociali», che devono essere giudicate non solo dai loro utili me anche «misurando gli effetti negativi e i costi sociali esterni dei loro prodotti per incoraggiare investimenti responsabili, rispettosi dell’ambiente e della coesione sociale». E la richiesta di un drastico mutamento di rotta per il sistema delle imprese. Ma essa investe anche gli Stati.

Nell’intervista egli sostiene che «i singoli Paesi non dovrebbero essere giudicati solo del Pil» e che per misurare la performance di un paese «È necessario aggiungere parametri che considerino il benessere dei suoi cittadini. Con buona pace dei dogmi della parità di bilancio, del debito e della austerity. La conclusione è problematica perché secondo Schwab il mondo non ha imparato la lezione della crisi e «stiamo camminando verso un futuro nebuloso per le politiche economiche». Così il riformismo del capitale inciampa sulle sue contraddizioni e ne rivela, la drammaticità che lo svela, al fondo, impotente. La prima, clamorosa, è tra il dire e il fare, tra il dire dei suoi illuminati e il fare sciagurato dei suoi attori direttamente impegnati sul campo d’azione la seconda, non memo clamorosa riguarda la Politica.

Quest’ultima è persino apparentemente, inspiegabile. La politica istituzionale è, rispetto all’emergere dei fattori di crisi del capitalismo e della sua accumulazione, sorda, cieca e muta. Sembra una condizione paradossale, la consapevolezza critica che emerge in certi influenti ambienti del capitale non alberga nella politica istituzionale dei Paesi europei. Al riformismo del capitale non corrisponde un riformismo politico. In realtà la spiegazione del paradosso sta in una contraddizione di fondo che scaturisce dal cuore del capitalismo finanziario globale e che investe tutti i suoi protagonisti sia diretti che indiretti.

Esso consiste nel fatto che, se guardato nella prospettiva dei tempi lunghi, esso rivela tutta la sua insostenibilità, ma se osservato da dentro l’immediatezza dell’hic et nunc, del qui e subito, che è la prigione della compatibilità con l’esistente, tutto cambia, per ciò che accade appare come l’unica dimensione praticabile. È la dimensione della governabilità. In essa il governo sussume la politica e a sua volta è sussunto dall’imperativo immediato del sistema economico, convinto che nei tempi lunghi siamo tutti morti e che, dunque, non vale la pena di dedicarcisi. La morte della politica istituzionale in Europa è provocata dalla sua perdita di autonomia. Quell’autonomia che, almeno nella capacità di pensare, alcuni guru del sistema mostrano di saper conquistare, proprio alla luce dei tempi lunghi. Intanto nei primi tre giorni lavorativi di gennaio gli ad. delle prime 100 società quotate in borsa hanno superato il salario medio annuo del Regno Unito.

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