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A tutta velocità verso l’iceberg

di Stefano
Galieni

Forse passerà alla storia come la peggiore campagna elettorale dal dopoguerra ad oggi. Del resto non ci si poteva aspettare di meglio. Una legge elettorale assurda, ademocratica, difficile persino da spiegare a chi vive in un altro paese, una crisi di governo pilotata in chiave golpista da un banchiere ed un presidente della Repubblica, una stampa totalmente prona ai gruppi economici e finanziari che sottendono ai maggiori partiti, questo era lo scenario di partenza. Secondo gli organismi internazionali accreditati l’Italia del 2022 sia crollata al 58° posto su 179 Paesi in quanto a libertà di stampa. In un anno si è calati di 17 posizioni. È emerso il 3 maggio scorso durante il World Free Press Index e secondo il rapporto, curato da Reporters Sans Frontières, il calo nelle sedicenti democrazie, come quella italiana è legato al fatto che “All’interno delle società democratiche, crescono le divisioni dovute alla diffusione dei media d’opinione secondo il “modello Fox News” e alla diffusione di circuiti di disinformazione amplificati dal funzionamento dei social media. A livello internazionale, le democrazie sono indebolite dall’asimmetria tra società aperte e regimi dispotici che controllano i loro media e piattaforme online mentre conducono guerre di propaganda contro le democrazie. La polarizzazione su questi due livelli sta alimentando una maggiore tensione”. In Italia, come denunciato più volte anche in sedi UE, c’è scarso pluralismo. Solo chi ha risorse può produrre la propria verità che spesso diviene pura propaganda. Il servizio pubblico, la Rai è ormai da decenni parte integrante di tale condizione da regime. Va in onda ciò che vende, che è compatibile con gli interessi degli stessi gruppi finanziari che pubblicano giornali i cui contenuti sono veicolati e amplificati dalla stessa Rai, in concorrenza di mercato con le emittenti commerciali. I contenuti, la “merce informativa” e spesso “de-formativa” prodotta, sono accomunati da una quasi totale assenza di pluralismo, di confronto reale, di approfondimento culturale prima ancora che politico. Questo accade in condizioni normali, di amministrazione del potere, ma viene amplificato durante periodi emergenziali come quelli trascorsi e presenti, dalla pandemia, alla guerra, all’emergenza climatica alla crisi sociale. In tali contesti l’informazione diviene ancora più elemento catalizzatore di conformismo diffuso, di pensiero omogeneo, di rigetto di ogni forma di reale scontro e/o conflitto non compatibile con le esigenze del manovratore.

Ed è in queste consolidate condizioni che si va a votare. La distanza siderale fra la quasi totalità di chi promuove i propri programmi e la vita reale delle persone è difficilmente misurabile. Del resto attraverso le mille controriforme elettorali si è reso l’esercizio del voto, in particolare delle assemblee elettive tanto inutile che si può chiamare goffamente al presidenzialismo per prefigurare una parvenza di normalità. E se avessero ragione le tante e i tanti che ripetono la litania qualunquista “tanto sono tutti uguali”? Forse dovremmo porcela come domanda, perché non è banale. Corriamo il rischio concreto che si rechi alle urne meno del 50% degli aventi diritto e che molti di coloro che ci andranno lo faranno più per rassegnazione, turandosi tutti i pori del corpo, che per entusiasmo o passione politica. Si tratta di una rassegnazione individualista e passivizzante che non contiene nessun germe rivoluzionario, che rimanda alla ricerca, spesso disperata, di una soluzione personale o, al massimo familiare, ai propri problemi. È in arrivo un autunno nero per chi ha poco potere contrattuale, sembra realizzarsi quella tempesta perfetta in cui si fondono crisi internazionali, del modello produttivo, delle stesse classi dirigenti, senza che esploda alcun serio segnale di reazione sociale.

Ma il Titanic elettorale continua a navigare, guidato e amministrato da mediocri che, sebbene fingano di contendersi il timone in realtà continuano a voler andare tutti verso lo stesso iceberg, consapevoli che le proprie scialuppe sono già pronte per essere calate. L’orchestra che suona a bordo ripete perennemente le stesse melodie, le pietanze servite ai passeggeri non mutano, squisite e abbondanti per i pochi in prima classe, sempre più misere e scadenti per chi non riesce neanche a permettersi una cuccetta in terza. Ai ruoli apicali personaggi totalmente inadeguati, chiusi nei propri intoccabili privilegi, privi di cultura non solo politica. Sembra essere sufficiente divenire telegenici, dotarsi di modalità comunicative simili a quelle che un tempo affollavano i teatri, i caratteristi, che reagiscono sempre allo stesso modo, hanno un numero limitato di vocaboli da utilizzare, ripetono come un ronzio micidiale gli stessi identici concetti. Il M5S che teorizzava il superamento del dualismo destra / sinistra ha, in tal senso vinto, pur venendo a sua volta inglobato nell’immensa melassa prodotta. Difficile, se non per alcuni elementi non sostanziali, distinguere le dichiarazioni dei diversi leader che animano gli stanchi talk show fingendo di pungersi ma in realtà recitando diverse parti in commedia, difficile capire chi difenda cosa. La coerenza, da alcuni definita “virtù degli imbecilli” è aborrita da gran parte della classe dirigente del Paese, si può tranquillamente emanare un provvedimento e il giorno dopo criticarlo, senza neanche un minimo di autocritica. Chi governa è convinto, forse a ragione, che la memoria non alberghi più nelle menti di gran parte della popolazione, chi dovrebbe fare domande, di fronte al potente di turno, dimentica totalmente il proprio ruolo di giornalista e si contenta di banalità, dichiarazioni ad effetto. Non si tratta di pensiero debole ma dell’assenza di pensiero.

Una campagna elettorale fondata su look e like, priva di spessore, incapace di scaldare gli animi, di scuotere dal torpore. Le ombre che si muovono dietro le telecamere, spesso sempre le stesse, perché trattasi di compagnia di giro e perché le redazioni non amano rischiare di incontrare qualcuno che rompa lo specchio ma sono convinte che lo share sia direttamente proporzionale alla routine con cui si ripropongono certi volti, certe voci, come rituali immodificabili. Aspettiamo le piazze di chiusura senza ansia, con l’idea che tutto sia già deciso dallo strumento preferito per far avverare la profezia, il sondaggio. Recentemente una giornalista, anche di spessore, si è ritrovata fra le sondaggiate telefonicamente. La gentile persona che l’ha contattata le ha chiesto quali fra le quattro forze politiche che partecipano alle elezioni avrebbe votato. Lei ha risposto che le risultava ce ne fossero molte di più. Su insistenza una parte, non tutte queste forze sono state elencate dalla dipendente dell’azienda di sondaggi. La giornalista, che lo ha raccontato pubblicamente, ha replicato “questo non è un sondaggio ma propaganda elettorale”, ovviamente la risposta è stata “mi è stato detto di fare così”.

Personaggi finti, informazione assente, sondaggi truccati, cosa resta di quella che un tempo chiamavamo democrazia? Qualche voce fuori dal coro è emersa in questa tornata ed è stato difficile, più che in passato, tenerla lontana dai riflettori. Ma è poca cosa. In assenza di movimenti sociali partecipati e capaci di ribaltare il tavolo, quello che ci aspetta è definito. Una classe politica al comando che non farà altro che rispondere ad interessi di una ristretta minoranza, ad una élite spesso composta da persone a cui non interessa neanche il futuro, anche se il pianeta è a rischio e in tempi brevi.

Ed è interessante come temi fondamentali, che riguardano la vita della maggior parte delle persone siano quasi spariti dall’informazione e da certo dibattito politico. Centinaia di articoli sulla scomparsa e sui funerali di Sua maestà britannica e poche battute sull’ennesimo ragazzo che crepa in quella orrenda macchina dell’alternanza scuola lavoro. Il disastro nelle Marche, il tempo necessario per togliere il fango e i morti e poi via, per parlare del divorzio di Totti o, rientrando nelle dinamiche elettorali, nella miseria dell’accaparramento di voti ripetendo le stesse fallimentari ricette e proposte del passato.

Anche l’elenco delle promesse che si fanno, sa di rancido. Saremo partigiani ma tranne Unione Popolare che spiega dove prendere e comee redistribuire le risorse, coloro che si affacciano alle tribune elettorali riescono tranquillamente a parlare di ambientalismo alleandosi con forze che perseguono il fossile e il nucleare, di pacifismo, non distinguendosi da forze che sostengono le guerre, di democrazia rinunciando agli spazi democratici. Si mescolano pulsioni presidenzialiste e appelli al sostegno dei poveri, abolizione della controriforma Fornero, anzi no, sua conferma, anzi no, si discute; aumento delle pensioni minime e aumento delle massime, condono fiscale, flat tax, atlantismo a tutto spiano, sostegno alle imprese, alle famiglie, ai canili, cemento e rimboschimento, più privato e più stato, insomma aiutooooo.

Perché uno con un simile panorama patetico al punto da farci rimpiangere prima e seconda repubblica (se mai ci sono state), dovrebbe sentirsi stimolato al voto? Per chi è giovane e non vede futuro, per chi è di mezza età e non vedrà mai la pensione, chi vive di una delle oltre 1000 forme contrattuali con cui è possibile comperare manodopera, non c’è alcun interesse. E poi bugie sul caro bollette, sulla pandemia, sulla gestione dei servizi, il mantra della privatizzazione che ormai coinvolge anche l’aria che si respira, insomma una quantità di virus tali che porteranno sempre più persone ad allontanarsi da qualsiasi idea di partecipazione democratica.

E questo riporta alla metafora (ma siamo certi che lo sia?) del Titanic verso l’iceberg fatale: partecipazione al voto, parlamento come luogo decisionale, strumenti per vigilare in ogni momento guardando ad occhi aperti la rotta che si sta seguendo e con la disponibilità a modificarla, guidatori che devono rispondere alle esigenze di tutte le persone imbarcate. Questo non sta avvenendo, si porta il paese e le sue persone più vulnerabili, verso un baratro senza ritorno, nella logica del mors tua vita mea, perché i posti nelle scialuppe sono pochi e poche le persone che sapranno nuotare in acque gelide. Ci sarà presto bisogno di ricostruire tutto dalle fondamenta, sapendo che il rischio di naufragio è sempre più difficilmente evitabile, sapendo che o si fermano le macchine e si ricostruisce, forse daccapo, una nave malconcia, come quella su cui siamo a bordo o non ci saranno soluzioni in vista.

La sola speranza che resta (pur avendo sulla speranza le stesse idee del grande Monicelli) è che dopo il 25 settembre, magari con risultati migliori di quelli previsti dai necrofili addetti alle profezie, si riapra una stagione di conflitti e di riposizionamento delle donne e degli uomini che decidono di non rassegnarsi all’inevitabile. La storia italiana ci ha insegnato che spesso, proprio nei momenti più bui, si riesce a riemergere dalle tenebre e bussole da utilizzare ne abbiamo ancora. A partire dalla costituzione italiana nata dalla Resistenza, dalle lotte bracciantili, operaie e studentesche, delle donne e dei movimenti che hanno attraversato il Paese. Che siano questi strumenti, adeguati alle problematiche immense del XXI secolo, a salvarci dal naufragio.

Stefano Galieni

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